Lo stambecco delle Alpi salvato dall’estinzione

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Oggi se ne contano decine di migliaia tra le vette delle Alpi, ma poco più di un secolo e mezzo fa lo stambecco era a un soffio dalla scomparsa: ne restava un pugno di esemplari, tutti concentrati in un angolo del Piemonte e della Valle d’Aosta. La sua storia è una delle più belle good news della conservazione europea, la prova che una specie può tornare dall’orlo del baratro.

Chi è lo stambecco delle Alpi

Lo stambecco delle Alpi (Capra ibex) è un grande mammifero della famiglia dei bovidi, parente delle capre selvatiche. I maschi adulti possono superare i cento chili e sfoggiano corna ricurve e nodose che arrivano a quasi un metro di lunghezza; le femmine sono più piccole e hanno corna molto più corte. È un animale d’alta quota, perfettamente a suo agio tra rocce, pareti scoscese e nevai dove pochi altri ungulati osano avventurarsi.

Per secoli lo stambecco ha popolato l’intero arco alpino. Poi, nel giro di poche generazioni, ha rischiato di sparire per sempre.

Sull’orlo del baratro

Tra il Settecento e l’Ottocento la caccia eccessiva portò lo stambecco vicino all’estinzione totale. A renderlo un bersaglio non fu solo la carne: a corna, sangue e diverse parti del corpo venivano attribuite proprietà medicinali e quasi magiche, alimentando una persecuzione spietata. Con il diffondersi delle armi da fuoco, la pressione divenne insostenibile.

A metà Ottocento la specie era scomparsa da quasi tutte le Alpi. L’ultima popolazione superstite, ridotta a poche decine o al massimo un centinaio di individui, resisteva soltanto nel massiccio del Gran Paradiso, a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta. Il destino dello stambecco europeo dipendeva interamente da quel piccolo nucleo.

Stambecco con grandi corna in montagna
I maschi sfoggiano corna ricurve che sfiorano il metro di lunghezza.

La svolta: la riserva reale di caccia

La salvezza arrivò, paradossalmente, dalla passione venatoria di un re. Nel 1856 Vittorio Emanuele II di Savoia istituì nel massiccio del Gran Paradiso una riserva reale di caccia, riservando a sé il diritto di abbattere gli stambecchi e proibendolo a chiunque altro. Furono assunti guardiani, i guardaparco ante litteram, e si tracciarono i sentieri reali di caccia tuttora visibili sui versanti.

L’intento iniziale non era ambientalista, ma l’effetto fu decisivo: protetti dai bracconieri, gli stambecchi del Gran Paradiso smisero di diminuire e cominciarono lentamente a riprendersi. Quella manciata di animali divenne il serbatoio genetico da cui sarebbe ripartita l’intera specie.

Dal re alla scienza: nasce il Parco Nazionale

Il passaggio dalla tutela reale alla protezione moderna avvenne nel 1922, quando i terreni vennero donati allo Stato e nacque il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale d’Italia. Non a caso lo stambecco campeggia ancora oggi nel suo logo: è il simbolo vivente della sua missione.

Da quel momento la conservazione divenne un’impresa scientifica, fatta di censimenti annuali, studi sul comportamento e monitoraggio sanitario. Il Gran Paradiso si trasformò nel laboratorio a cielo aperto da cui partirono i progetti di reintroduzione in tutto l’arco alpino.

La rinascita: i numeri di oggi

Grazie alle traslocazioni di esemplari catturati al Gran Paradiso, lo stambecco è stato reintrodotto in Svizzera, Francia, Austria, Germania e Slovenia, oltre che in numerose aree delle Alpi italiane. Da un centinaio scarso di individui si è passati a una popolazione che oggi conta diverse decine di migliaia di animali distribuiti su tutto l’arco alpino.

È uno dei più grandi successi di conservazione del continente, paragonabile ad altre storie di recupero faunistico che raccontiamo spesso, come quella che abbiamo dedicato al ritorno dell’arvicola alle isole Orcadi.

Ungulati di montagna su una parete rocciosa
Gli zoccoli dello stambecco aderiscono alla roccia come scarpe da arrampicata.

Un equilibrista nato per le pareti

Lo stambecco è un acrobata straordinario. I suoi zoccoli hanno un bordo esterno duro e una suola interna morbida e ruvida, che funziona come la gomma di una scarpa da arrampicata: aderisce alla roccia e ammortizza. Questa anatomia gli permette di muoversi su pendii vertiginosi e perfino di arrampicarsi sulle pareti quasi verticali delle dighe alpine, dove le femmine vanno a leccare i sali minerali.

Perché vive così in alto

Restando ad alta quota, lo stambecco evita i grandi predatori e gran parte del disturbo umano. D’estate sale fin oltre i 3.000 metri per brucare l’erba dei pascoli più freschi; d’inverno scende un po’, cercando i versanti soleggiati e ventosi dove la neve si accumula meno e il cibo resta accessibile.

Le sfide ancora aperte

La rinascita non è priva di ostacoli. Poiché tutti gli stambecchi alpini discendono da quel piccolissimo nucleo del Gran Paradiso, la specie ha una variabilità genetica ridotta, un cosiddetto “collo di bottiglia” che la rende più vulnerabile a malattie. A questo si aggiunge il cambiamento climatico, che modifica i pascoli d’alta quota e i ritmi stagionali. Per questo il monitoraggio continua, instancabile, da oltre un secolo.

Perché è una buona notizia

La storia dello stambecco dimostra che le estinzioni non sono sempre inevitabili: con protezione, pazienza e metodo, una specie può tornare a prosperare. Non a caso lo stambecco è ancora oggi protagonista di libri, mostre ed eventi culturali che ne celebrano il ritorno. È un promemoria potente: difendere anche un solo piccolo nucleo superstite può bastare a salvare un intero patrimonio naturale. Per approfondire puoi visitare il sito ufficiale del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Paesaggio alpino d'alta quota
D’estate lo stambecco sale oltre i 3.000 metri di quota.

Domande frequenti

Quanti stambecchi ci sono oggi sulle Alpi?

Le stime parlano di diverse decine di migliaia di esemplari distribuiti su tutto l’arco alpino, contro il centinaio scarso rimasto a metà Ottocento.

Perché lo stambecco rischiò l’estinzione?

Per la caccia eccessiva: era cacciato per la carne e perché a corna e parti del corpo venivano attribuite proprietà curative. Le armi da fuoco accelerarono il declino.

Dove sopravvisse l’ultima popolazione?

Nel massiccio del Gran Paradiso, tra Piemonte e Valle d’Aosta, da cui è ripartita la rinascita dell’intera specie.

Che ruolo ebbe il re Vittorio Emanuele II?

Nel 1856 istituì una riserva reale di caccia che, vietando il bracconaggio, protesse di fatto gli ultimi stambecchi e ne permise il recupero.

Qual è la differenza tra stambecco e camoscio?

Sono due specie diverse: lo stambecco ha corpo massiccio e corna lunghe e nodose, il camoscio è più snello e leggero con piccole corna a uncino.

Lo stambecco è ancora a rischio?

Non è più in pericolo immediato, ma la scarsa variabilità genetica e il cambiamento climatico restano fattori da monitorare con attenzione.