Il 19 agosto 1960 due cagnette partirono dalla Terra e, cosa fino ad allora mai riuscita, tornarono vive. Belka e Strelka trascorsero un giorno intero in orbita a bordo della Sputnik 5 e rientrarono sane e salve, aprendo di fatto la strada al primo volo umano nello spazio. La loro storia unisce scienza, coraggio e un pizzico di tenerezza.
Il giorno in cui due cani conquistarono lo spazio
Erano gli anni della corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, una competizione tecnologica che teneva il mondo con il fiato sospeso. Il 19 agosto 1960 l’URSS lanciò la navicella Sputnik 5, e a bordo non c’erano esseri umani ma un piccolo equipaggio a quattro zampe. Belka e Strelka completarono diciassette orbite complete attorno al pianeta prima di rientrare.
Il successo fu enorme: per la prima volta creature vissute nello spazio facevano ritorno vive sulla Terra. Fu la prova che un organismo complesso poteva sopravvivere al lancio, all’assenza di peso e al rientro nell’atmosfera.
Chi erano Belka e Strelka
I loro nomi significano, in russo, qualcosa come “Scoiattolo” e “Piccola freccia”. Erano due cagnette randagie raccolte per le strade di Mosca, scelte secondo criteri molto pratici. Gli scienziati sovietici preferivano infatti animali randagi, ritenuti più resistenti alla fame, al freddo e allo stress rispetto a quelli cresciuti in casa.
Venivano privilegiate le femmine, più facili da gestire con le tute e i dispositivi di raccolta, e gli esemplari di taglia piccola e dal pelo chiaro, così da risultare ben visibili nelle riprese delle telecamere di bordo.

Non erano sole a bordo
La Sputnik 5 non trasportava soltanto le due cagnette. Con loro viaggiava un vero e proprio arca in miniatura: un coniglio, alcuni topi, ratti, mosche e persino alcune piante e funghi. L’obiettivo era studiare gli effetti del volo spaziale sul maggior numero possibile di organismi viventi.
Ogni parametro vitale veniva monitorato: battito cardiaco, respirazione, pressione, movimenti. I dati raccolti servivano a capire se un corpo poteva davvero resistere alle condizioni estreme del volo orbitale.
Un addestramento tutt’altro che semplice
Prima del lancio, gli animali affrontavano un lungo periodo di preparazione. Venivano abituati a spazi sempre più angusti per tollerare la capsula, sottoposti a vibrazioni e rumori intensi che simulavano il lancio, e allenati a indossare tute speciali con dispositivi per l’alimentazione e la raccolta dei bisogni.
Questo addestramento serviva a ridurre lo stress e a garantire che, una volta in orbita, gli animali restassero il più possibile calmi e in salute.
Perché proprio i cani
La scelta dei cani non fu casuale. I ricercatori sovietici li ritenevano adatti a restare fermi a lungo e capaci di sopportare bene l’addestramento. Dall’altra parte dell’oceano, gli statunitensi puntarono invece sui primati, geneticamente più vicini all’essere umano. Due strategie diverse per lo stesso obiettivo.

Il rientro e il trionfo
Dopo circa un giorno in orbita, la capsula rientrò nell’atmosfera e la sezione con gli animali toccò terra con il paracadute. Belka e Strelka erano vive, in buona salute e apparentemente serene. Fu un momento di gloria per il programma spaziale sovietico e una notizia che fece il giro del mondo.
Le due cagnette divennero celebrità internazionali, protagoniste di fotografie, cartoline e trasmissioni. La loro immagine rassicurante contribuì a rendere popolare l’idea che lo spazio potesse essere raggiunto e, soprattutto, che se ne potesse tornare.
Il passo verso il volo umano
Il successo della Sputnik 5 fu decisivo. Dimostrando che un organismo poteva sopravvivere a un volo orbitale completo e al rientro, la missione fornì la prova biologica che mancava. Meno di un anno dopo, il 12 aprile 1961, Jurij Gagarin sarebbe diventato il primo essere umano a orbitare attorno alla Terra.
Senza gli esperimenti condotti con gli animali, quel volo storico sarebbe stato molto più rischioso. Belka e Strelka furono, in un certo senso, le apripista di tutti gli astronauti che sarebbero venuti dopo.
Una curiosità che unì due rivali
Strelka ebbe in seguito una cucciolata, e uno dei cuccioli, di nome Pushinka, venne donato alla famiglia del presidente statunitense John F. Kennedy. Un gesto simbolico che, in piena Guerra fredda, unì per un attimo le due superpotenze rivali attraverso la storia di un cane nato dalla protagonista di un’impresa spaziale.
Se ti appassionano le grandi imprese dell’esplorazione spaziale, puoi leggere anche il nostro articolo sulla storica missione Rosetta verso la cometa 67P.

Perché la loro storia resta importante
Belka e Strelka non furono soltanto due animali fortunati. Rappresentano un capitolo fondamentale nella storia della scienza, il momento in cui l’umanità capì che la vita poteva sopravvivere oltre l’atmosfera. La loro vicenda ci ricorda anche quanto il progresso spaziale abbia poggiato sul lavoro paziente di ricercatori, tecnici e, sì, di alcuni animali. Per approfondire i dettagli storici puoi consultare la voce dedicata su Wikipedia.
Domande frequenti su Belka e Strelka
Chi erano Belka e Strelka?
Erano due cagnette randagie di Mosca scelte dal programma spaziale sovietico e diventate i primi animali a completare un volo orbitale e tornare vivi sulla Terra.
Quando volarono nello spazio?
Partirono il 19 agosto 1960 a bordo della navicella Sputnik 5, restando in orbita per circa un giorno.
Erano davvero i primi esseri viventi nello spazio?
Altri animali erano già stati lanciati in precedenza, ma Belka e Strelka furono i primi a sopravvivere a un volo orbitale completo e al rientro.
Perché furono scelti dei cani randagi?
Si riteneva che gli animali randagi fossero più resistenti a fame, freddo e stress rispetto a quelli cresciuti in casa.
Che cosa trasportava la Sputnik 5 oltre ai cani?
A bordo c’erano anche un coniglio, topi, ratti, mosche, piante e funghi, per studiare gli effetti del volo su diversi organismi.
Che legame ebbero con il volo di Gagarin?
Il loro rientro dimostrò che un organismo poteva sopravvivere all’orbita, aprendo la strada al primo volo umano di Jurij Gagarin nel 1961.