Volle abolire la pasta, lo fotografarono con gli spaghetti

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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La sera del 15 novembre 1930, in un ristorante di Milano, un poeta si alzò in piedi e annunciò ai suoi ospiti che gli italiani dovevano smettere di mangiare la pasta. Diceva sul serio. Era Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, e stava aprendo la guerra più persa nella storia di questo Paese.

Il locale si chiamava Penna d’Oca. In tavola arrivavano portate con nomi da romanzo: brodo di rose e sole, agnelli arrosto in salsa di leone, pioggia di zuccheri filati. Tra un piatto e l’altro Marinetti spiegò agli invitati che la pastasciutta appesantisce, abbrutisce e illude chi la mangia sulla propria forza. Al suo posto, disse, ci volevano riso e pane.

Che cosa c’era scritto davvero nel manifesto

Un mese dopo, a fine dicembre, la Gazzetta del Popolo di Torino pubblicò il Manifesto della cucina futurista. Il primo punto si intitolava «Contro la pastasciutta» e accusava il piatto nazionale di provocare negli italiani «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo». Seguivano l’abolizione della forchetta e del coltello, l’invito ai chimici a inventare sapori nuovi, i piatti da servire insieme a musica e profumi. La vicenda è ricostruita documento per documento dall’Archivio di Stato di Milano.

Dietro la poesia c’era un conto da far quadrare. L’Italia comprava grano all’estero e coltivava riso in casa propria: svuotare i piatti di pasta significava anche smettere di pagare i mulini stranieri. Il futurismo arrivava buono al regime, che in quegli anni faceva campagna sul grano. E il riso italiano aveva già i suoi capolavori, a cominciare dal sartù napoletano.

La rivolta dei ravioli

Il giorno dopo il Paese si spaccò. Napoli rispose per prima: il duca di Bovino, che allora guidava la città, chiuse il discorso dicendo che gli angeli in paradiso non mangiano altro che vermicelli al pomodoro. Marinetti ribatté che quella frase confermava i suoi sospetti sulla monotonia del paradiso.

Si divisero perfino i futuristi. Qualcuno scrisse al capo supplicandolo di risparmiare almeno le tagliatelle. I liguri chiesero che venisse dichiarata «leale neutralità verso i ravioli, per i quali nutriamo profonde simpatie e abbiamo doveri di riconoscenza e di amicizia». Non erano gli unici a difendere una pasta ripiena: in Sardegna gli stessi gesti tenevano in vita i culurgiones. Nelle cucine di mezza Italia si discuteva di spaghetti con la stessa serietà con cui si discute di chi li abbia portati qui.

La fotografia che lo tradì

Poi uscì la foto. Al Biffi di Milano qualcuno immortalò Marinetti a tavola, la forchetta affondata in un piatto di spaghetti. L’immagine si trova oggi alla Estorick Collection di Londra ed è la più riprodotta di tutta la faccenda.

Lui negò. Sostenne che fotografie del genere erano fotomontaggi confezionati da nemici della cucina futurista. Gli storici non hanno mai chiuso la questione: può essere stata una trovata sua, per tenere accesa la polemica, oppure il poeta fu semplicemente colto sul fatto con la bocca piena.

Il ristorante di alluminio

La primavera successiva Marinetti inaugurò a Torino la Taverna del Santopalato, primo ristorante futurista del mondo, con le pareti rivestite di alluminio e un menu che prometteva il Carneplastico e il Pollofiat. Gli italiani ci andarono a curiosare, poi tornarono a casa e misero l’acqua sul fuoco.

Il colpo di grazia arrivò da una rivista di cucina. Il concorso per il miglior sugo per la pasta fu vinto da una salsa di pomodoro, acciughe, carciofi, prosciutto e pistacchi, firmata da Amedeo Pettini, già cuoco di casa Savoia. In giuria sedeva Marinetti, arrivato in ritardo e deciso ad assaggiare ogni salsa con il riso o con la minestra, mentre lo sponsor della gara era un pastificio.

Il sugo premiato porta il suo nome ancora adesso.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2026