Cinque cose sorprendenti sugli oranghi, i primati della foresta

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Con il loro sguardo intenso e i lunghi arti rossastri, gli oranghi sono tra i primati più affascinanti del pianeta. Vivono tra gli alberi delle foreste tropicali del Sud-est asiatico e condividono con noi una parte sorprendente del patrimonio genetico. Scopriamo cinque cose sorprendenti su questi grandi primati, veri e propri “abitanti della foresta”.

Chi sono gli oranghi

Gli oranghi sono grandi scimmie antropomorfe che vivono esclusivamente nelle foreste pluviali delle isole del Borneo e di Sumatra. Insieme a gorilla, scimpanzé e bonobo, appartengono alla famiglia dei grandi primati, i nostri parenti più stretti nel regno animale.

Il loro nome deriva dal malese e significa letteralmente “uomo della foresta”, un’espressione che racconta bene il legame profondo di questi animali con il loro ambiente. Trascorrono infatti gran parte della vita sospesi tra i rami.

1. Il loro nome significa “persona della foresta”

La parola orango nasce dall’unione di due termini malesi, “orang” (persona) e “hutan” (foresta). Non è un caso: osservandoli mentre si muovono con delicatezza tra gli alberi o mentre usano oggetti con le mani, è facile cogliere quella somiglianza che ha colpito le popolazioni locali da secoli.

Questo nome riflette anche il rispetto che molte culture del Sud-est asiatico hanno tradizionalmente nutrito verso questi animali.

Primo piano del volto espressivo di un orango
Gli oranghi condividono con noi circa il 97% del patrimonio genetico.

2. Condividono gran parte del DNA con noi

Gli oranghi condividono con l’essere umano circa il 97% del patrimonio genetico. Questa vicinanza si riflette non solo nell’aspetto, ma anche in molti comportamenti: la cura prolungata dei piccoli, l’espressività del volto e una notevole capacità di apprendimento.

Studiare gli oranghi aiuta gli scienziati a comprendere meglio anche l’evoluzione della nostra specie e le origini di alcune capacità cognitive.

3. Sono maestri nell’uso di strumenti

Gli oranghi mostrano un’intelligenza notevole e sanno usare strumenti in natura. Alcuni impiegano rametti per estrarre semi o insetti, altri utilizzano foglie come guanti per maneggiare frutti spinosi o come ombrelli improvvisati durante la pioggia.

Questa capacità di adattare gli oggetti dell’ambiente ai propri bisogni è considerata un segno di grande flessibilità mentale, e viene trasmessa dai genitori ai piccoli attraverso l’osservazione.

Un apprendimento che passa di generazione in generazione

Diversi gruppi di oranghi mostrano comportamenti differenti a seconda della zona in cui vivono, un fenomeno che molti ricercatori interpretano come una forma di cultura appresa. Le tecniche per procurarsi il cibo, per esempio, possono variare da una popolazione all’altra.

Orango che si arrampica tra gli alberi della foresta pluviale
Sono i più arboricoli tra i grandi primati e costruiscono un nido quasi ogni notte.

4. Costruiscono un nuovo nido ogni notte

Sono i più arboricoli tra i grandi primati e trascorrono la maggior parte del tempo sugli alberi. Ogni sera costruiscono un nido intrecciando rami e foglie, in cui dormire al riparo. La cosa sorprendente è che ne realizzano uno nuovo quasi ogni notte.

Questa abitudine richiede abilità e conoscenza degli alberi: il nido deve essere solido, confortevole e ben posizionato. È una delle tante prove della loro ingegnosità.

5. Hanno l’infanzia più lunga del regno animale

Tra tutti i mammiferi, esclusa la specie umana, gli oranghi hanno uno dei periodi di dipendenza dalla madre più lunghi. I piccoli restano con lei anche sei o otto anni, imparando pazientemente tutto ciò che serve per sopravvivere nella foresta.

Durante questo lungo apprendistato la madre insegna quali frutti mangiare, come muoversi tra gli alberi e come costruire il nido. È un legame profondo e delicato.

Specie diverse e a rischio

Esistono tre specie di orango: quella del Borneo, quella di Sumatra e quella di Tapanuli, riconosciuta come specie a sé solo di recente. Purtroppo tutte e tre sono considerate in grave pericolo di estinzione, minacciate soprattutto dalla distruzione delle foreste in cui vivono.

La perdita dell’habitat, dovuta al disboscamento e all’espansione delle coltivazioni, riduce ogni anno gli spazi disponibili per questi animali. Proteggere le foreste tropicali significa anche proteggere loro.

Perché la loro tutela ci riguarda

Gli oranghi sono considerati una “specie ombrello”: tutelando il loro habitat si proteggono anche innumerevoli altre creature che condividono la stessa foresta. La loro sopravvivenza è quindi legata alla salute di interi ecosistemi.

Se ti interessano le storie di tutela di questi primati, puoi leggere anche il nostro articolo sui tre oranghi tornati liberi nel Borneo.

Foresta pluviale tropicale fitta e verde
Proteggere le foreste tropicali significa proteggere anche gli oranghi e il loro habitat.

Creature da conoscere e rispettare

Gli oranghi ci ricordano quanto sia ricca e sorprendente la vita sul nostro pianeta. La loro intelligenza, la cura dei piccoli e il legame con la foresta li rendono animali straordinari, che meritano di essere conosciuti e protetti. Per approfondire puoi consultare la voce dedicata su Wikipedia.

Domande frequenti sugli oranghi

Dove vivono gli oranghi?

Vivono esclusivamente nelle foreste pluviali delle isole del Borneo e di Sumatra, nel Sud-est asiatico.

Cosa significa la parola orango?

Deriva dal malese e significa “uomo della foresta”, dall’unione di “orang” (persona) e “hutan” (foresta).

Gli oranghi sanno usare strumenti?

Sì, usano rametti per procurarsi il cibo e foglie come guanti o riparo dalla pioggia, segno di grande intelligenza.

Quante specie di orango esistono?

Ne esistono tre: del Borneo, di Sumatra e di Tapanuli, quest’ultima riconosciuta come specie distinta solo di recente.

Perché gli oranghi sono a rischio?

Sono minacciati soprattutto dalla distruzione delle foreste in cui vivono, causata dal disboscamento e dall’espansione delle coltivazioni.

Quanto restano i piccoli con la madre?

I cuccioli possono restare con la madre anche sei o otto anni, uno dei periodi di dipendenza più lunghi del regno animale.