Il granchio yeti: il crostaceo peloso che coltiva batteri

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Immagina un crostaceo bianco latte, cieco, che vive a più di duemila metri di profondità accanto a sorgenti bollenti dove nessuna luce arriva mai. Ha le chele ricoperte di lunghe setole simili a peli e, con quelle, fa qualcosa di sorprendente: alleva i batteri di cui si nutre. È il granchio yeti, uno degli animali più strani scoperti negli ultimi vent’anni.

Un crostaceo che sembra coperto di pelo

Il granchio yeti deve il suo soprannome all’aspetto inconfondibile: le sue chele e le zampe anteriori sono ricoperte da una fitta peluria chiara, formata da migliaia di setole rigide chiamate sete. Da lontano sembra che indossi guanti di pelo, e proprio questa caratteristica ha ispirato il richiamo allo yeti, la leggendaria creatura pelosa dell’Himalaya.

Il nome scientifico è Kiwa hirsuta. Il termine hirsuta in latino significa proprio “irsuto”, “peloso”, mentre Kiwa richiama una divinità della mitologia polinesiana legata al mare e ai crostacei. Un nome poetico per un animale che vive in uno degli ambienti più inospitali del pianeta.

La scoperta: nel 2005, nel cuore del Pacifico

Il granchio yeti è entrato nella storia della zoologia nel 2005, quando una spedizione oceanografica lo individuò lungo la dorsale del Pacifico meridionale, a sud dell’Isola di Pasqua, a circa 2.200 metri di profondità. A descriverlo per la prima volta fu un gruppo di ricercatori guidato dal biologo Enrique Macpherson.

La scoperta non fu solo quella di una nuova specie, ma di un’intera nuova famiglia di crostacei, i Kiwaidae. Un evento raro: non capita spesso che gli scienziati si trovino davanti a un animale così diverso da tutto ciò che conoscevano da doverlo collocare in un ramo tutto suo dell’albero della vita.

Perché si chiama “granchio yeti”

Il soprannome nacque in modo quasi spontaneo tra i ricercatori che lo osservarono per la prima volta. Quelle chele candide e villose ricordavano immediatamente il manto di una creatura delle nevi. Da allora “granchio yeti” è diventato il nome comune con cui è conosciuto in tutto il mondo, anche se dal punto di vista scientifico non si tratta esattamente di un granchio.

Primo piano di un granchio con chele robuste sul fondale marino
Le chele del granchio yeti sono ricoperte di setole simili a peli. Immagine illustrativa.

Non è davvero un granchio

Nonostante il nome, il granchio yeti non appartiene al gruppo dei “veri granchi”. Fa parte degli anomuri, lo stesso gruppo che comprende i paguri (i granchi eremita) e le galatee. È quindi un lontano parente dei granchi che troviamo sulle nostre coste, ma con una storia evolutiva distinta.

Un altro dettaglio affascinante riguarda i suoi occhi: il granchio yeti è praticamente cieco. Vive in un mondo di buio assoluto, dove la vista non serve a nulla, e i suoi occhi sono ridotti e privi di pigmento. In compenso, ha sviluppato altri sensi per orientarsi nell’oscurità delle profondità.

Le chele pelose: a cosa servono davvero

Per anni la funzione di quelle setole è rimasta un mistero. Servivano a difendersi? A intrappolare il cibo? La risposta, arrivata studiando specie imparentate, è molto più sorprendente: le setole sono un vero e proprio orto batterico.

Sulle sete, infatti, prosperano colonie di batteri capaci di ricavare energia dalle sostanze chimiche che escono dalle sorgenti idrotermali, come solfuri e metano. È un processo chiamato chemiosintesi: al posto della luce del sole, questi microrganismi usano la chimica dell’acqua per produrre materia organica.

Come “coltiva” i batteri

Il granchio yeti non si limita a ospitare i batteri per caso. Osservazioni su una specie affine hanno mostrato che l’animale agita ritmicamente le chele avanti e indietro nell’acqua ricca di sostanze chimiche. Questo movimento funziona come l’irrigazione di un campo: porta ai batteri il “nutrimento” di cui hanno bisogno per crescere in abbondanza.

Perché conviene fare l’allevatore

Quando le colonie sono cresciute a sufficienza, il granchio usa appendici specializzate simili a piccoli pettini per raschiare i batteri dalle setole e portarli alla bocca. In pratica, si coltiva la cena addosso. È una delle poche forme di “agricoltura” conosciute nel regno animale, e negli abissi rappresenta una strategia di sopravvivenza brillante.

Sorgente idrotermale sul fondale oceanico con vita marina
Le sorgenti idrotermali ospitano ecosistemi che non dipendono dalla luce del sole.

La vita impossibile delle sorgenti idrotermali

Per capire il granchio yeti bisogna immaginare il luogo in cui vive. Le sorgenti idrotermali sono fessure sul fondale oceanico da cui sgorga acqua surriscaldata dal magma sottostante, carica di minerali. Intorno a esse, nel buio totale e sotto pressioni enormi, prospera un ecosistema che non dipende affatto dalla luce del sole.

Vermi giganti, molluschi, gamberi e, appunto, granchi yeti convivono in queste oasi di vita. Tutto l’ecosistema si regge sui batteri chemiosintetici, che stanno alla base della catena alimentare esattamente come le piante lo sono sulla terraferma. Un mondo parallelo, alimentato dalla chimica invece che dal Sole.

Una famiglia di parenti sorprendenti

Dopo il 2005, gli scienziati hanno individuato altre specie di questo curioso gruppo. Una di esse, scoperta al largo della Costa Rica, è stata proprio quella che ha permesso di osservare da vicino il comportamento di “allevamento” dei batteri.

Il “granchio di Hoff” antartico

Nelle gelide acque intorno all’Antartide vive un’altra specie della stessa famiglia, soprannominata affettuosamente “granchio di Hoff”. Questi crostacei si ammassano a migliaia intorno alle sorgenti calde, in densità impressionanti, aggrappati gli uni agli altri per restare vicini alla poca acqua tiepida in un oceano altrimenti glaciale.

Granchio bianco su rocce sottomarine in acque profonde
Molte specie di crostacei abissali vivono aggrappate alle rocce vicino alle bocche calde.

Cosa ci insegna il granchio yeti

Al di là della curiosità, questo animale ha un valore scientifico enorme. Dimostra che la vita può prosperare in condizioni che consideravamo impossibili: senza luce, sotto pressioni schiaccianti, nutrendosi di sostanze tossiche. Studiarlo aiuta a capire come funzionano gli ecosistemi degli abissi e persino a immaginare quali forme di vita potrebbero esistere su altri mondi, come gli oceani ghiacciati delle lune di Giove e Saturno.

Il granchio yeti ci ricorda quanto poco conosciamo ancora del nostro pianeta: gran parte degli oceani profondi resta inesplorata, e ogni spedizione può riservare creature che sembrano uscite dalla fantascienza. Se ti affascinano gli animali marini con superpoteri inaspettati, dai un’occhiata anche a il gambero pistola, capace di stordire le prede con uno schiocco.

Per approfondire la biologia di questa specie puoi consultare la scheda enciclopedica di Kiwa hirsuta su Wikipedia, con i riferimenti alla descrizione scientifica originale.

Domande frequenti sul granchio yeti

Il granchio yeti è pericoloso per l’uomo?

No. Vive a oltre duemila metri di profondità, in ambienti che l’uomo raggiunge solo con sommergibili e robot. Non ha alcun contatto con noi ed è del tutto innocuo.

Quanto è grande il granchio yeti?

È relativamente piccolo: gli esemplari misurano circa 15 centimetri di lunghezza, chele comprese. La peluria che le ricopre lo fa però sembrare più massiccio di quanto sia in realtà.

Di cosa si nutre esattamente?

Si nutre soprattutto dei batteri che coltiva sulle proprie setole. Può probabilmente integrare la dieta con altri piccoli organismi, ma la fonte principale di cibo sono i microrganismi chemiosintetici.

Perché è cieco?

Vive nel buio più totale, dove la luce non arriva mai. In un ambiente simile la vista non offre alcun vantaggio, così l’evoluzione ha “spento” gli occhi a favore di altri sensi.

Quante specie di granchio yeti esistono?

Ne sono state descritte alcune, tutte appartenenti alla famiglia dei Kiwaidae. Oltre alla specie originaria del Pacifico, ci sono parenti scoperti al largo della Costa Rica e nelle acque antartiche.

Come fanno gli scienziati a studiarlo?

Usano veicoli sottomarini telecomandati e sommergibili con equipaggio, dotati di telecamere e bracci robotici, capaci di resistere alle pressioni estreme degli abissi e di riprendere gli animali nel loro ambiente.