Nel buio assoluto degli abissi, a oltre duemila metri di profondità, vive un piccolo animale che ha fatto del calore estremo la sua casa. Si chiama verme di Pompei e prospera proprio dove quasi ogni altra forma di vita morirebbe: aggrappato alle bocche vulcaniche del fondale oceanico, dove l’acqua sgorga rovente e carica di minerali. È considerato uno degli animali complessi più resistenti al calore conosciuti sul nostro pianeta.
Chi è il verme di Pompei
Il verme di Pompei è un anellide marino il cui nome scientifico è Alvinella pompejana. Appartiene alla stessa grande famiglia dei comuni lombrichi e dei vermi policheti, ma vive in un mondo che con la superficie non ha quasi nulla in comune. Misura circa dieci centimetri di lunghezza, ha un corpo grigiastro e una vistosa appendice rossa sul capo, formata da branchie ben sviluppate.
Il suo nome non è casuale. Gli scienziati lo battezzarono in onore dell’antica città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio, perché questo animale vive immerso in un ambiente fatto di vapori e minerali bollenti, proprio come quello che travolse Pompei nel 79 d.C. La differenza è che il verme, a quelle condizioni infernali, non solo sopravvive: ci sta benissimo.
Dove vive: le fumarole oceaniche
L’habitat del verme di Pompei sono le cosiddette fumarole oceaniche, conosciute anche come camini idrotermali o “fumatori neri”. Si tratta di spettacolari strutture minerali che si formano lungo le dorsali oceaniche, le grandi catene montuose sommerse dove la crosta terrestre si separa e il magma si avvicina alla superficie del fondale.
In questi punti l’acqua di mare penetra nelle fratture della roccia, viene riscaldata dal magma fino a temperature elevatissime e risale carica di zolfo, ferro e altri minerali. Al contatto con l’acqua gelida dell’abisso, questi minerali precipitano e costruiscono camini che possono raggiungere diversi metri di altezza. È su queste pareti che il verme di Pompei costruisce i suoi tubi protettivi.

Un mondo senza luce solare
La scoperta delle fumarole oceaniche, avvenuta nel 1977 al largo delle Galápagos, rivoluzionò la biologia. Fino ad allora si pensava che ogni catena alimentare dipendesse dal Sole. Qui, invece, la luce non arriva mai. Alla base di tutto c’è la chemiosintesi: batteri capaci di ricavare energia dai composti dello zolfo, anziché dalla luce. Su quei batteri si regge un intero ecosistema di gamberi, granchi, molluschi e vermi giganti, tra cui spicca proprio Alvinella pompejana.
Quanto calore sopporta davvero
È qui che il verme di Pompei diventa un caso da record. L’animale costruisce il proprio tubo direttamente sulle pareti dei camini, in un punto dove si crea un gradiente di temperatura impressionante lungo pochi centimetri.
La coda, infilata nella parte più profonda e calda del tubo, può essere esposta a temperature che secondo alcune misurazioni superano gli 80 gradi, anche se il dato resta dibattuto tra gli studiosi. La testa, invece, sporge verso l’acqua più fredda, attorno ai 20 gradi. In pratica lo stesso animale vive contemporaneamente con due estremità a temperature radicalmente diverse: una situazione che per la maggior parte degli esseri viventi sarebbe semplicemente impossibile.
Le proteine che non si “cuociono”
Per resistere a questo stress, il verme possiede proteine e un collagene particolarmente stabili al calore, che non si degradano alle alte temperature come accadrebbe a quelli della maggior parte degli animali. Proprio per questo i ricercatori studiano da anni le sue molecole: capire come funzionano potrebbe avere ricadute interessanti in campo biotecnologico e medico.
Un mantello di batteri sulla schiena
Il verme di Pompei non affronta da solo questo ambiente ostile. Sul dorso ospita una fitta pelliccia di batteri filamentosi, organismi con cui vive in simbiosi. Questo “mantello” microbico, spesso fino a un centimetro, sembra avere più funzioni: contribuirebbe a proteggere l’animale dal calore e dalle sostanze tossiche, e potrebbe persino fornirgli nutrimento.
In cambio, il verme offre ai batteri una superficie su cui crescere e il flusso costante di sostanze chimiche che escono dalla fumarola. È un esempio affascinante di come, negli abissi, la collaborazione tra specie diverse sia spesso la chiave della sopravvivenza, esattamente come accade per altri organismi estremofili come il tardigrado, l’orso d’acqua quasi immortale.

Come fa a respirare e a nutrirsi
La vistosa appendice rossa sul capo del verme è un apparato branchiale molto efficiente, che gli permette di estrarre l’ossigeno da un’acqua che ne contiene pochissimo e che è satura di sostanze normalmente velenose, come l’idrogeno solforato. Il colore rosso è dovuto a pigmenti respiratori speciali, adattati a legare l’ossigeno in condizioni proibitive.
Per quanto riguarda il cibo, oltre al possibile contributo dei batteri simbionti, il verme si nutre del materiale organico e microbico che si deposita attorno alle bocche idrotermali. Vive insomma completamente immerso nel ciclo chimico della fumarola, dalla nascita fino alla morte.
Perché gli scienziati lo studiano
Il verme di Pompei è molto più di una curiosità da documentario. Studiarlo significa capire fino a che punto la vita complessa possa spingersi e con quali strategie. Le sue proteine termostabili interessano chi sviluppa enzimi industriali; il suo rapporto con i batteri aiuta a comprendere le simbiosi estreme; la sua biologia offre indizi preziosi anche all’astrobiologia.
Se infatti la vita sulla Terra prospera nel buio totale, senza Sole e a temperature da forno, allora è ragionevole immaginare che forme di vita possano esistere anche negli oceani sotterranei di lune ghiacciate come Europa o Encelado. In questo senso, un piccolo verme degli abissi diventa una finestra su mondi lontanissimi.
Un simbolo della resilienza della vita
Difficile da osservare, impossibile da allevare facilmente in laboratorio per via delle condizioni in cui vive, il verme di Pompei resta uno degli animali più sorprendenti del pianeta. Ci ricorda che la vita non occupa soltanto gli spazi comodi e illuminati, ma colonizza anche i luoghi più estremi, trasformando ciò che sembra una minaccia mortale in una risorsa. Per approfondire la sua biologia è possibile consultare la scheda scientifica dedicata ad Alvinella pompejana.

Domande frequenti sul verme di Pompei
Perché si chiama verme di Pompei?
Il nome è un omaggio all’antica città di Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio. Come gli abitanti di quella città vissero immersi in cenere e vapori vulcanici, così questo verme vive in un ambiente fatto di acque bollenti e minerali, vicino alle bocche vulcaniche del fondale oceanico.
A quali temperature vive il verme di Pompei?
Il verme vive in un forte gradiente termico: la testa resta nell’acqua più fredda, attorno ai 20 gradi, mentre la coda è esposta a temperature molto più alte, che secondo alcune misurazioni possono superare gli 80 gradi. Il valore preciso è ancora oggetto di studio.
Dove si trova in natura?
Vive nelle profondità dell’Oceano Pacifico, lungo le dorsali oceaniche, in particolare sulla cosiddetta dorsale del Pacifico orientale, a oltre duemila metri di profondità, accanto alle fumarole idrotermali.
Di cosa si nutre se non c’è luce?
L’ecosistema delle fumarole non dipende dal Sole ma dalla chemiosintesi: alcuni batteri ricavano energia dai composti dello zolfo. Il verme si nutre di materiale microbico e organico e trae probabilmente beneficio anche dai batteri che ospita sul dorso.
È pericoloso per l’uomo?
No. Il verme di Pompei vive a profondità irraggiungibili senza sommergibili speciali e non ha alcun contatto con l’uomo. Non rappresenta in alcun modo una minaccia.
Perché è importante studiarlo?
Le sue proteine resistenti al calore e la sua simbiosi con i batteri interessano la biotecnologia e la medicina, mentre la sua capacità di vivere in condizioni estreme offre indizi utili anche alla ricerca di vita su altri mondi.