Sembra una pagina di fantascienza, invece è storia pura. Alla fine degli anni ’80, in piena Guerra Fredda, una multinazionale di bibite gassate si ritrovò, almeno sulla carta, proprietaria di una flotta da guerra. La vicenda nasce da un problema molto concreto: il rublo sovietico non aveva alcun valore fuori dall’URSS e non poteva essere convertito in dollari. Per l’Occidente, era come moneta del Monopoli. Eppure, dietro la Cortina di Ferro, la Pepsi piaceva da impazzire.
Il primo assaggio risale al 1959, durante la grande esposizione americana a Mosca. In quei giorni, mentre Nixon e Krusciov davano vita al celebre “dibattito in cucina”, tra stand di elettrodomestici apparve anche una fontana di Pepsi. Le immagini dei leader sovietici che assaporavano un sorso di capitalismo liquido fecero il giro del mondo. Fu un colpo di genio. Nel 1972, Pepsi firmò un accordo epocale, diventando il primo grande marchio americano a produrre stabilmente in Unione Sovietica. Ma se i sovietici non potevano pagare in dollari, come si risolveva il problema? Con il più antico sistema del mondo: il baratto.
Per anni, l’URSS pagò la Pepsi con beni che l’azienda poteva poi rivendere in Occidente. All’inizio la scelta cadde sulla vodka Stolichnaya: Pepsi ne ottenne i diritti di distribuzione esclusiva negli Stati Uniti e, con i profitti, riequilibrava i conti. Un meccanismo semplice ed efficace. Ma con il cambiare dei venti politici, l’accordo andava rinnovato e ampliato. Nel 1989, per finanziare nuove fabbriche e un’espansione massiccia, l’offerta sovietica fu sbalorditiva: per saldare parte del valore, l’Unione Sovietica offrì una flotta militare dismessa, pronta per la demolizione.
Per un brevissimo periodo, i documenti di PepsiCo registrarono la proprietà di 17 sottomarini, un incrociatore, una fregata e un cacciatorpediniere. Chiaramente, non erano mezzi operativi. Erano vecchi colossi d’acciaio destinati a diventare rottami. Il senso dell’operazione era puramente commerciale: trasformare navi inutili in metallo da vendere sul mercato internazionale, ottenendo così i dollari necessari a chiudere l’accordo. La flotta fu immediatamente girata a una società norvegese specializzata in smantellamenti navali.
Fu in quel momento che nacque la battuta, fulminante, del CEO di Pepsi, Donald Kendall. Parlando con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano, scherzò: “Stiamo disarmando l’Unione Sovietica più in fretta di voi!”. Per qualche giorno, contando solo il numero di scafi, PepsiCo si era ritrovata con la sesta flotta navale più grande del mondo.
Dietro l’aneddoto, si nasconde una potente lezione di economia. Quando le monete non possono comunicare, a parlare sono le cose. In molti paesi con valute bloccate, i grandi contratti venivano regolati con baratti moderni, chiamati “compensazioni”. Legname, petrolio, macchinari: tutto poteva diventare merce di scambio. Le aziende occidentali non cercavano armi, ma semplicemente un modo per essere pagate.
Questa storia stupisce perché mostra come la geopolitica si intrecci con i dettagli più quotidiani. Una lattina di bibita finisce per essere collegata a sottomarini smantellati in un cantiere nordico. Un accordo commerciale rivela la debolezza di un intero sistema economico. Una scelta di marketing, nata con un assaggio a una fiera, si trasforma in un capolavoro di creatività economica.
E dopo? La flotta fu demolita, la Pepsi continuò la sua espansione, ma presto tutto cambiò. Arrivò il crollo del 1991, l’apertura dei mercati, la convertibilità del rublo. I baratti su larga scala persero di significato. Ma l’episodio rimase impresso nella storia, a dimostrazione che quando le regole bloccano gli scambi, l’ingegno trova sempre un modo per superarli. E a volte, per spiegare la Guerra Fredda, basta il racconto di una Pepsi e di una flotta che non salpò mai.
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