Perché non riesci a farti il solletico da solo

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Prova a farti il solletico sotto un piede: niente, nemmeno un sorriso. Il motivo è che il tuo cervello sa in anticipo cosa sentirai e abbassa il volume prima ancora che le dita arrivino.

Se lo chiedeva già Aristotele, e dopo di lui Charles Darwin. La risposta completa è arrivata solo alla fine del Novecento, da un laboratorio di Londra e da un paio di robot.

Il cervello che si fa lo spoiler

Ogni volta che muovi una mano, il cervello manda l’ordine ai muscoli e, nello stesso istante, ne spedisce una copia a una specie di ufficio previsioni. Quell’ufficio sta soprattutto nel cervelletto, la piccola massa rugosa appoggiata dietro la nuca. Il suo lavoro è calcolare cosa proverai: dove, quanto forte, in che momento.

Quando la sensazione vera arriva, il cervello la confronta con la previsione e sottrae la parte già attesa. Resta pochissimo. È come guardare un film horror sapendo esattamente quando salterà fuori il mostro: lo spavento si sgonfia.

Il solletico invece vive di sorpresa. Una mano estranea non manda nessuna copia al tuo ufficio previsioni, quindi ogni tocco arriva inatteso e a volume pieno. Per questo a volte basta vedere un amico avvicinarsi con le dita a uncino per ridere prima del contatto. Lo stesso trucco del cervello è quello che ti permette di muoverti senza pensarci.

Come si imbroglia il proprio cervello?

Alla fine degli anni Novanta Sarah-Jayne Blakemore, allora giovane ricercatrice allo University College London, con Daniel Wolpert e Chris Frith, costruì un esperimento quasi comico. I volontari muovevano con la mano sinistra un braccio robotico. Un secondo robot trasferiva quel movimento a un pezzetto di gommapiuma che strofinava il palmo della mano destra.

Senza ritardo, nessun solletico: il cervello riconosceva il gesto come proprio. Poi i ricercatori inserirono un piccolo sfasamento, fino a un quinto di secondo, più o meno la durata di un battito di ciglia. Più cresceva il ritardo, più il tocco diventava solleticoso. Succedeva lo stesso se il robot deviava il movimento di lato. Bastava rompere la previsione perché la propria mano tornasse a sembrare quella di un altro.

Nel 1998 lo stesso gruppo guardò dentro la testa dei volontari con la risonanza magnetica. Quando il tocco era autoprodotto, il cervelletto e le aree del tatto si accendevano meno.

Perché le spinte tra fratelli diventano sempre più forti?

Questo filtro ha un effetto collaterale che spiega molte liti. Nel 2003 Wolpert e colleghi fecero premere a turno due persone sul dito dell’altra, chiedendo a ciascuna di restituire esattamente la forza ricevuta. Il risultato fu una piccola escalation: a ogni turno la pressione cresceva. Nessuno barava. La propria spinta, attenuata dal cervello, sembrava più debole di quella ricevuta, e così ognuno premeva un po’ di più. «Hai cominciato tu e più forte» può essere la verità di entrambi.

Resta un dubbio onesto: nessuno sa ancora con certezza perché il solletico faccia ridere. Darwin lo accostava alle battute di spirito, che funzionano solo se sei di buon umore e se c’è un pizzico di imprevisto. Sulla prima parte, un indizio è arrivato dagli animali.

Anche i ratti soffrono il solletico

Nel 2016 Shimpei Ishiyama e Michael Brecht, all’Università Humboldt di Berlino, hanno fatto il solletico sulla pancia a dei ratti. Gli animali squittivano con suoni troppo acuti per le nostre orecchie e facevano saltelli di gioia. Quando li hanno messi su una piccola piattaforma rialzata, sotto una luce forte, hanno smesso di reagire. Niente buonumore, niente solletico, proprio come aveva intuito Darwin. Anche la risata umana segue regole simili.

Il dettaglio più tenero però è un altro. Finito il gioco, i ratti inseguivano la mano del ricercatore. Volevano il bis.

Fonti

Blakemore, Frith, Wolpert, Journal of Cognitive Neuroscience, 1999 (DOI 10.1162/089892999563607)
Blakemore, Wolpert, Frith, Nature Neuroscience, 1998: cancellazione centrale del solletico autoprodotto
Shergill, Bays, Frith, Wolpert, Science, 2003: l’escalation della forza
Ishiyama, Brecht, Science, 2016: il solletico nei ratti

Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2026