Il tuatara: il rettile neozelandese con un terzo occhio

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Assomiglia a una lucertola robusta, vive solo in Nuova Zelanda e porta sul capo un organo che ricorda un terzo occhio. Il tuatara non è però un rettile come gli altri: è l’ultimo superstite di un gruppo antichissimo, comparso sulla Terra quando i dinosauri muovevano i primi passi. Scopriamo perché è considerato un autentico fossile vivente.

Che cos’è il tuatara

Il tuatara (Sphenodon punctatus) è un rettile endemico della Nuova Zelanda, dove il suo nome in lingua māori significa “schiena spinosa”, per via della cresta di scaglie che corre lungo il dorso dei maschi. A prima vista sembra una grossa lucertola: misura fino a mezzo metro e può superare il chilogrammo di peso. Ma la somiglianza con lucertole e gechi è ingannevole.

Il tuatara appartiene infatti a un ordine zoologico tutto suo, quello dei Rincocefali (o Sfenodonti), separato dagli altri rettili squamati da centinaia di milioni di anni. Oggi è l’unica specie vivente di questo intero gruppo: tutti i suoi parenti si sono estinti, lasciandolo come testimone solitario di un mondo scomparso.

Un fossile vivente vecchio quanto i dinosauri

I rincocefali comparvero circa 240 milioni di anni fa, nel Triassico, e nel corso del Mesozoico furono diffusi in molte parti del pianeta. Mentre quasi tutti questi animali scomparvero insieme ai dinosauri, il tuatara è rimasto sorprendentemente simile ai suoi antenati preistorici. Per questo è spesso definito un “fossile vivente”: studiarlo è un po’ come avere sotto gli occhi una finestra aperta sul Mesozoico.

La sua sopravvivenza è legata all’isolamento geografico della Nuova Zelanda, rimasta a lungo priva di mammiferi terrestri predatori. Quando arrivarono gli esseri umani, però, con loro giunsero ratti e altri animali introdotti che decimarono le popolazioni: oggi il tuatara sopravvive soprattutto su piccole isole prive di predatori e in aree protette gestite con cura.

Primo piano di un tuatara
Il tuatara conserva tratti antichissimi, comparsi oltre 200 milioni di anni fa. Foto: Tane Winiana / Pexels

Il terzo occhio: l’organo parietale

La caratteristica più affascinante del tuatara si trova sulla sommità del capo. Nei giovani esemplari è visibile una piccola macchia chiara, ricoperta da una squama traslucida: è l’occhio parietale, o “terzo occhio”. Non si tratta di una leggenda, ma di una struttura reale, dotata di una rudimentale lente, di una retina e di una connessione nervosa con il cervello.

Questo organo non serve a “vedere” immagini nel senso comune del termine. È invece sensibile alla luce e contribuisce a regolare i ritmi biologici dell’animale, come l’alternanza tra giorno e notte e l’esposizione al sole. Con la crescita, l’occhio parietale viene gradualmente ricoperto da scaglie e diventa poco evidente, ma resta una delle testimonianze più curiose di un tratto antico, presente in forma ridotta anche in altri vertebrati.

A che cosa serve davvero

Gli studiosi ritengono che l’occhio parietale aiuti a percepire la quantità di luce ambientale e a gestire la termoregolazione, fondamentale per un animale che ama scaldarsi al sole ma vive in un clima fresco. Una sorta di sensore di luminosità incorporato, ereditato da un lontanissimo passato evolutivo.

Una vita lentissima

Il tuatara è un campione di lentezza biologica. Ha un metabolismo bassissimo e prospera a temperature corporee molto più basse di quelle preferite dalla maggior parte dei rettili: resta attivo anche intorno ai 10-12 gradi, condizioni in cui altri rettili sarebbero intorpiditi.

Cresce con estrema gradualità e raggiunge la maturità sessuale solo dopo molti anni. La sua longevità è notevole: in natura può vivere diversi decenni e in cattività si conoscono esemplari che hanno superato il secolo. Un maschio celebre di uno zoo neozelandese è diventato padre quando aveva oltre cento anni, a riprova di un orologio biologico che scorre con ritmi tutti suoi.

Tuatara che prende il sole su una roccia
Un metabolismo lentissimo permette al tuatara di vivere a lungo e a basse temperature. Foto: Valeriia Miller / Pexels

Riproduzione e dipendenza dalla temperatura

Anche la riproduzione del tuatara procede con calma. Le femmine depongono le uova soltanto ogni alcuni anni, e l’incubazione nel terreno può durare oltre un anno, uno dei tempi più lunghi tra i rettili. Come accade in molte specie, è la temperatura del nido a determinare il sesso dei piccoli: nidi più caldi tendono a produrre più maschi, nidi più freddi più femmine.

Questo meccanismo, affascinante ma delicato, rende il tuatara particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici: un riscaldamento eccessivo del suolo potrebbe sbilanciare il rapporto tra i sessi, mettendo a rischio la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni.

Denti e mascelle particolari

Il tuatara possiede una dentatura insolita. Non ha denti separati e sostituibili come molti rettili, ma proiezioni ossee della mascella che funzionano come denti. La fila superiore è doppia e racchiude quella inferiore: quando l’animale chiude la bocca, le mascelle compiono anche un piccolo movimento di scivolamento in avanti, una sorta di “taglio” meccanico che gli permette di affettare prede dal corpo duro come insetti e altri invertebrati. Non disdegna però uova, piccoli rettili e occasionalmente pulcini di uccelli marini con cui talvolta condivide la tana.

Conservazione: una storia di speranza

Per secoli il tuatara ha rischiato di scomparire dalle isole principali della Nuova Zelanda. Grazie a intensi programmi di conservazione, alla rimozione dei predatori introdotti da numerose isole e a iniziative di reintroduzione, la specie è oggi più al sicuro. Resta protetta e monitorata con attenzione, anche per il suo enorme valore scientifico e culturale: per i māori è un animale dal forte significato simbolico, considerato un guardiano.

Chi volesse approfondire la biologia e la storia di questo straordinario rettile può consultare la voce dedicata sull’enciclopedia ufficiale neozelandese Te Ara, una fonte autorevole curata dal governo della Nuova Zelanda.

Se ti appassionano gli animali che sembrano arrivare direttamente dalla preistoria, ti potrebbe interessare anche il nostro articolo su cosa rivelano le impronte fossili degli pterosauri.

Esemplare di tuatara nel suo ambiente
Oggi il tuatara sopravvive soprattutto su isole protette della Nuova Zelanda. Foto: Dylan Elsermans / Pexels

Perché il tuatara è così importante per la scienza

Oltre alla sua rarità, il tuatara offre ai ricercatori indizi preziosi sull’evoluzione dei rettili e dei vertebrati in generale. Il suo genoma, sequenziato negli ultimi anni, è risultato sorprendentemente vasto e ha rivelato un mosaico di tratti antichi e moderni. Studiarlo aiuta a comprendere come si siano evoluti caratteri condivisi da molti animali, compresa quella sensibilità alla luce che un tempo passava anche dal “terzo occhio”.

Domande frequenti

Il tuatara è una lucertola?

No. Sebbene gli somigli, non è una lucertola: appartiene a un ordine a sé, i rincocefali, di cui è l’unica specie ancora vivente.

Il terzo occhio del tuatara vede davvero?

Non forma immagini come gli occhi normali. È un organo fotosensibile che aiuta a percepire la luce e a regolare i ritmi biologici e la termoregolazione.

Quanto vive un tuatara?

Molto a lungo: diversi decenni in natura, con esemplari che in cattività hanno superato i cento anni di età.

Dove vive il tuatara?

Esclusivamente in Nuova Zelanda, soprattutto su piccole isole prive di predatori introdotti e in aree protette.

Di cosa si nutre?

Soprattutto di insetti e altri invertebrati, ma anche di uova, piccoli rettili e occasionalmente pulcini di uccelli marini.

Perché è considerato un fossile vivente?

Perché è rimasto simile ai suoi antenati comparsi oltre 200 milioni di anni fa, mentre tutti i suoi parenti si sono estinti.