L’ingegnere che si finse ingestibile per salvare un computer

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Per salvare il suo progetto, un ingegnere di Ivrea fece di tutto per sembrare un collega impossibile. Ci riuscì così bene che i nuovi padroni americani lo lasciarono indietro, e lui, dimenticato in un angolo, costruì una delle prime macchine che oggi chiameremmo personal computer.

Lui si chiamava Pier Giorgio Perotto, la macchina Programma 101. In azienda, però, tutti la chiamavano «la Perottina».

Ivrea, 1964: arrivano gli americani

All’Olivetti è un periodo nero. Adriano Olivetti è morto all’improvviso, e poco dopo in un incidente stradale se n’è andato anche Mario Tchou, il giovane ricercatore che guidava i progetti elettronici. I conti non tornano, entrano nuovi azionisti e la prima decisione è netta: l’elettronica costa troppo, si vende. La divisione passa in gran parte alla General Electric, e con lei quasi tutti gli ingegneri.

Perotto, nel frattempo, lavorava da tempo a un’idea strana per l’epoca. Chi doveva fare calcoli seri aveva due strade: la calcolatrice meccanica da scrivania, che sapeva fare i conti di base e poco altro, oppure il grande calcolatore chiuso in una stanza, gestito da tecnici in camice, con la lista d’attesa. Lui voleva una via di mezzo: una macchina che stesse su ogni scrivania, avesse una memoria, si potesse programmare e la usasse chiunque.

Sapeva benissimo che agli americani, innamorati dei cervelloni grandi come armadi, un aggeggio così non sarebbe interessato. Il rischio era che lo chiudessero in un cassetto. Così, come racconterà lui stesso, si costruì la fama del «progettista riottoso»: difficile, poco collaborativo, uno da non portarsi dietro. Il piano funzionò. Tutto il personale passò alla nuova società; lui no. Restò in Olivetti con due collaboratori fidati, in un gruppetto che l’azienda, letteralmente, si era dimenticata di avere.

Dimenticati, quindi liberi

Essere dimenticati, a volte, è un lusso. Senza nessuno a chiedere relazioni, entro la fine dell’anno il prototipo era pronto. Lo racconta l’Associazione Archivio Storico Olivetti: una manciata di istruzioni dal significato intuitivo, una piccola stampante incorporata e una scheda magnetica su cui salvare dati e programmi, che funzionava come un floppy disk prima che il floppy esistesse. Il tutto in una scatola elegante disegnata da Mario Bellini, che oggi sta nella collezione del Museum of Modern Art di New York.

Natale Capellaro, il leggendario operaio diventato direttore tecnico, la guardò e capì che nessuna macchina a ingranaggi avrebbe mai potuto fare altrettanto. Diede il via libera, anche se buona parte dei dirigenti continuava a guardarla con sospetto.

Il colpo di scena a New York

Nell’ottobre 1965 la Perottina viene presentata a New York, alla grande fiera delle macchine per ufficio. Doveva essere un contorno ai prodotti meccanici di punta; finì per oscurarli tutti. La stampa americana ne parlò, i clienti fecero la fila, e i concorrenti presero appunti.

Fin troppi appunti. Poco dopo Hewlett-Packard mise sul mercato una calcolatrice che usava alcune soluzioni brevettate dalla macchina di Ivrea. Risultato, documentato anche dal Politecnico di Milano: HP dovette pagare all’Olivetti circa 900 mila dollari di royalties.

Poi c’è la storia che si racconta più volentieri: alcune Perottine finirono alla NASA e servirono per i calcoli delle missioni che portarono l’uomo sulla Luna. Al museo di Ivrea conservano fotografie delle P101 sulle scrivanie dei tecnici americani; su quante fossero e su quanto pesassero davvero in quei calcoli, invece, le fonti non vanno d’accordo. Di sicuro la Luna non la raggiunse una calcolatrice da sola, come racconta la storia di Margaret Hamilton e del software dell’Apollo.

E allora perché non comprammo tutti un Olivetti?

Qui la storia prende la piega amara. L’azienda, ormai senza la sua divisione elettronica, non aveva né le persone né i soldi per inseguire quella strada, e una parte dei vertici era convinta che l’elettronica fosse un affare per pochi. Arrivarono i modelli successivi, ma con calma. La concorrenza no: recuperò in fretta. Il computer da scrivania diventò un fenomeno di massa un decennio più tardi, con nomi americani, fino al personal computer di IBM.

Se la Perottina sia stata davvero «il primo personal computer» dipende da come definisci la parola: per qualcuno era solo una calcolatrice molto intelligente. Ma l’idea di partenza era già quella giusta: una macchina tua, sulla tua scrivania, senza fare la fila.

A salvarla, in fondo, fu un uomo che si finse antipatico.

Fonti

Associazione Archivio Storico Olivetti: Alle origini del personal computer, l’Olivetti Programma 101

Politecnico di Milano, Collezioni storiche DEIB: Olivetti Programma 101

MoMA: Mario Bellini, Programma 101 Electronic Desktop Computer

Olivettiana: Nasa, Olivetti P101 e l’allunaggio

Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2026