Amnesia infantile: perché non ricordiamo i primi anni

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Prova a pensare al tuo primo ricordo. Quasi certamente risale ai tre, quattro o cinque anni: prima di quell’età, il vuoto. Eppure da neonati abbiamo imparato una quantità enorme di cose, dai volti alle prime parole. Perché allora non ricordiamo nulla dei nostri primissimi anni di vita? Il fenomeno ha un nome — amnesia infantile — e la scienza sta ancora cercando di spiegarlo del tutto.

Qual è il tuo primo ricordo?

È un piccolo esperimento che puoi fare subito: risali al ricordo più antico che possiedi. Nella grande maggioranza delle persone, questo primo frammento si colloca intorno ai tre anni e mezzo, e i ricordi diventano davvero continui e strutturati solo verso i sei-sette anni. Tutto ciò che è avvenuto prima resta, per la nostra memoria cosciente, quasi completamente inaccessibile.

Che cos’è l’amnesia infantile

Con “amnesia infantile” (o “amnesia dell’infanzia”) si indica proprio l’incapacità, da adulti, di ricordare gli eventi dei primi due-tre anni di vita e la scarsità di ricordi fino ai sei-sette. È un fenomeno universale, che riguarda tutti gli esseri umani a prescindere dalla cultura, e non va confuso con una patologia: è del tutto normale.

Bambino piccolo che esplora il mondo con curiosità
In media il primo ricordo cosciente risale a circa tre anni e mezzo di età.

Non è che non succedesse nulla

L’aspetto più curioso è che nei primi anni di vita il cervello è iperattivo e apprende a ritmi impressionanti. Un bambino piccolo riconosce la madre, impara a camminare, acquisisce il linguaggio, sviluppa preferenze ed emozioni. Le esperienze, insomma, ci sono eccome. Il problema non è la loro assenza, ma il fatto che i ricordi espliciti di quei momenti non riescono a fissarsi in modo duraturo.

Freud e la scoperta del fenomeno

Il primo a dare un nome all’amnesia infantile fu Sigmund Freud, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il padre della psicoanalisi la interpretava come una rimozione di contenuti legati alla prima infanzia. Oggi le sue spiegazioni sono state ampiamente superate, ma il termine è rimasto e il fenomeno è diventato uno dei grandi enigmi delle neuroscienze della memoria.

Perché dimentichiamo: le spiegazioni della scienza

Non esiste una sola causa: gli scienziati ritengono che concorrano più fattori, complementari tra loro.

Un cervello ancora in costruzione

Le strutture cerebrali che ci permettono di formare ricordi autobiografici — in particolare l’ippocampo e la corteccia prefrontale — sono ancora immature nei primi anni. I circuiti che “archiviano” gli episodi della nostra vita non sono ancora pienamente operativi.

La neurogenesi che “sovrascrive”

Nei primi anni l’ippocampo produce nuovi neuroni a un ritmo elevatissimo. Alcuni studi, condotti soprattutto sui topi, suggeriscono che questa continua costruzione di nuovi circuiti possa interferire con i ricordi già formati, un po’ come riscrivere di continuo sopra un vecchio nastro. La grande plasticità che ci fa imparare in fretta potrebbe quindi essere anche ciò che cancella i primi ricordi.

Il ruolo del linguaggio e del senso di sé

La memoria autobiografica ha bisogno di parole e di un “io” a cui ancorare i ricordi. Prima di sviluppare il linguaggio e una piena consapevolezza di sé — cose che maturano intorno ai due-tre anni — codifichiamo le esperienze in un modo diverso, difficile da recuperare in seguito con il pensiero verbale dell’adulto.

Mani di un neonato: i primi anni sono quelli che non ricordiamo
L'ippocampo immaturo e l'intensa neurogenesi rendono fragili i ricordi dei primi anni.

I ricordi ci sono ma non li troviamo?

La ricerca più recente sta ribaltando in parte la prospettiva. Studi di neuroimaging condotti su bambini molto piccoli hanno mostrato che l’ippocampo dei neonati è in grado di codificare informazioni già intorno all’anno di vita. Questo suggerisce che il problema non sia sempre la mancata formazione del ricordo, ma spesso la sua irrecuperabilità: le tracce potrebbero esistere, ma da adulti non disponiamo più della “chiave” giusta per riaprirle. È la differenza, in gergo, tra un problema di codifica e uno di recupero.

Ciò che invece non dimentichiamo

Attenzione, però: non tutto svanisce. La cosiddetta memoria implicita — quella delle abilità e delle associazioni — resiste benissimo. La lingua madre, il modo di camminare, certe reazioni emotive e preferenze acquisite da piccolissimi restano con noi per tutta la vita, anche se non ricordiamo il momento in cui le abbiamo apprese. È un po’ come vedere gli effetti senza ricordarne la causa, un fenomeno percettivo curioso quanto quello per cui vediamo le stelle quando ci strofiniamo gli occhi.

Differenze culturali nei primi ricordi

Un dettaglio affascinante: l’età del primo ricordo non è identica ovunque. Le ricerche mostrano che varia in base alla cultura e al modo in cui, in famiglia, si parla del passato. Nelle culture che incoraggiano il racconto dettagliato delle esperienze i primi ricordi tendono a essere più precoci, mentre altrove compaiono più tardi. Segno che anche il linguaggio e le abitudini familiari plasmano la nostra memoria. Puoi approfondire il quadro complessivo sulla voce enciclopedica dedicata all’amnesia infantile.

Bambino che gioca all'aperto durante la prima infanzia
Non ricordiamo i primi passi, ma è proprio in quegli anni che impariamo di più.

Un vuoto che ci ha resi quello che siamo

L’amnesia infantile ci lascia con un paradosso affascinante: gli anni di cui non conserviamo alcun ricordo cosciente sono anche quelli in cui abbiamo imparato di più e siamo cambiati più rapidamente. Non ricordiamo i nostri primi passi, ma è grazie a quei passi che oggi camminiamo. Il vuoto della memoria, in fondo, è pieno di tutto ciò che ci ha costruiti.

Domande frequenti sull’amnesia infantile

Che cos’è l’amnesia infantile? È la normale incapacità, da adulti, di ricordare gli eventi dei primi anni di vita, in particolare prima dei tre anni.

A che età risale il primo ricordo? In media intorno ai tre anni e mezzo, con ricordi continui che compaiono verso i sei-sette anni.

È una malattia? No, è un fenomeno del tutto normale e universale, non una patologia.

Perché non ricordiamo se da piccoli impariamo tanto? Perché le esperienze ci sono, ma il cervello ancora immaturo e la mancanza di linguaggio impediscono ai ricordi espliciti di fissarsi o di essere recuperati.

Chi ha studiato per primo il fenomeno? Il termine fu coniato da Sigmund Freud, anche se le sue spiegazioni sono oggi superate.

I ricordi di quel periodo sono persi per sempre? Alcune ricerche recenti indicano che le tracce potrebbero esistere ma risultare irrecuperabili da adulti, più che essere del tutto assenti.