Sergei Krikalev, il cosmonauta rimasto nello spazio mentre crollava l’URSS: la storia dell’ultimo cittadino sovietico

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Ci sono storie vere che sembrano uscite da un romanzo di fantascienza. Una di queste ha come protagonista Sergei Krikalev, cosmonauta sovietico che partì per lo spazio come cittadino dell’Unione Sovietica e tornò sulla Terra trovando un mondo completamente diverso. Quando lasciò il pianeta, il suo paese esisteva ancora. Quando rientrò, dopo 311 giorni in orbita, l’URSS era scomparsa dalle mappe. Per questo viene ricordato come l’ultimo cittadino sovietico.

Un lancio come tanti, almeno all’inizio

Nel maggio del 1991 Sergei Krikalev decollò a bordo della Soyuz TM-12 diretto verso la stazione spaziale Mir. La missione, almeno sulla carta, era del tutto normale: esperimenti scientifici, manutenzione della stazione e vita quotidiana in assenza di gravità. Krikalev non era un principiante. Aveva già esperienza nello spazio e conosceva bene le difficoltà fisiche e psicologiche delle missioni di lunga durata.

Sulla Terra, però, la situazione stava peggiorando rapidamente. L’Unione Sovietica era attraversata da una crisi politica ed economica profonda. Dalla Mir, che orbitava a circa 400 chilometri di altezza, tutto questo sembrava lontano, quasi irreale.

Bloccato nello spazio mentre il mondo cambiava

Il piano prevedeva che Krikalev rientrasse dopo alcuni mesi. Ma il collasso dell’URSS complicò ogni cosa. Le strutture di comando si stavano dissolvendo, mancavano fondi, e le priorità politiche erano ormai concentrate sulla sopravvivenza degli stati che stavano nascendo dalle ceneri dell’Unione Sovietica.

Non c’erano abbastanza risorse per organizzare un rientro anticipato o per addestrare in fretta un sostituto. Così Sergei rimase a bordo della Mir, continuando a orbitare attorno alla Terra 16 volte al giorno, mentre sotto di lui i confini cambiavano, i governi cadevano e un’intera nazione cessava di esistere.

La vita quotidiana sulla Mir

Nonostante la situazione surreale, Krikalev continuò a svolgere il suo lavoro con grande professionalità. Ogni giorno faceva esercizio fisico per evitare la perdita di massa muscolare, eseguiva esperimenti scientifici e si occupava della manutenzione della stazione.

Le comunicazioni con il centro di controllo erano irregolari e le notizie arrivavano a pezzi: scioperi, crisi economiche, il tentato colpo di Stato dell’agosto 1991 e infine la notizia più sconvolgente, la dissoluzione ufficiale dell’URSS nel dicembre dello stesso anno. In un certo senso, Sergei stava vivendo sospeso nel tempo, mentre il futuro prendeva forma senza di lui.

Il ritorno su una Terra irriconoscibile

Nel marzo del 1992, dopo 311 giorni nello spazio, Krikalev tornò finalmente sulla Terra. L’atterraggio avvenne come sempre nelle steppe del Kazakistan, in un paesaggio freddo e innevato. Quando uscì dalla capsula con i piedi affondati nella neve, si rese conto che non stava semplicemente tornando da una missione spaziale.

Non era più cittadino dell’Unione Sovietica, perché l’Unione Sovietica non esisteva più. Anche la sua città natale aveva cambiato identità: Leningrado era tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Fu accolto come un eroe, ma anche come un uomo che aveva attraversato la storia senza muoversi dalla sua orbita.

Una storia che unisce spazio e umanità

La vicenda di Sergei Krikalev colpisce perché unisce scienza, storia e vita reale. Dimostra che l’esplorazione spaziale non è mai separata dalla politica e dall’economia. Krikalev non fu davvero abbandonato nello spazio, ma visse una delle esperienze più strane mai accadute a un essere umano: partire da un paese e tornare in un altro senza aver mai lasciato il cielo.

Dopo questa missione continuò la sua carriera, diventando uno dei cosmonauti più esperti di sempre e partecipando anche ai programmi spaziali internazionali. La sua storia resta un simbolo potente: mentre la Terra cambia in modo imprevedibile, lo spazio rimane silenzioso sopra di noi, ricordandoci quanto il nostro mondo sia fragile e sorprendente.