Civita di Bagnoregio, la città che muore: la visione del sindaco che ha salvato il borgo sospeso nel tempo

C’è un luogo in Italia che sembra sospeso tra cielo e terra, un borgo che per secoli ha sfidato la gravità, il tempo e l’abbandono. È Civita di Bagnoregio, nella Tuscia laziale, ed è conosciuta in tutto il mondo come la città che muore. Un nome suggestivo, ma nato da una realtà concreta: il terreno di tufo su cui sorge il paese è fragile e viene eroso lentamente dal vento e dall’acqua, causando frane continue e un progressivo isolamento.

Fondata oltre 2500 anni fa dagli Etruschi, Civita è stata per secoli un centro vivo. Durante l’epoca romana e medievale ha ospitato famiglie, botteghe artigiane, scuole e una vita comunitaria intensa. Col tempo però la natura ha iniziato a presentare il conto. Terremoti, smottamenti e crolli hanno reso sempre più difficile vivere sullo sperone di roccia. A partire dal Medioevo, e poi in modo più marcato tra Ottocento e Novecento, molti abitanti hanno lasciato il borgo per trasferirsi a valle, nel vicino centro di Bagnoregio.

Alla metà del Novecento Civita contava pochissimi residenti, spesso anziani. Sembrava destinata a diventare un luogo fantasma, visitato solo da studiosi o da pochi curiosi. Molti pensavano che la sua fine fosse inevitabile. Ma proprio quando tutto sembrava perduto, è arrivata una scelta decisiva. Nei primi anni Duemila, l’amministrazione comunale di Bagnoregio ha deciso di non arrendersi. Il sindaco e il Comune hanno scelto di investire su Civita, non per fermare la natura, ma per conviverci in modo intelligente.

Sono stati coinvolti geologi, ingegneri e storici per studiare il territorio, monitorare l’erosione e mettere in sicurezza le parti più fragili. Le pareti di tufo sono state consolidate, molti edifici restaurati nel rispetto dell’architettura originale, e il borgo è stato protetto da interventi invasivi. L’obiettivo non era trasformarlo, ma conservarlo.

Una delle scelte più importanti è stata l’introduzione di un contributo di accesso per i visitatori. Attraversare il lungo ponte pedonale che collega Civita al resto del mondo non è più solo un gesto simbolico, ma anche un modo concreto per sostenere il borgo. I fondi raccolti vengono utilizzati per la manutenzione, il restauro delle abitazioni, la sicurezza del territorio e la tutela del paesaggio. Una decisione discussa, ma che ha trasformato il turismo da rischio a risorsa.

Oggi Civita di Bagnoregio è un esempio reale di resilienza. Non è un museo a cielo aperto e nemmeno un parco tematico. È un luogo autentico, fragile, abitato e vissuto. Nei suoi vicoli silenziosi si incontrano giardini curati, archi medievali, piazzette che raccontano secoli di storia. Il ponte diventa un passaggio simbolico: passo dopo passo si lascia alle spalle il rumore moderno e si entra in una dimensione più lenta, quasi fuori dal tempo.

La rinascita di Civita ha attirato l’attenzione internazionale. Fotografi, scrittori e ricercatori la studiano come modello di tutela dei borghi storici. È spesso citata tra i luoghi più affascinanti d’Italia ed è candidata a diventare Patrimonio dell’Umanità UNESCO, non solo per la sua bellezza, ma per il messaggio che rappresenta.

La verità più sorprendente è che Civita non è stata salvata contro la natura, ma insieme alla natura. Il tufo continuerà a consumarsi, lentamente, e nessuno lo nasconde. Ma proprio questa consapevolezza ha reso il progetto credibile e duraturo. Il paese che non voleva morire ha accettato la propria fragilità e l’ha trasformata in forza. Oggi Civita di Bagnoregio non scivola più verso l’oblio, ma resta in equilibrio, sospesa tra memoria e futuro.

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