Titanic, la storia vera del panettiere Charles Joughin: sopravvisse ore nell’oceano ghiacciato grazie al liquore?

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Quando si parla del Titanic, il pensiero va subito al lusso, alla tragedia e alle oltre 1.500 persone che persero la vita nelle acque gelide dell’Atlantico. Ma tra i passeggeri e l’equipaggio c’è una figura reale e documentata che sembra uscita da un racconto incredibile: Charles Joughin, il capo panettiere del Titanic. La sua storia è diventata famosa perché sopravvisse per ore al freddo estremo dell’oceano dopo l’affondamento, in circostanze davvero fuori dal comune.

Chi era Charles Joughin

Charles Joughin era un marinaio inglese, nato nel 1878, e lavorava come capo panettiere a bordo del Titanic. Non era un ufficiale né un passeggero di prima classe, ma un membro dell’equipaggio con un ruolo fondamentale: coordinava un team di fornai incaricati di produrre pane e prodotti da forno ogni giorno per migliaia di persone. La notte del 14 aprile 1912, quando la nave colpì l’iceberg, Joughin si trovava regolarmente a bordo, senza sapere che di lì a poche ore sarebbe diventato uno dei protagonisti più singolari della tragedia.

Il suo comportamento durante il naufragio

Dopo l’impatto con l’iceberg, mentre il panico si diffondeva rapidamente, Joughin reagì in modo sorprendentemente lucido. Aiutò a caricare donne e bambini sulle scialuppe di salvataggio, ordinò ai suoi uomini di portare pane e provviste sul ponte e incoraggiò gli altri membri dell’equipaggio a mantenere la calma. Le sue azioni sono confermate dalle testimonianze ufficiali rilasciate dopo il disastro.

A un certo punto, quando divenne chiaro che il Titanic sarebbe affondato, Joughin tornò nella sua cabina. Qui iniziò a bere whiskey e altri superalcolici, in quantità che lui stesso definì abbondanti. Non lo fece per incoscienza, ma probabilmente per attenuare lo shock e la paura. Quando la nave stava ormai per scomparire sotto l’acqua, Joughin era visibilmente ubriaco, ma ancora in grado di muoversi e ragionare.

La caduta in mare e le ore nell’acqua ghiacciata

Secondo il suo racconto, quando il Titanic si spezzò e iniziò ad affondare definitivamente, Joughin si trovava a poppa. Disse di essere entrato in acqua “quasi in piedi”, senza essere risucchiato violentemente. Riuscì a nuotare fino alla scialuppa pieghevole B, che era capovolta, e si aggrappò al bordo insieme ad altri sopravvissuti.

La temperatura dell’oceano quella notte era di circa -2 °C. In simili condizioni, la maggior parte delle persone perdeva conoscenza in pochi minuti a causa dell’ipotermia. Joughin, invece, resistette per circa due ore, con l’acqua che gli arrivava fino alle gambe, fino a quando fu recuperato da una scialuppa e poi trasferito sulla Carpathia, la nave dei soccorsi.

L’alcool lo ha davvero salvato?

Per anni si è diffusa la leggenda che l’alcool nel sangue abbia protetto Joughin dal freddo. In realtà, dal punto di vista scientifico, l’alcool favorisce la perdita di calore corporeo. Gli storici e i medici concordano oggi su spiegazioni più realistiche: l’alcool potrebbe aver ridotto il panico, aiutandolo a restare calmo; Joughin non rimase completamente immerso in acqua; evitò di nuotare a lungo, limitando lo sforzo fisico; inoltre aveva una buona resistenza fisica.

In sintesi, l’alcool non lo rese immune al freddo, ma potrebbe aver contribuito indirettamente alla sua resistenza mentale in una situazione estrema.

Una storia vera e documentata

Charles Joughin sopravvisse al naufragio del Titanic e visse molti anni dopo quella notte, morendo nel 1956. La sua vicenda, confermata da testimonianze ufficiali, resta una delle più incredibili legate al disastro. Non è una celebrazione dell’alcool, ma il racconto reale di come sangue freddo, circostanze particolari e forza mentale possano fare la differenza anche nelle situazioni più disperate.