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Vuoto di Boote la misteriosa vela nera cosmica che svela i segreti dell’Universo

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Immagina di solcare un oceano buio e sconfinato, dove le luci delle altre navi sono solo punti rarissimi e distanti. Esiste un luogo del genere nel cosmo, e ha un nome che evoca mistero: il Vuoto di Boote. Si tratta di una gigantesca “bolla” di spazio quasi priva di galassie, così immensa da sembrare la vela nera di un vascello fantasma alla deriva nell’universo. Quando fu scoperta, questa regione apparve come un’anomalia sconcertante, un vero e proprio buco nelle nostre teorie sulla struttura del cosmo.

Per trovarla, dobbiamo puntare lo sguardo verso la costellazione di Boote, a una distanza di circa 700 milioni di anni luce da noi. Lì si apre una voragine cosmica con un diametro di quasi 330 milioni di anni luce, un’estensione che la mente fatica a concepire. Per fare un paragone, la nostra galassia, la Via Lattea, misura appena 100.000 anni luce. In questo spazio immenso, dove gli astronomi si aspettavano di trovare migliaia di galassie, ne sono state contate solo poche decine. È come entrare in una metropoli grande quanto l’Europa e scoprire che ci vivono solo sessanta persone.

La sua scoperta risale agli anni Ottanta, grazie al lavoro di un team di astronomi guidato da Robert Kirshner. Utilizzando le misurazioni del redshift – lo spostamento verso il rosso della luce, che rivela la distanza di un oggetto – stavano creando una mappa tridimensionale dell’universo. Improvvisamente, nei loro grafici apparve una zona desolatamente vuota. Non si trattava di un errore nei dati, ma di un vero e proprio deserto cosmico. La notizia creò scompiglio nella comunità scientifica, perché le teorie dell’epoca descrivevano un universo molto più omogeneo su larga scala. Come poteva esistere un “grande nulla” così vasto?

La spiegazione è arrivata con il modello cosmologico oggi più accettato, il modello ΛCDM (Lambda-Cold Dark Matter). Secondo questa teoria, l’universo primordiale non era perfettamente uniforme. Piccolissime differenze di densità, amplificate dalla gravità nel corso di miliardi di anni, hanno dato origine a una colossale rete a ragnatela. La materia si è aggregata lungo filamenti luminosi, formando ammassi e superammassi di galassie, lasciando tra di essi enormi regioni quasi vuote. Questi vuoti, spinti dall’espansione accelerata dell’universo (causata dall’energia oscura), diventano ancora più grandi e vuoti. Il Vuoto di Boote è semplicemente un caso eccezionale: un supervuoto nato dalla fusione di vuoti più piccoli.

Oggi sappiamo che non è completamente deserto. Al suo interno sono state individuate deboli tracce di materia e qualche filamento, come sentieri isolati in una pianura sterminata. Le poche galassie che lo abitano sono particolari: spesso più piccole e isolate, hanno conservato più gas per formare nuove stelle, non dovendo competere con vicine ingombranti. Se la Via Lattea si trovasse al centro del Vuoto di Boote, il nostro cielo notturno sarebbe spettrale, quasi privo delle luci delle galassie vicine che oggi ammiriamo.

Il Vuoto di Boote, quindi, non viola le leggi della fisica, ma ci spinge a comprenderle meglio. Grazie a grandi mappature come lo Sloan Digital Sky Survey, abbiamo capito che i vuoti sono una componente fondamentale dell’architettura cosmica. La loro esistenza viene confermata anche da effetti sottili, come il cosiddetto effetto Sachs-Wolfe integrato: la luce primordiale del Big Bang, attraversando un vuoto così grande, subisce una lievissima variazione di energia, un’impronta che i cosmologi cercano pazientemente nei dati.

Questi vuoti sono cruciali perché la loro dimensione, forma e quantità ci permettono di testare la validità del nostro modello cosmologico. Se fossero troppo grandi o numerosi, dovremmo rivedere le nostre idee sulla gravità e sull’energia oscura. Per ora, l’universo che osserviamo e quello simulato al computer sono incredibilmente simili. Il Vuoto di Boote resta un evento raro e spettacolare, ma perfettamente compatibile con un cosmo nato da fluttuazioni quantistiche e scolpito dalla gravità.

C’è infine un fascino quasi spirituale. In un’epoca in cui le immagini dei telescopi ci mostrano un cosmo brulicante di luci, scoprire una regione di quasi-silenzio ci ricorda che l’universo è fatto tanto di pieni quanto di vuoti, di presenza e di assenza. La bellezza del Vuoto di Boote risiede in questo magnifico equilibrio tra la rete luminosa della materia e l’oscurità che la definisce e la sostiene. La “Vela Nera” del cosmo non è una minaccia, ma una mappa che ci guida verso una comprensione più profonda dell’architettura dell’universo, dimostrando che persino nel nulla si nasconde una storia grandiosa.

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