Ci sono eventi storici così incredibili da sembrare inventati. Eppure sono accaduti davvero. Uno di questi ha un nome che fa sorridere e rabbrividire insieme: l’epidemia di risate di Tanganyika, l’attuale Tanzania. Immagina la risata, il suono della gioia, che si trasforma in un’onda inarrestabile, capace di paralizzare intere comunità, chiudere scuole e lasciare medici e autorità senza risposte.
Tutto inizia nel gennaio del 1962 in una scuola femminile a Kashasha, un villaggio vicino al Lago Vittoria. A scatenare il fenomeno, secondo le cronache, fu uno scherzo tra studentesse. All’inizio, nulla di strano: qualche risata in classe. Ma nel giro di poche ore, la situazione sfugge a ogni controllo. Le risate non si fermano. Le ragazze sono travolte da crisi che durano ore, accompagnate da spasmi, respiro affannoso, dolori e, in alcuni casi, svenimenti. Diverse piangono mentre ridono, prigioniere di un corpo che non riescono più a comandare. La scuola, impotente, è costretta a chiudere i battenti.
L’incubo, però, non finisce lì. Da Kashasha, il fenomeno si diffonde come un’onda invisibile nei villaggi vicini, portato dalle stesse studentesse tornate a casa. Nei giorni successivi, i casi si moltiplicano. Chiunque entri in contatto con le persone colpite rischia di manifestare gli stessi attacchi di risa incontrollabili. Alla fine, l’epidemia coinvolge oltre 1.000 persone e porta alla chiusura di 14 scuole. L’ondata di risa va e viene per circa 18 mesi, per poi svanire con la stessa misteriosa rapidità con cui era apparsa.
Un virus? Un avvelenamento? Stregoneria? Si fecero le ipotesi più disparate, ma nessuna analisi medica trovò mai un agente infettivo o una tossina. Oggi, gli esperti concordano su una diagnosi precisa: si trattò di un caso di malattia psicogena di massa. In parole semplici, un potente contagio emotivo, innescato da uno stress profondo e amplificato dal contesto sociale. Una reazione a catena della mente, non del corpo.
Perché proprio lì e in quel momento? La Tanganyika era appena diventata indipendente (dicembre 1961). Era un’epoca di enormi cambiamenti, aspettative altissime e forte incertezza. Le scuole, ereditate dal sistema coloniale, imponevano una disciplina ferrea. In un ambiente così carico di tensione, lo stress accumulato cercò una via di fuga. La risata, normalmente liberatoria, divenne una valvola di sfogo impazzita: una reazione fisica involontaria che si propagava da persona a persona come un riflesso.
Questa storia dimostra la profonda e inseparabile unione tra mente e corpo. Quelle non erano risate felici. Erano manifestazioni di un disagio profondo. Le persone soffrivano di dolori muscolari, stanchezza estrema e difficoltà respiratorie. Il corpo stava urlando lo stress che la mente non riusciva più a gestire. E più la comunità si allarmava, più il fenomeno trovava terreno fertile. La paura, le voci e l’attenzione costante agivano come carburante, rendendo quasi impossibile smettere di ridere.
Un dettaglio significativo è che l’epidemia colpì quasi esclusivamente studentesse e giovani donne. Non perché fossero più “deboli”, ma perché erano loro al centro di quel sistema rigido e stressante, a stretto contatto e sotto un’enorme pressione sociale. Gli uomini adulti, al di fuori di quel contesto, rimasero quasi immuni.
Come finì? Lentamente. Interrompendo le lezioni, allontanando gli studenti e, soprattutto, riducendo l’attenzione ossessiva sull’evento, la catena del contagio emotivo si spezzò. Quando le comunità capirono che non c’erano veleni o virus, la paura iniziò a calare. E quando la paura cala, anche i sintomi psicogeni si spengono.
L’epidemia di risate di Tanganyika non è solo una bizzarra nota a margine della storia. È un potente promemoria che le emozioni, lo stress e il contesto sociale hanno effetti fisici reali e misurabili. Ci insegna a rispettare chi manifesta sintomi senza una causa organica evidente, perché il dolore della mente è reale quanto quello del corpo. E ci ricorda che combattere la paura è, a volte, la cura più efficace. La risata, in quella Tanganyika del 1962, non fu divertimento: fu il linguaggio collettivo con cui una società esprimeva la propria ansia.
In fondo, c’è qualcosa di paradossale e potente in questa vicenda. La stessa reazione che mise in ginocchio interi villaggi ci ricorda che siamo tutti profondamente interconnessi. Se uno di noi ride, piange o ha paura, gli altri lo sentono. Questa connessione è la nostra più grande forza e, a volte, la nostra più grande fragilità. Conoscerla ci aiuta a non sottovalutare mai l’impatto di ciò che non si vede, ma si sente e si vive, insieme.
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