La bioplastica esisteva in natura da milioni di anni

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Siamo abituati a pensare alla bioplastica come a una recente invenzione umana. Uno studio pubblicato nel 2026 suggerisce però che una forma di plastica biodegradabile esista in natura da centinaia di milioni di anni, e che diversi animali abbiano imparato a nutrirsene. Una scoperta che ci invita a guardare con occhi nuovi al rapporto tra natura e materiali.

Un’idea da correggere

Quando parliamo di plastica biodegradabile pensiamo a un prodotto dei laboratori moderni, nato per ridurre l’inquinamento. In realtà, alcuni microrganismi producono materiali molto simili da tempi remotissimi. La ricerca scientifica sta mostrando che la “bioplastica” non è una novità assoluta, ma qualcosa che la natura utilizza da moltissimo tempo.

Questo cambio di prospettiva è al centro di uno studio recente che ha analizzato la capacità di numerosi animali di digerire queste sostanze naturali.

Che cosa sono i PHA, le bioplastiche naturali

I protagonisti della storia sono i poliidrossialcanoati, indicati con la sigla PHA. Si tratta di sostanze prodotte da molti batteri e archei, microrganismi tra i più antichi del pianeta. Questi organismi accumulano i PHA all’interno delle proprie cellule come riserva di carbonio ed energia, un po’ come noi immagazziniamo i grassi.

Dal punto di vista chimico i PHA hanno proprietà simili a quelle di alcune plastiche prodotte dall’uomo, con la differenza fondamentale di essere completamente biodegradabili. Proprio per questo sono studiati come possibile alternativa sostenibile alle plastiche tradizionali.

Colonie di microrganismi in una piastra
I PHA sono prodotti da batteri e archei come riserva di energia.

La scoperta: che cosa hanno trovato i ricercatori

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution, numerose specie animali possiedono enzimi in grado di scomporre i PHA prodotti dai microrganismi. Fino a poco tempo fa si riteneva che questa capacità appartenesse quasi esclusivamente ad altri microrganismi, non agli animali.

I ricercatori hanno individuato questi enzimi in decine di specie diverse, suggerendo che la capacità di digerire le bioplastiche naturali sia molto più diffusa di quanto si pensasse. Se confermata da ulteriori ricerche, l’ipotesi è che gli animali si nutrano di questi materiali da centinaia di milioni di anni.

Come è stata condotta la ricerca

Per arrivare a queste conclusioni, gli studiosi hanno analizzato il patrimonio genetico di molte specie, cercando i geni responsabili della produzione degli enzimi capaci di degradare i PHA. Questo tipo di approccio, basato sul confronto tra i genomi di organismi diversi, permette di ricostruire come alcune capacità biologiche si siano evolute nel tempo.

È importante sottolineare che si tratta in gran parte di analisi genetiche e di laboratorio. Alcuni risultati vanno considerati come indicazioni preliminari, che dovranno essere approfonditi da studi successivi prima di poter trarre conclusioni definitive.

Provette in un laboratorio di ricerca
La ricerca ha analizzato i genomi di molte specie animali.

Perché questa scoperta è importante

Comprendere che la natura produce e degrada bioplastiche da tempi remoti ha diverse implicazioni. Da un lato aiuta a ricostruire meglio la storia evolutiva degli organismi e delle sostanze presenti negli ecosistemi. Dall’altro può offrire spunti utili alla ricerca sulle plastiche sostenibili.

Conoscere gli enzimi naturali capaci di scomporre questi materiali potrebbe, in prospettiva, ispirare nuove strategie per gestire i rifiuti e sviluppare materiali più facilmente biodegradabili. Si tratta però di possibili sviluppi futuri, non di applicazioni già disponibili.

Che cosa non dice lo studio

È bene chiarire un punto per evitare fraintendimenti: questa scoperta riguarda le bioplastiche naturali prodotte dai microrganismi, non le plastiche sintetiche che inquinano gli oceani. Il fatto che alcuni animali sappiano digerire i PHA non significa che siano in grado di smaltire i rifiuti plastici prodotti dall’uomo.

Il problema dell’inquinamento da plastica resta quindi del tutto attuale. Anzi, comprendere meglio come funzionano i materiali biodegradabili in natura può aiutare la ricerca proprio nell’affrontare questa sfida. A proposito di plastica e ambiente, puoi leggere anche il nostro articolo sulle microplastiche e la scienza.

Analisi scientifica in laboratorio
Alcuni risultati restano preliminari e vanno confermati.

Bioplastiche e ambiente oggi

Le bioplastiche di origine naturale, come i PHA, sono al centro di numerose ricerche perché rappresentano una possibile alternativa alle plastiche derivate dal petrolio. Il loro grande vantaggio è la biodegradabilità: in condizioni adeguate possono essere scomposte da organismi viventi senza lasciare residui persistenti.

Al momento la produzione di queste bioplastiche su larga scala resta complessa e costosa. La ricerca punta a renderle più efficienti e competitive, in modo da poterle utilizzare in un numero crescente di applicazioni.

Le prospettive future

Lo studio sui PHA è un esempio di come la ricerca di base possa cambiare le nostre conoscenze e aprire nuove strade. Guardare a come la natura ha già “risolto” alcuni problemi può offrire idee preziose per affrontare le sfide ambientali del presente.

Per approfondire la notizia è possibile consultare la sintesi dello studio pubblicata su ScienceDaily, che riporta i risultati della ricerca.

Domande frequenti sulla bioplastica naturale

Che cosa sono i PHA?

Sono i poliidrossialcanoati, sostanze prodotte da batteri e archei come riserva di energia, con proprietà simili ad alcune plastiche ma biodegradabili.

La bioplastica è davvero presente in natura da milioni di anni?

Secondo lo studio, i microrganismi producono queste sostanze da tempi remoti e diversi animali sembrano nutrirsene da centinaia di milioni di anni.

Gli animali possono digerire la plastica che inquina i mari?

No. La scoperta riguarda le bioplastiche naturali, non le plastiche sintetiche prodotte dall’uomo, che restano un grave problema ambientale.

Dove è stato pubblicato lo studio?

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Ecology & Evolution nel 2026.

Questa scoperta risolve il problema dell’inquinamento?

No, ma può offrire spunti utili alla ricerca sui materiali biodegradabili e sulla gestione dei rifiuti in futuro.

I risultati sono definitivi?

Alcuni risultati sono ancora preliminari e dovranno essere confermati da ulteriori studi, come è normale nella ricerca scientifica.