Usiamo la parola «tragedia» ogni volta che accade qualcosa di terribile. Eppure la sua origine è tanto antica quanto sorprendente: in greco antico significa, alla lettera, «canto del capro». Che cosa c’entra una capra con il teatro e con i drammi che ci commuovono da duemilacinquecento anni? La risposta ci porta nell’Atene delle feste in onore del dio del vino.
Che cosa significa oggi «tragedia»
Nel linguaggio comune la tragedia è un evento drammatico e doloroso: un incidente, una catastrofe, una perdita. Ma il termine nasce in ambito teatrale e indica un genere letterario ben preciso, quello dei grandi drammi in cui un protagonista, spesso nobile, va incontro a un destino avverso. È il teatro di autori come Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Prima ancora di essere un genere, però, «tragedia» è una parola. E come tutte le parole ha una storia, custodita nella sua etimologia.
«Canto del capro»: l’etimologia greca
Il termine deriva dal greco antico tragōidía (τραγῳδία), composto da due parole: trágos (τράγος), che significa «capro» o «becco», cioè il maschio della capra, e ōidḗ (ᾠδή), che significa «canto» o «ode». Messe insieme, danno letteralmente «canto del capro».
Da tragōidía si è passati al latino tragoedia e infine all’italiano «tragedia», mantenendo intatta, sotto la superficie, quella curiosa immagine animale.
Perché proprio un capro?
Qui gli studiosi si dividono. Non esiste una spiegazione unica e definitiva, ma diverse ipotesi, tutte legate al mondo religioso dell’antica Grecia.
Il coro dei satiri
Una prima teoria chiama in causa i satiri, creature mitologiche metà uomo e metà capra, compagni del dio Dioniso. I cori che cantavano alle origini del teatro potevano essere formati da uomini travestiti da satiri, vestiti con pelli di capra. Il «canto del capro» sarebbe dunque il canto di questi cori caprini.

Il capro come premio
Secondo un’altra spiegazione, molto citata, un capro sarebbe stato il premio assegnato al vincitore delle gare poetiche e teatrali. Chi componeva il canto migliore portava a casa l’animale: da qui «canto del capro», inteso come il canto che faceva vincere una capra.
Il capro sacrificato
Una terza ipotesi collega il termine al sacrificio: durante le celebrazioni un capro veniva offerto agli dei, e i canti accompagnavano il rito. Il «canto del capro» sarebbe allora quello intonato attorno all’animale sacrificale.
Dioniso e la nascita del teatro
Tutte queste ipotesi condividono uno sfondo comune: il culto di Dioniso, il dio del vino, dell’estasi e della vegetazione. La tragedia greca nasce infatti dalle cerimonie religiose in suo onore, e in particolare dal ditirambo, un canto corale che veniva eseguito durante le feste dionisiache.
Con il tempo, da quel canto collettivo si staccò una voce recitante, poi due, poi tre: era nato il dialogo teatrale. La tradizione attribuisce al poeta Tespi, nel VI secolo a.C., il passo decisivo di introdurre il primo attore che dialogava con il coro.
Le grandi feste di Atene
Le tragedie non erano semplici spettacoli, ma veri e propri eventi civili e religiosi. Ad Atene si rappresentavano durante le Grandi Dionisie, in un teatro all’aperto e davanti a migliaia di spettatori. Gli autori gareggiavano tra loro con trilogie di opere, e una giuria decretava il vincitore. Il teatro era così parte integrante della vita della città.

Tragedia e commedia: parole gemelle
La parola «commedia» ha una struttura simile: deriva da kōmos (κῶμος), la processione festosa e allegra, unita sempre a ōidḗ, il canto. Se la tragedia è il «canto del capro», la commedia è in origine il «canto del corteo festante». Due generi opposti nel tono, ma imparentati fin nel nome.
Una parola che attraversa i secoli
Dal V secolo a.C. a oggi, «tragedia» ha ampliato il suo significato: da genere teatrale è diventata sinonimo di sciagura nella lingua di tutti i giorni. Eppure, ogni volta che la pronunciamo, portiamo con noi l’eco di quei cori greci e di un misterioso capro. Le parole, del resto, custodiscono spesso storie inaspettate: basti pensare all’origine curiosa di un termine come serendipità, nato da una fiaba persiana. Per un’analisi puntuale del significato e dell’origine del termine si può consultare la voce sul Vocabolario Treccani.

Domande frequenti sull’etimologia di «tragedia»
Che cosa significa letteralmente «tragedia»?
Significa «canto del capro», dal greco trágos (capro) e ōidḗ (canto). È l’etimologia originaria del termine, poi passato al latino e all’italiano.
Perché la tragedia è legata a un capro?
Le ipotesi principali sono tre: i cori di uomini travestiti da satiri caprini, il capro come premio per il vincitore delle gare poetiche, oppure il capro sacrificato durante i riti in onore di Dioniso.
Dove è nata la tragedia?
Nell’antica Grecia, in particolare ad Atene, a partire dai canti corali (il ditirambo) delle feste religiose dedicate a Dioniso, il dio del vino.
Chi è considerato il primo autore di tragedie?
La tradizione attribuisce a Tespi, nel VI secolo a.C., l’introduzione del primo attore. Tra i grandi tragediografi successivi ci sono Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Che rapporto c’è tra tragedia e commedia?
Sono parole costruite allo stesso modo: la commedia deriva da kōmos (corteo festoso) e ōidḗ (canto). La tragedia è il «canto del capro», la commedia il «canto del corteo».
Perché oggi «tragedia» indica una disgrazia?
Perché il genere teatrale metteva in scena eventi dolorosi e destini avversi. Col tempo la parola ha esteso il suo significato fino a indicare, nel linguaggio comune, qualsiasi fatto catastrofico.