Pesca illegale: 15 Paesi firmano la dichiarazione di Mombasa

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Una notizia incoraggiante arriva dagli oceani: il 17 giugno 2026, durante l’undicesima Our Ocean Conference, quindici Paesi di quattro continenti hanno firmato la dichiarazione di Mombasa, un impegno comune per rendere più trasparente la pesca mondiale e contrastare quella illegale. È un passo concreto contro un fenomeno che ogni anno sottrae fino a 50 miliardi di dollari all’economia globale e mette a rischio mari e comunità costiere.

Che cos’è la dichiarazione di Mombasa

La dichiarazione di Mombasa è un appello all’azione rivolto agli Stati costieri e agli Stati di bandiera, cioè i Paesi sotto la cui bandiera navigano i pescherecci. L’obiettivo è semplice da enunciare ma ambizioso da realizzare: portare alla luce ciò che oggi spesso resta nascosto, ovvero chi pesca, dove, con quali autorizzazioni e con quali imbarcazioni.

Il documento è stato adottato a Mombasa, in Kenya, durante un vertice internazionale dedicato alla salute dei mari. Non si tratta di un trattato vincolante, ma di un impegno politico che indica una direzione chiara e crea pressione affinché le promesse si traducano in leggi e pratiche concrete.

Chi ha firmato

A sottoscrivere la dichiarazione sono stati quindici governi provenienti da Africa, Asia, Caraibi, Europa e Pacifico: Belgio, Camerun, Cile, Repubblica Dominicana, Francia (anche per i suoi territori d’oltremare), Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Panama, Papua Nuova Guinea, Perù, Repubblica del Congo, Somalia e Corea del Sud.

La varietà geografica è uno degli aspetti più significativi: significa che il problema della pesca illegale viene riconosciuto come globale e che la soluzione richiede cooperazione tra Paesi molto diversi per economia e tradizioni marinare.

Barche da pesca colorate in un porto
La trasparenza sui pescherecci è al centro della dichiarazione di Mombasa.

Che cos’è la pesca illegale

Con l’espressione pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata si indica un insieme di pratiche che sfuggono ai controlli: navi che operano senza licenza, che falsificano le catture, che pescano in zone protette o che non comunicano i propri dati alle autorità. È un’attività difficile da quantificare proprio perché si muove nell’ombra.

Quanto pesa davvero

Secondo le stime citate dagli esperti, circa un pesce su cinque consumato nel mondo è collegato alla pesca illegale. Oltre al danno economico, che può raggiungere i 50 miliardi di dollari l’anno, questo fenomeno è spesso intrecciato con lo sfruttamento del lavoro, il traffico di esseri umani e la distruzione degli ecosistemi marini.

Le riforme previste

Firmando la dichiarazione di Mombasa, i Paesi si impegnano ad adottare una serie di riforme concrete sulla trasparenza. Tra le principali ci sono:

La modernizzazione dei registri delle imbarcazioni, così da sapere con certezza quali navi esistono e a chi appartengono; la pubblicazione delle autorizzazioni di pesca, per rendere verificabile chi ha davvero il permesso di operare; e il rafforzamento dello scambio di informazioni tra Stati, fondamentale per individuare e fermare chi infrange le regole.

Peschereccio in navigazione
Circa un pesce su cinque consumato nel mondo è collegato alla pesca illegale.

Un tassello di un progetto più ampio

La dichiarazione non nasce isolata. Si inserisce in un percorso più vasto, quello della Carta globale per la trasparenza nella pesca, che propone dieci principi a costo basso o nullo che i governi possono adottare nelle proprie leggi e nella pratica quotidiana. L’idea di fondo è che molta trasparenza non richieda grandi investimenti, ma soprattutto volontà politica e condivisione dei dati.

Ogni nuovo Paese che aderisce aggiunge slancio a questo movimento e rende più difficile, per le navi che operano illegalmente, trovare porti compiacenti o mari senza controlli.

Perché è una buona notizia

Le notizie sui mari sono spesso allarmanti, tra inquinamento, plastica e sovrapesca. La dichiarazione di Mombasa va nella direzione opposta: mostra che esiste una volontà internazionale di collaborare per proteggere una risorsa comune. La trasparenza, in questo campo, è un’arma potente: rende visibili i comportamenti scorretti e premia chi rispetta le regole.

Per i Paesi costieri più poveri, in particolare, contrastare la pesca illegale significa difendere il pesce che sfama le comunità locali e che rappresenta una fonte di reddito essenziale. La posta in gioco non è solo ambientale, ma anche sociale ed economica.

Imbarcazioni da pesca al tramonto
Quindici Paesi di quattro continenti si sono impegnati per mari più trasparenti.

Cosa aspettarsi ora

Il vero banco di prova arriverà nei prossimi mesi e anni, quando si vedrà se gli impegni si trasformeranno in registri pubblici, in dati condivisi e in controlli più efficaci. Iniziative come questa funzionano solo se vengono monitorate e se altri Paesi si uniscono. Ma il segnale è positivo: la trasparenza sta diventando uno standard atteso, non più un’eccezione.

Quello degli oceani è un fronte su cui, di recente, sono arrivate diverse notizie incoraggianti. Ne abbiamo parlato anche raccontando come la Polinesia Francese abbia creato la più grande area marina protetta del mondo. Per approfondire i dettagli della dichiarazione di Mombasa è utile la cronaca di SeafoodSource.

Domande frequenti

La dichiarazione di Mombasa è un trattato vincolante?

No, è un impegno politico volontario. Non impone obblighi giuridici, ma indica una direzione e spinge i Paesi firmatari a tradurre le promesse in leggi e pratiche concrete.

Perché si chiama dichiarazione di Mombasa?

Prende il nome dalla città keniana di Mombasa, dove è stata adottata il 17 giugno 2026 durante l’undicesima Our Ocean Conference.

Quanti Paesi l’hanno firmata?

Quindici governi provenienti da Africa, Asia, Caraibi, Europa e Pacifico, a testimonianza della natura globale del problema.

Che cos’è la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata?

È l’insieme delle attività di pesca che sfuggono ai controlli: navi senza licenza, catture non dichiarate, pesca in aree vietate o mancata comunicazione dei dati alle autorità.

Quanto danno provoca la pesca illegale?

Si stima che costi all’economia mondiale fino a 50 miliardi di dollari l’anno e che circa un pesce su cinque consumato nel mondo sia legato a questa pratica.

In che modo la trasparenza può aiutare i mari?

Rendendo pubblici i dati su navi, licenze e catture si rende più facile individuare chi infrange le regole, scoraggiando le attività illegali e proteggendo gli stock ittici e le comunità costiere.