Su una spilla d’oro grande come un dito corrono le parole latine più antiche che conosciamo. Dicono «Manio mi ha fatto per Numasio», e furono incise quasi tremila anni fa, secoli prima di Cesare e di Cicerone.
Un artigiano firma il proprio lavoro e nomina il cliente. Il gesto è così moderno che quasi non ci credi.
Quattro parole e un mucchio di guai
La spilla viene da Palestrina, vicino a Roma, e oggi la puoi vedere al Museo delle Civiltà, all’EUR. È una fibula, serviva ad allacciare un mantello, e sulla parte piatta qualcuno graffì la frase da destra verso sinistra, con tre puntini a separare le parole. Manio è chi l’ha fatta. Numasio è chi l’ha ricevuta. In mezzo, il verbo.
Il problema è che quelle quattro parole valgono oro più dell’oro. Sono la prima volta in assoluto in cui il latino diventa scrittura, il seme da cui nasceranno tutte le parole che usi ogni giorno. Un tesoro del genere fa gola. E fa nascere i sospetti.
Quando la dichiararono un falso
Nel 1979, davanti all’Accademia dei Lincei, una delle massime studiose di iscrizioni antiche prese la parola e disse una cosa che gelò la sala: quella spilla è un falso. L’avrebbe fabbricata, secondo lei, la cerchia di un famoso orefice romano dell’Ottocento, e l’iscrizione l’avrebbe incisa di suo pugno l’archeologo tedesco che per primo la presentò al mondo.
Gli indizi c’erano. Lo scavo, nel 1876, era stato sorvegliato malissimo: per giorni interi i ragazzi del posto avevano rovistato nella terra e rivenduto pezzi d’oro all’orefice del paese. E chi presentò la fibula raccontò una storia sul ritrovamento che non stava in piedi, con perfino le date sbagliate. La tesi era costruita bene, convinse in molti, e nei manuali di linguistica la spilla finì tra le cose da non toccare.
Eppure il museo che la custodisce non la tolse mai dalla vetrina. Nemmeno per un giorno. Come a dire: aspettiamo.
Il dettaglio che ha chiuso il caso
L’attesa finì nel 2011, quando i ricercatori dell’ente nazionale di ricerca la infilarono sotto un microscopio elettronico insieme a un esperto di oreficeria antica. L’oro, le saldature, il modo di lavorarlo: tutto tornava con le botteghe etrusche di quasi tremila anni fa. Ma la prova che convinse più di ogni altra è piccolissima, e quasi commovente.
Sotto la molla c’è una minuscola lamina d’oro, messa lì per nascondere una crepa. Una riparazione. Il segno di un oggetto vero, usato a lungo, che a un certo punto si è rotto e qualcuno ha voluto rimettere in sesto. Nessun falsario si mette a inventare un guasto per poi aggiustarlo di nascosto. Chi imbroglia costruisce oggetti perfetti; questa spilla era stata amata e riparata.
Che poi non tutti i falsi vengano smascherati, la storia dell’arte lo insegna bene. Qui, per fortuna, è andata diversamente.
Un’onestà però resta dovuta. Il laboratorio ha detto che l’oro è autentico, ma da quale tomba sia uscita davvero la spilla nessuno potrà mai giurarlo: quello scavo mal custodito ha lasciato un’ombra che nessun microscopio cancella. E chi ha ricostruito tutta la vicenda per la Soprintendenza lo mette in chiaro: le discussioni continueranno.
Se passi per l’EUR, cercala nell’ultima sala della preistoria. Oro giallo, lunga quanto un dito.
Guarda la staffa da destra.
Fonti
- Consiglio Nazionale delle Ricerche, comunicato del 6 giugno 2011
- Bullettino di Paletnologia Italiana, vol. 99, «La Fibula Prenestina»
- Museo delle Civiltà, Roma, la sala della Fibula prenestina
Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026