«Siate umili, che la vita fa molti giri» sembra una frase da bacheca di Facebook, ma è scolpita in pietra su una facciata di Verona da più di ottocento anni. Il rosone della basilica di San Zeno è una ruota vera e propria, e sopra ci gira un uomo che prima è re e poi non ha più niente.
L’idea che l’umiltà serva perché la fortuna gira è vecchissima. Nel Medioevo non era un consiglio da nonna: la scolpivano sulle chiese e la mettevano in musica.
Perché si dice «umile»?
La parola ha i piedi per terra, letteralmente. Umile viene dal latino humilis, che a sua volta viene da humus, la terra. Il vocabolario Treccani lo spiega così: umile è ciò che sta «poco elevato da terra».
E qui c’è il bello. Chi è umile non si abbassa: semplicemente non si è mai staccato dal suolo. Per questo, quando la ruota gira, cade da meno in alto.
La ruota di pietra di San Zeno
A Verona, intorno al 1200, lo scultore Brioloto riceve un incarico dall’abate di San Zeno: fare un grande rosone per la facciata. Invece di un semplice fiore di pietra, lui scolpisce una ruota della fortuna. Sul bordo mette sei figure. In cima un uomo seduto sul trono, vestito da re. Poi, girando, lo stesso uomo scivola giù, perde i vestiti e la dignità, finché in fondo è nudo e disperato. Dall’altro lato risale, un gradino alla volta.
Al centro, un’iscrizione in latino fa parlare la Fortuna in prima persona. Il senso è questo: sono io, la Fortuna, che governo i mortali; alzo e depongo, a tutti do il bene o il male. Chi entrava in chiesa ci passava sotto ogni domenica. Un promemoria gratuito, grande quanto una facciata.
Il sito del turismo di Verona la chiama ancora così: la Ruota della Fortuna. Se ci passi, alza gli occhi prima di entrare.
Il re che cade nei Carmina Burana
Pochi decenni dopo qualcuno copiava canti goliardici in un codice ritrovato secoli più tardi in un monastero della Baviera: oggi lo chiamiamo Carmina Burana. In prima pagina c’è di nuovo la ruota, con quattro re e quattro parole: regnabo, regno, regnavi, sum sine regno. Regnerò, regno, ho regnato, sono senza regno. Tutta la parabola del potere in quattro verbi.
L’idea arrivava da lontano. Già Boezio, filosofo romano chiuso in carcere in attesa della condanna (a Pavia, secondo la tradizione), faceva dire alla Fortuna che il suo gioco preferito era girare la ruota e portare in basso chi sta in alto. Da quando Carl Orff ha messo in musica quei canti nel 1937, il coro «O Fortuna» è finito in pubblicità, film e stadi. Quasi nessuno sa che parla proprio di questo.
Se ti piacciono le parole antiche che tornano a galla, c’è anche la storia della spilla con il latino più antico creduta falsa.
Vero o falso?
Si racconta che durante il trionfo romano uno schiavo sussurrasse al generale vittorioso «ricordati che devi morire». Mezzo vero. Lo scrittore cristiano Tertulliano, verso la fine del II secolo, riporta che al trionfatore veniva ricordato da dietro: respice post te, hominem te memento, guardati alle spalle, ricordati che sei un uomo. Il famoso «memento mori» in quella frase non c’è: è un’aggiunta successiva.
Resta un dubbio onesto: altri autori latini parlano di uno schiavo che reggeva la corona sopra la testa del trionfatore, ma nessuno prima di Tertulliano riporta quelle parole. Forse era un’usanza, forse un bel racconto. Di storie romane gonfiate ce ne sono parecchie, come quella di Nerone che suonava mentre Roma bruciava.
Chi ama leggere il proverbio in chiave orientale troverà un’idea simile anche nel karma. Ma la versione italiana ha un vantaggio: la puoi andare a vedere.
A San Zeno, l’uomo in fondo alla ruota è nudo. Quello in cima, però, ha già i piedi che scivolano.
Fonti
Treccani, Enciclopedia dell’Arte Medievale: Fortuna
Tertulliano, Apologeticum, capitolo 33 (Perseus Digital Library)
Visit Verona: Basilica di San Zeno
Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2026