L’8 maggio 1978, alle 13:15 ora locale, due alpinisti calpestano il punto più alto della Terra. Per la prima volta nella storia, lo fanno senza ossigeno supplementare. Si chiamano Reinhold Messner e Peter Habeler. Quel giorno cambia per sempre il modo in cui l’uomo concepisce i propri limiti fisiologici e la stessa idea di alpinismo himalayano. Quasi cinquant’anni dopo, l’impresa rimane uno dei momenti chiave della storia dell’esplorazione moderna.
Un’idea considerata impossibile
Negli anni Settanta la comunità scientifica era quasi unanime: l’organismo umano non poteva sopportare l’altitudine della cima dell’Everest — 8.848 metri — senza un apporto artificiale di ossigeno. Studi medici parlavano di rischi neurologici irreversibili, cecità, danni cerebrali permanenti. Sir Edmund Hillary, primo conquistatore della vetta nel 1953, lo aveva fatto con bombole. Tutte le successive ascensioni avevano seguito quello standard.
Messner e Habeler, alpinisti di scuola tirolese, contestavano quella certezza. Avevano già scalato in stile alpino — leggero, veloce, senza campi attrezzati — diverse vette di ottomila metri, tra cui l’Hidden Peak nel 1975 senza ossigeno. Per loro, l’Everest era il passo successivo.
La scuola di Reinhold Messner
Nato nel 1944 a Bressanone, in Alto Adige, Reinhold Messner cresce arrampicando sulle Dolomiti. La sua filosofia è chiara: meno equipaggiamento, più rispetto della montagna. Considera l’uso di ossigeno e corde fisse una forma di doping che falsifica l’esperienza dell’alta quota. «Se non puoi salire una montagna con i tuoi mezzi, non sei pronto per quella montagna», ha ripetuto in più interviste. È una posizione che lo metterà spesso in conflitto con la comunità alpinistica tradizionale, ma che ridefinirà le regole del gioco.

Peter Habeler: il compagno discreto
Spesso ricordato come «l’altro», Peter Habeler — austriaco, nato nel 1942 in Tirolo — fu in realtà il compagno tecnicamente decisivo dell’impresa. Guida alpina di mestiere, esperto di arrampicata su ghiaccio, era già stato sull’Hidden Peak con Messner e con Doug Scott aveva firmato salite leggendarie sulle Alpi. Il suo libro Lo sfidante solitario, pubblicato dopo la spedizione, racconta dall’interno la fatica, la paura, il dubbio costante che il proprio cervello stesse cedendo all’ipossia.
La spedizione austriaca del 1978
La salita avvenne nell’ambito di una spedizione austriaca guidata da Wolfgang Nairz, partita per la classica via del Colle Sud. La squadra contava di portare in vetta diversi alpinisti con il metodo tradizionale, ma Messner e Habeler avevano un piano parallelo: tentare la cima senza ossigeno, partendo dal Campo IV a 7.986 metri.
Le condizioni meteo dell’8 maggio non furono ideali. Vento forte, nuvole basse, temperature attorno ai meno trentacinque gradi. I due partirono molto presto, salirono lungo lo sperone sud-est, raggiunsero il South Summit, percorsero la traversa esposta sotto la cima e affrontarono l’ultimo gradino conosciuto come «Hillary Step». Salirono in tre giorni dal campo base avanzato alla cima.
Cosa accade al corpo umano oltre gli 8.000 metri
Sopra gli ottomila metri ci si trova nella «zona della morte». L’ossigeno disponibile è circa un terzo di quello presente al livello del mare. Il cuore può battere oltre i 140 colpi al minuto a riposo, i muscoli perdono fino al 5% di massa al giorno, il sangue si addensa, le funzioni cognitive degradano rapidamente. La memoria si frammenta, la percezione del tempo si distorce, le decisioni diventano lente. Anche con ossigeno supplementare, gli alpinisti sopportano questa quota per poche ore.
Senza ossigeno, ogni passo richiede dieci, quindici respiri. Habeler racconterà di aver impiegato un’ora per percorrere ottanta metri vicino alla cima. Messner descriverà allucinazioni: gli sembrava di vedere un compagno fantasma camminare al suo fianco.

Cosa successe in vetta
Habeler raggiunse la cima per primo, alle 13:15. Messner pochi minuti dopo. Restarono in cima meno di un’ora, scattando alcune fotografie e srotolando piccole bandiere. La discesa fu rapida e drammatica: Habeler, preoccupato per i danni cerebrali, scelse di scendere quasi correndo, perdendo l’equilibrio in più punti, riportando lievi congelamenti ma raggiungendo il Campo IV in tempi record. Messner restò più indietro, sopraffatto dalla stanchezza ma sostanzialmente illeso.
Sotto, al Campo Base, la spedizione festeggiò ma con sospetto. Diversi membri non credevano che fosse stata davvero un’ascesa senza ossigeno. Sarebbe servita la documentazione fotografica, le testimonianze, il referto medico postumo per zittire le voci.
Le critiche e le polemiche
Per anni alcuni alpinisti, in particolare nell’ex Unione Sovietica, sostennero che fosse impossibile aver raggiunto la cima senza supporto e che le bombole fossero state utilizzate di nascosto. Studi medici successivi e la successiva impresa di Messner del 1980 — la prima salita solitaria all’Everest, di nuovo senza ossigeno — chiusero il dibattito. La fisiologia umana, in soggetti perfettamente acclimatati e geneticamente fortunati, può sostenere quei valori per un tempo limitato.
Le conseguenze sull’alpinismo mondiale
L’impresa dell’8 maggio 1978 inaugurò una nuova era. Nei decenni successivi, salire senza ossigeno divenne un parametro tecnico riconosciuto, un livello superiore. Oggi l’Eight Thousanders Club distingue tra chi ha salito i quattordici ottomila con ossigeno e chi senza. Solo un piccolo gruppo di alpinisti — meno di cinquanta in tutto il mondo — ha completato tutti i quattordici senza supporto.
Il dopo: Messner protagonista del XXI secolo
Dopo il 1978 Messner ha continuato a fare storia: prima ascesa solitaria all’Everest nel 1980, primo a salire tutti i quattordici ottomila (1986), traversata in solitaria dell’Antartide a piedi (1989-1990). Ha fondato un sistema di musei in Alto Adige — i Messner Mountain Museum — diventati riferimento culturale internazionale per la storia dell’alpinismo. È stato anche europarlamentare per i Verdi tra il 1999 e il 2004.

L’eredità tecnica
L’attenzione al peso, alla velocità di salita, alle finestre meteorologiche brevi, all’acclimatazione corretta: tutto quello che oggi è la dottrina dell’alpinismo himalayano d’avanguardia nasce da quella stagione. La scelta di salire in stile alpino, senza campi attrezzati e bombole, ha permesso a generazioni successive di affrontare pareti che con i metodi tradizionali — spedizioni di decine di persone — sarebbero state impraticabili. Tomo Česen, Erhard Loretan, Krzysztof Wielicki, Anatoli Boukreev hanno proseguito quella strada.
Il dibattito etico ancora aperto
Negli ultimi anni, con la commercializzazione dell’Everest e il sovraffollamento della via normale — file di clienti paganti accompagnati da sherpa con ossigeno — il valore dell’impresa di Messner e Habeler è tornato al centro del dibattito. Per molti, scalare l’Everest oggi non significa più nulla se fatto con ossigeno e con corde fisse pre-installate. Per altri, ogni vetta è un risultato personale, indipendentemente dai mezzi. La frattura culturale aperta nel 1978 non si è mai richiusa.
Gli sherpa e la verità nascosta
Va ricordato che molti dei record di altitudine senza ossigeno conseguiti dagli alpinisti occidentali furono possibili grazie al lavoro silenzioso degli sherpa, popolazione tibetano-nepalese geneticamente adattata all’alta quota. Solo negli ultimi anni i loro risultati straordinari hanno cominciato a essere riconosciuti come imprese a sé stanti. Sherpa come Ang Rita — che ha salito l’Everest dieci volte senza ossigeno — sono finalmente entrati nei libri di storia dell’alpinismo.
Domande frequenti
Chi è stato il primo a salire l’Everest senza ossigeno?
Reinhold Messner e Peter Habeler raggiunsero la vetta dell’Everest senza ossigeno supplementare l’8 maggio 1978, nell’ambito di una spedizione austriaca guidata da Wolfgang Nairz.
Cos’è la zona della morte?
È la fascia altitudinale al di sopra degli 8.000 metri, dove la pressione parziale di ossigeno è così bassa che il corpo umano non riesce a recuperare energie e si deteriora rapidamente: ogni ora trascorsa lassù riduce le possibilità di sopravvivenza.
Perché l’impresa fu considerata impossibile?
La comunità scientifica degli anni Settanta riteneva che l’ipossia estrema della cima dell’Everest provocasse danni cerebrali irreversibili. Le ricerche successive hanno mostrato che alcuni soggetti, ben acclimatati, possono sopportare quei valori per poche ore.
Chi era Peter Habeler?
Alpinista austriaco nato nel 1942, guida alpina di Mayrhofen, era considerato uno dei migliori scalatori di ghiaccio della sua generazione. Dopo l’Everest si è dedicato all’insegnamento della tecnica alpina e ha continuato a scalare fino a età avanzata.
Cosa fa oggi Reinhold Messner?
Messner ha lasciato l’alpinismo estremo dopo aver completato i quattordici ottomila. Oggi gestisce il sistema Messner Mountain Museum in Alto Adige, scrive libri e partecipa a conferenze internazionali sulla storia dell’esplorazione.
L’Everest è ancora un’impresa o è diventato turismo?
Oggi la via normale è frequentata ogni stagione da centinaia di clienti paganti, accompagnati da sherpa con ossigeno e infrastrutture pre-installate. Il dibattito sull’autenticità delle moderne ascensioni resta aperto: salire senza ossigeno e senza supporto continua a essere considerato il riferimento d’élite.
Fonti: Wikipedia — Reinhold Messner, archivi della spedizione austriaca 1978. Per altre imprese che hanno cambiato la nostra percezione dei limiti umani, leggi anche il giorno in cui il vaiolo fu sconfitto.
