Il 7 giugno 1993 una delle più grandi star della musica mondiale prese una decisione che lasciò il pubblico senza parole: rinunciare al proprio nome per adottare un simbolo impronunciabile. Quel gesto, che molti scambiarono per una stravaganza, era in realtà l’atto finale di un lungo braccio di ferro con l’industria discografica. Ecco la storia di come Prince diventò «l’artista precedentemente noto come Prince».
Cosa successe il 7 giugno 1993
Nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, il 7 giugno 1993, il musicista statunitense Prince annunciò di voler cambiare il proprio nome d’arte. Al posto della parola «Prince» scelse un simbolo grafico privo di pronuncia ufficiale, una combinazione stilizzata dei segni convenzionalmente associati al maschile e al femminile.
Da quel momento, non sapendo come chiamarlo, i giornali e il pubblico iniziarono a riferirsi a lui con una perifrasi destinata a diventare celebre: «The Artist Formerly Known as Prince», cioè «l’artista precedentemente noto come Prince».
Chi era Prince
Prince Rogers Nelson, nato a Minneapolis nel 1958, è stato uno degli artisti più influenti e prolifici della storia della musica pop e rock. Polistrumentista capace di suonare decine di strumenti, cantante dalla voce versatile e autore instancabile, fuse funk, rock, soul e pop in uno stile inconfondibile.
Album come Purple Rain lo consacrarono come icona globale negli anni Ottanta, mentre la sua immagine teatrale e androgina sfidava le convenzioni dell’epoca. La sua creatività non si fermava mai: registrava musica a un ritmo molto superiore a quello che le case discografiche erano disposte a pubblicare.

Perché cambiò nome
Dietro la scelta del simbolo non c’era un capriccio, ma un conflitto profondo. Prince era legato da un contratto con la sua casa discografica, la Warner Bros., con cui era in disaccordo su due punti fondamentali: il ritmo di pubblicazione dei dischi e, soprattutto, la proprietà delle sue registrazioni.
L’artista riteneva che il nome «Prince» fosse di fatto controllato dalla casa discografica come un marchio commerciale. Rinunciando a quel nome, voleva affermare il proprio diritto a essere padrone della propria identità e della propria musica.
La protesta della parola «slave»
Per rendere visibile la sua battaglia, in quel periodo Prince si presentò più volte in pubblico con la parola «slave», cioè «schiavo», scritta sul volto. Era un gesto provocatorio e simbolico per denunciare quello che considerava un rapporto sbilanciato con l’industria discografica.
Un simbolo senza nome
Il glifo scelto da Prince non aveva una pronuncia ufficiale e non era presente sulle tastiere dell’epoca. Questo creò non pochi problemi pratici: giornali, radio e televisioni non sapevano come citarlo a voce.
Per aggirare l’ostacolo, la casa discografica arrivò a distribuire alle redazioni dei dischetti contenenti un carattere tipografico speciale, in modo che il simbolo potesse essere stampato correttamente. È uno dei pochi casi nella storia in cui un nome d’arte ha richiesto un font apposito.

Il ritorno al nome Prince
La fase del simbolo durò alcuni anni. Solo nel 2000, una volta scaduti gli accordi contrattuali che lo legavano alla vecchia casa discografica, l’artista annunciò di voler tornare a usare il nome con cui il mondo lo aveva sempre conosciuto: Prince.
Il ritorno al nome segnò anche l’inizio di una fase di maggiore autonomia, in cui Prince sperimentò nuovi modi di distribuire la propria musica, anticipando alcune dinamiche che sarebbero diventate centrali con l’arrivo di internet.
Cosa ci insegna questa vicenda
La storia del simbolo non è solo un aneddoto curioso. È uno dei primi grandi casi pubblici in cui un artista di enorme successo mise in discussione il rapporto di potere con l’industria musicale, ponendo il tema della proprietà dei diritti d’autore al centro del dibattito.
Molte delle battaglie che oggi diamo per scontate sulla libertà degli artisti di controllare il proprio lavoro hanno radici anche in gesti clamorosi come quello compiuto da Prince. La musica, del resto, è spesso stata uno strumento di affermazione e di protesta: lo racconta bene anche la storia della sinfonia che sfidò l’assedio nazista di Leningrado.

L’eredità di un genio
Prince è morto nel 2016, lasciando un catalogo sterminato e un caveau pieno di registrazioni inedite. La sua influenza si avverte ancora oggi in moltissimi artisti contemporanei, sul piano musicale come su quello dell’immagine e dell’indipendenza creativa. Per approfondire la sua biografia completa è disponibile la voce dedicata su Wikipedia.
Il simbolo, da gesto incompreso, è diventato col tempo uno dei tratti più riconoscibili della sua leggenda: la prova che, per un artista totale come lui, anche l’identità poteva diventare arte.
Domande frequenti
Perché Prince cambiò nome in un simbolo?
Per protestare contro la sua casa discografica e rivendicare il controllo sulla propria identità e sulle proprie registrazioni, che riteneva trattate come un marchio commerciale.
Come si pronunciava il simbolo?
Il glifo non aveva una pronuncia ufficiale. Per questo il pubblico e i media lo chiamavano «l’artista precedentemente noto come Prince».
Quando tornò a chiamarsi Prince?
Nel 2000, dopo la scadenza degli accordi contrattuali con la vecchia casa discografica.
Cosa significava la parola «slave» sul suo volto?
Era una protesta simbolica: Prince si paragonava a uno «schiavo» dell’industria discografica per denunciare un rapporto contrattuale che riteneva ingiusto.
Perché servì un font speciale?
Il simbolo non esisteva sulle tastiere dell’epoca, così la casa discografica distribuì alle redazioni un carattere tipografico apposito per poterlo stampare.
Di che cosa era capace Prince come musicista?
Era un polistrumentista in grado di suonare moltissimi strumenti, oltre che cantante e autore prolifico, capace di fondere funk, rock, soul e pop in uno stile personale.