La notte in cui Roma prese fuoco, Nerone non era a Roma. Era ad Anzio, al mare, e il violino su cui lo immaginiamo strimpellare non esisteva ancora: sarebbe stato inventato quindici secoli dopo.
L’incendio partì da alcune botteghe addossate al Circo Massimo, in una notte d’estate del 64, e bruciò per giorni. L’imperatore, racconta la fonte più antica che abbiamo, tornò in città di corsa soltanto quando le fiamme arrivarono a casa sua.
Da dove esce il violino
Dall’inglese, non dal latino. «Nero fiddled while Rome burned» è un modo di dire britannico che ha fatto il giro del mondo e si è portato dietro uno strumento che allora non esisteva: il violino nasce in Italia molti secoli più tardi, fra le botteghe di Cremona e di Brescia.
Ai tempi di Nerone lo strumento dell’imperatore era la cetra, che si pizzicava tenendola appoggiata al petto. E Nerone la suonava sul serio: si esibiva in pubblico, cosa che per un imperatore romano era uno scandalo vero. Anche per questo la leggenda ha fatto presa.
Cosa scrisse davvero Tacito
Tacito era un bambino quando Roma bruciò, e mise nero su bianco il suo resoconto mezzo secolo dopo. Resta comunque il più vicino ai fatti. Nel racconto degli Annali Nerone è ad Anzio, rientra, apre ai senzatetto il Campo Marzio, gli edifici di Agrippa e perfino i propri giardini, fa costruire ricoveri di fortuna, fa arrivare cibo da Ostia e abbassa il prezzo del grano.
Poi arriva la frase che ha creato tutto il resto. Tacito scrive che, nonostante quei soccorsi, si era sparsa una voce: che mentre la città ardeva l’imperatore fosse salito sul suo palco privato a cantare la distruzione di Troia. Una voce, appunto. Lo storico la riporta e la lascia lì, senza mai dire che sia vera.
A trasformarla in cronaca ci pensarono autori più tardi e più ostili. Svetonio racconta che Nerone guardò l’incendio dalla torre di Mecenate, in costume di scena, cantando per intero «La presa di Ilio». Scriveva quando la pessima reputazione di Nerone era ormai un genere letterario che si vendeva bene.
Chi pagò il conto
Qualcuno però doveva pagare, e Nerone scaricò la colpa su una piccola setta orientale di cui a Roma si sapeva pochissimo. Quello che seguì è il primo episodio documentato di persecuzione dei cristiani.
Sulla ricostruzione, invece, ci prese. Strade più larghe, un tetto all’altezza delle case, portici davanti alle facciate, pietra di Gabi e di Alba al posto delle travi di legno, l’obbligo per ogni edificio di avere un muro proprio invece di appoggiarsi al vicino, acqua raggiungibile in caso di bisogno. Regole che qualsiasi città avrebbe copiato, come fece Londra dopo il proprio grande incendio.
Il guaio è che sul terreno liberato dalle fiamme l’imperatore si fece costruire anche la Domus Aurea, una residenza sterminata nel cuore della città. Un sovrano che dall’incendio ci guadagna un palazzo è il sospettato perfetto, e i romani non aspettavano altro.
Vero o falso?
Falso il violino: non era ancora stato inventato. Falso che fosse in città quando il fuoco partì: era ad Anzio. Sul canto dal palco privato, la fonte più antica dice soltanto che era una voce che girava.
Resta un dettaglio che vale tutta la storia. Tacito non aveva la minima simpatia per Nerone: lo dipinge vanesio, crudele, ridicolo. Eppure è lui a collocarlo ad Anzio quella notte e a chiamare quella voce con il suo nome. A scagionarlo è lo storico che lo detestava.
Fonti
Tacito, Annali XV, 39 (Perseus Digital Library, Tufts University)
Tacito, Annali XV, 43 (Perseus Digital Library, Tufts University)
Svetonio, Vita di Nerone, 38 (University of Chicago)
British Museum, Nero: the man behind the myth
Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2026