La fibula prenestina è una spilla d’oro lunga 10,7 centimetri e pesante 36,7 grammi, conservata a Roma al Museo delle Civiltà con il numero d’inventario 152294. Sulla staffa corre incisa, da destra a sinistra, la frase «MANIOS MED FHEFHAKED NUMASIOI»: la più antica testimonianza scritta della lingua latina, datata alla metà del VII secolo a.C.
Tradotta: «Manio mi ha fatto per Numasio».
Quattro parole, incise su un oggetto che serviva ad allacciare un mantello. E oltre cento anni di litigi fra archeologi e linguisti, perché per buona parte del Novecento una parte degli studiosi ha sostenuto che quella spilla fosse un falso ottocentesco, fabbricato a Roma da un antiquario e firmato da un archeologo tedesco.
Conviene partire dall’oggetto. È una fibula «a drago a staffa lunga», con l’arco decorato da due espansioni romboidali, bastoncelli inseriti in globetti e un tubetto cavo trasversale al posto della molla. Fibule di questo tipo sono documentate nell’Italia centro-meridionale fra il 725 e il 625 a.C. da oltre quaranta esemplari, in oro e in bronzo, secondo la scheda di Elisabetta Mangani della Soprintendenza al Museo Pigorini. L’iscrizione è graffita sulla staffa, capovolta rispetto all’arco, con un segno a tre punti a separare le parole.
Lo scavo del 1876 durò sei giorni e fu sorvegliato male
La tomba Bernardini fu scoperta a Palestrina alla fine di febbraio del 1876, durante uno scavo finanziato dai fratelli Bernardini su un terreno delle sorelle Chiara e Maria Frollano. Andò avanti dal 28 febbraio al 4 marzo. Per i primi tre giorni l’unico sorvegliante fu l’ispettore locale Pietro Cicerchia: i ragazzi del posto recuperarono dallo sterro frammenti di lamina d’oro e li rivendettero a un orefice di Palestrina. Wolfgang Helbig disegnò la pianta della tomba il 5 marzo, a scavo già chiuso.
Qui la vicenda si incrina.
Undici anni dopo, il 7 gennaio 1887, Helbig presentò la fibula all’Instituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, e il 16 gennaio all’Accademia dei Lincei. Non indicò le circostanze del ritrovamento: disse soltanto che l’oggetto era stato comprato nel 1871 a Palestrina da un suo amico e proveniva da una tomba vicino alla città. L’amico era Francesco Martinetti, antiquario romano. Le date non tornavano già allora, perché il 1871 viene prima del 1876.
Nel 1979 Margherita Guarducci la dichiarò un falso davanti ai Lincei
Nella seduta dell’Accademia Nazionale dei Lincei del 27 novembre 1979 l’epigrafista Margherita Guarducci sostenne che la fibula era falsa, uscita dalla cerchia di Alessandro Castellani, l’orefice romano famoso per le riproduzioni di gioielli antichi. L’iscrizione, secondo lei, l’aveva incisa Helbig in persona con la complicità di Martinetti: come prova indicava la lettera kappa, con i trattini obliqui staccati e non convergenti in un punto, uguale a quella della grafia di Helbig.
La Memoria uscì l’anno dopo negli atti dei Lincei, con allegate le relazioni di quattro specialisti che avevano esaminato l’oggetto: il restauratore Pico Cellini, il geologo Guido Devoto della Sapienza, Giuseppina Vigliano dell’Istituto Centrale del Restauro, il fisico Roberto Cesareo. La tesi era costruita bene. Trovò molti consensi.
Il museo, però, non tolse mai la fibula dalle vetrine.
È un dettaglio che dice parecchio: mentre nei manuali di linguistica il documento diventava inutilizzabile, l’istituzione che lo conservava continuava a esporlo come autentico anche nelle mostre successive al 1980, come ricostruisce Mangani nel volume 99 del Bullettino di Paletnologia Italiana, pubblicato dalla Soprintendenza al Museo Pigorini e interamente dedicato alla fibula.
Il microscopio elettronico ha trovato una riparazione antica
Le prime verifiche strumentali arrivarono negli anni Ottanta. Nel 1984 l’Istituto Centrale del Restauro radiografò la fibula su incarico del soprintendente Fausto Zevi; nel giugno 1989 Edilberto Formigli eseguì microanalisi al microscopio elettronico all’Istituto Donegani di Novara. Pubblicati nel 1992, quei risultati indicavano un oggetto autentico, montato con tredici pezzi lavorati separatamente.
La svolta è del 2011.
Il 6 giugno di quell’anno, al Museo Pigorini, Daniela Ferro dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del CNR e lo stesso Formigli presentarono le analisi al microscopio elettronico a scansione e alla microsonda elettronica: composizione dell’oro e tecniche di saldatura risultavano coerenti con l’oreficeria etrusca del VII secolo a.C., e i solchi dell’iscrizione mostravano microstrutture antiche nonostante le puliture ottocentesche.
Il particolare che ha convinto più di ogni altro è minuscolo. Sotto la molla c’è una laminetta d’oro applicata in antico per nascondere una piccola frattura: una riparazione, cioè il segno di un oggetto che è stato usato a lungo e si è rotto. Un falsario del secolo scorso non aveva alcun motivo di inventare un guasto e poi ripararlo con la tecnica giusta.
Sulle contraffazioni riuscite la storia dell’arte offre casi celebri. Questo, con ogni probabilità, non lo è.
Cosa non è vero
Che Helbig potesse aver inventato quella forma verbale. Il perfetto raddoppiato fhefhaked è stato per decenni l’indizio principale dell’accusa: troppo bello, troppo comodo. Ma il valore /f/ del digramma FH non era ancora compreso nel 1887, e nel 1882 Helbig aveva letto vhre, in un’iscrizione di Este, come feire invece che fre, come ricostruisce Mangani nel volume del Bullettino di Paletnologia Italiana. Non si falsifica una regola che non si conosce.
Che la fibula venga di sicuro dalla tomba Bernardini. Questo non è dimostrato, e il dubbio ha lasciato una traccia museale concreta: nel 1960, quando il corredo della tomba Bernardini fu trasferito al Museo di Villa Giulia, la fibula rimase al Pigorini, dove è esposta dal 2000. Sull’autenticità dell’oggetto le analisi hanno risposto. Sulla provenienza esatta, no.
La cronologia completa della vicenda è qui sotto, senza tagli.
| Data | Che cosa succede |
|---|---|
| 28 febbraio – 4 marzo 1876 | Scavo della tomba Bernardini a Palestrina; sorveglianza affidata per tre giorni al solo ispettore Pietro Cicerchia |
| 5 marzo 1876 | Wolfgang Helbig rileva la pianta della tomba, a scavo concluso |
| Giugno-luglio 1876 | Il ministro Ruggero Bonghi nomina una commissione sui materiali della tomba; ne fa parte l’antiquario Francesco Martinetti |
| 7 gennaio 1887 | Helbig presenta la fibula all’Instituto di Corrispondenza Archeologica di Roma |
| 16 gennaio 1887 | Seconda presentazione, all’Accademia dei Lincei |
| 1899 | La fibula viene consegnata al Museo Etrusco di Villa Giulia |
| 1901 | Trasferimento al Collegio Romano, sede del Museo Preistorico Etnografico e Kircheriano |
| 1960 | Il corredo Bernardini va a Villa Giulia; la fibula resta al Pigorini |
| 27 novembre 1979 | Margherita Guarducci dichiara ai Lincei che la fibula è un falso |
| 1980 | Esce la Memoria di Guarducci con le perizie allegate |
| 1984 | Radiografie all’Istituto Centrale del Restauro |
| Giugno 1989 | Microanalisi di Edilberto Formigli all’Istituto Donegani di Novara (pubblicate nel 1992) |
| 2000 | La fibula entra nell’esposizione permanente del Museo Pigorini |
| 6 giugno 2011 | Daniela Ferro (CNR) e Formigli presentano le analisi che confermano l’autenticità |
| 2011-2014 | Il Bullettino di Paletnologia Italiana dedica alla fibula il volume 99 |
L’eredità sta nella grammatica. Numasioi è un dativo in -oi, la desinenza che il latino classico avrebbe ridotto a -o: il grammatico Mario Vittorino, nel IV secolo d.C., ricordava ancora che gli antichi scrivevano populoi Romanoi per populo Romano. La spilla di Manio è il punto in cui quella lingua diventa visibile per la prima volta, secoli prima di Plauto e delle parole latine da cui viene l’italiano di oggi. Il segno a tre punti che vi separa le sillabe torna a Roma nell’iscrizione del cippo del Foro, scoperta nel 1899 da Giacomo Boni.
Mangani, che ha ricostruito la storia per la Soprintendenza, non si fa illusioni e scrive che le polemiche proseguiranno. Un reperto uscito da uno scavo mal sorvegliato resta ambiguo per sempre, anche quando il laboratorio dice di sì.
Se passi per l’EUR, la fibula è nell’ultima sala delle collezioni preistoriche del Museo delle Civiltà, in piazza Guglielmo Marconi 14. Oro giallo, lunga quanto un dito. Guarda la staffa da destra.
Fonti
- Consiglio Nazionale delle Ricerche, «È autentica la Fibula prenestina, con la prima iscrizione latina», comunicato stampa del 6 giugno 2011 (analisi di Daniela Ferro, Ismn-CNR, ed Edilberto Formigli)
- Soprintendenza al Museo Nazionale Preistorico Etnografico «L. Pigorini», Bullettino di Paletnologia Italiana, vol. 99, 2011-2014, «La Fibula Prenestina» (in particolare E. Mangani, «La Fibula Prenestina: oltre un secolo di discussioni», pp. 1-42)
- Museo delle Civiltà, Roma, sala «Alfabeto e lingua latina: Fibula prenestina e Anfora di Capena», collezioni (prei)storiche
- M. Guarducci, «La cosiddetta fibula prenestina. Antiquari, eruditi e falsari nella Roma dell’Ottocento», in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Memorie, serie VIII, vol. XXIV, 1980
Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2026