Il Trattato sull’alto mare è in vigore: svolta per gli oceani

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C’è una buona notizia che riguarda quasi due terzi di tutti gli oceani del pianeta. Dopo quasi vent’anni di negoziati, il Trattato sull’alto mare, uno storico accordo delle Nazioni Unite per proteggere il mare aperto, è finalmente entrato in vigore. Per la prima volta esiste uno strumento giuridico capace di istituire aree protette anche nelle acque internazionali, quelle che non appartengono a nessuno Stato. Un passo avanti concreto per la salute del mare, e quindi di tutti noi.

Una svolta che riguarda due terzi degli oceani

Quando pensiamo alla protezione del mare immaginiamo spesso coste, spiagge e riserve vicine alla terraferma. Ma la parte più vasta degli oceani è l’alto mare: le acque lontane dalle coste, oltre le zone economiche esclusive dei singoli Paesi. Si tratta di circa i due terzi della superficie oceanica, un territorio immenso che fino a poco tempo fa era in gran parte privo di regole condivise.

Proprio qui interviene il nuovo trattato, che colma un vuoto storico. La sua entrata in vigore, avvenuta all’inizio del 2026, segna l’inizio di una nuova era per la governance degli oceani e rappresenta una delle notizie ambientali più incoraggianti degli ultimi anni.

Che cos’è il Trattato sull’alto mare

Il documento si chiama ufficialmente Accordo sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle aree situate al di là della giurisdizione nazionale. Un nome lunghissimo, spesso abbreviato con la sigla inglese BBNJ, che sta per Biodiversity Beyond National Jurisdiction. In modo più semplice, viene chiamato Trattato sull’alto mare.

Adottato in sede ONU nel 2023, l’accordo aveva bisogno di essere ratificato da almeno sessanta Paesi per diventare operativo. Questa soglia è stata raggiunta nel settembre 2025 e, come previsto dalle regole, centoventi giorni dopo, il 17 gennaio 2026, il trattato è entrato ufficialmente in vigore. Nel giro di pochi mesi le ratifiche hanno superato quota ottanta, segno di un sostegno internazionale molto ampio.

Perché l’alto mare era rimasto senza regole

Per capire l’importanza dell’accordo bisogna ricordare come funzionavano finora le acque internazionali. Al di là di un certo limite dalle coste, l’oceano non appartiene ad alcuno Stato: è un bene comune dell’umanità. Questo però significava anche che nessuno aveva pieni poteri per istituire aree protette o regolare in modo coordinato le attività che vi si svolgono.

Un mare di tutti e di nessuno

Il risultato era una sorta di terra di nessuno, esposta a pressioni crescenti: pesca intensiva, traffico marittimo, inquinamento, interesse per le risorse minerarie e genetiche dei fondali. Senza un quadro giuridico comune, proteggere davvero questi ambienti era quasi impossibile. Il nuovo trattato nasce proprio per riempire questa lacuna.

Onde dell'oceano viste dall'alto
L’alto mare copre circa due terzi della superficie oceanica — Foto: Eric Esajian / Pexels

Vent’anni di negoziati per un accordo storico

Un risultato del genere non arriva dall’oggi al domani. Alla base ci sono quasi due decenni di discussioni, incontri e compromessi tra decine di Paesi con interessi molto diversi tra loro. Trovare un punto d’incontro tra nazioni costiere, potenze marittime e Stati in via di sviluppo è stato tutt’altro che semplice.

Per questo l’entrata in vigore viene salutata da scienziati e organizzazioni ambientaliste come un traguardo storico: la prova che la cooperazione internazionale, quando c’è la volontà, può ancora produrre risultati concreti su temi globali. Puoi approfondire i dettagli sul sito della High Seas Alliance, la coalizione di organizzazioni che ha seguito da vicino l’intero percorso.

Come funziona la protezione: le aree marine protette

Il cuore dell’accordo è la possibilità, per la prima volta, di creare aree marine protette anche in alto mare. Sono zone in cui le attività umane possono essere limitate o regolate per permettere agli ecosistemi di riprendersi e prosperare. Fino a oggi strumenti simili esistevano solo nelle acque nazionali; ora potranno essere estesi al mare aperto.

Queste aree funzionano come veri e propri santuari: proteggono habitat delicati, specie minacciate e luoghi chiave per la riproduzione e la migrazione degli animali marini. Un po’ come le mangrovie, che stanno vivendo una fase positiva di recupero: ne abbiamo parlato raccontando come le mangrovie del Sud-est asiatico stiano tornando a crescere.

Barriera corallina e vita marina sott'acqua
Le aree marine protette aiutano a preservare habitat e specie — Foto: Aman Sandhu / Pexels

Non solo santuari: cosa prevede l’accordo

Il trattato va oltre la semplice creazione di aree protette e affronta diversi aspetti legati alla vita dell’oceano.

Le risorse genetiche marine

Uno dei punti più delicati riguarda le risorse genetiche marine, cioè il patrimonio biologico di organismi che vivono in alto mare e che possono avere applicazioni scientifiche e industriali. L’accordo prevede regole per condividere in modo più equo i benefici derivanti dal loro utilizzo.

Le valutazioni di impatto ambientale

Prima di avviare determinate attività in acque internazionali sarà necessario valutarne l’impatto sull’ambiente marino. Un principio di prudenza che aiuta a prevenire danni difficili da riparare.

Aiuto ai Paesi in via di sviluppo

Il trattato include anche il rafforzamento delle capacità e il trasferimento di tecnologie verso i Paesi con meno risorse, così che la tutela del mare non resti un privilegio delle nazioni più ricche.

Il legame con l’obiettivo «30 per 30»

Questo accordo non nasce isolato, ma si inserisce in un impegno globale più ampio: proteggere almeno il 30 per cento degli oceani entro il 2030, un traguardo noto come «30 per 30». Senza uno strumento capace di agire in alto mare, quell’obiettivo sarebbe rimasto irraggiungibile, perché la maggior parte del mare si trova proprio al di fuori dei confini nazionali.

Il Trattato sull’alto mare fornisce quindi la cornice giuridica indispensabile per trasformare una promessa ambiziosa in azioni verificabili nel corso dei prossimi anni.

Superficie del mare aperto all'orizzonte
Il trattato punta a proteggere il 30% degli oceani entro il 2030 — Foto: leyvaine davids / Pexels

Cosa cambia adesso e cosa manca ancora

L’entrata in vigore non è un traguardo finale, ma un punto di partenza. Ora inizia il lavoro concreto: individuare le aree da proteggere, definire le regole di gestione e mettere in piedi gli organismi che dovranno far funzionare l’accordo nel tempo. Serviranno risorse, controlli e la volontà di rispettare gli impegni presi.

Molti Paesi devono ancora completare la ratifica e trasformare le regole in pratiche quotidiane. La strada, insomma, è ancora lunga, ma per la prima volta esiste una mappa condivisa da seguire.

Perché è davvero una buona notizia

Gli oceani producono gran parte dell’ossigeno che respiriamo, regolano il clima e nutrono miliardi di persone. Prendersene cura non è un lusso, ma una necessità che riguarda tutti. Vedere decine di nazioni mettersi d’accordo per proteggere un bene comune così vasto è un segnale di speranza in un tempo spesso segnato da notizie difficili. È la dimostrazione che, con pazienza e cooperazione, possiamo ancora invertire la rotta.

Domande frequenti

Che cos’è il Trattato sull’alto mare?

È un accordo delle Nazioni Unite, noto anche con la sigla BBNJ, per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle acque internazionali. Permette, tra le altre cose, di creare aree protette in alto mare.

Quando è entrato in vigore?

Il trattato è entrato ufficialmente in vigore il 17 gennaio 2026, centoventi giorni dopo aver raggiunto la soglia di sessanta ratifiche, avvenuta nel settembre 2025.

Che cos’è l’alto mare?

È la parte di oceano che si trova oltre le zone di giurisdizione dei singoli Stati, cioè lontano dalle coste. Rappresenta circa i due terzi della superficie oceanica ed è considerato un bene comune dell’umanità.

Perché era importante un accordo del genere?

Perché fino ad ora nessuno aveva il potere di istituire aree protette in acque internazionali. Senza regole condivise, proteggere questi ambienti da pesca eccessiva, inquinamento e altre pressioni era molto difficile.

Che cos’è l’obiettivo «30 per 30»?

È l’impegno globale a proteggere almeno il 30 per cento degli oceani (e delle terre) entro il 2030. Il Trattato sull’alto mare è lo strumento che rende possibile raggiungere questa quota anche nel mare aperto.

Il problema è quindi risolto?

No, è solo l’inizio. Ora serve applicare l’accordo: scegliere le aree da tutelare, definire le regole e garantire i controlli. Ma per la prima volta esiste una base giuridica comune su cui costruire.