Cercava l’oro nell’urina, trovò una polvere che brilla

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Ad Amburgo, nel 1669, un uomo passò settimane a far bollire urina nella cantina di casa sua. Cercava l’oro, e quello che trovò sul fondo della storta brillava al buio da solo, di una luce verdina che non scaldava.

Si chiamava Hennig Brand, di mestiere faceva il mercante e nel tempo libero si era messo in testa di essere un alchimista. Come tutti gli alchimisti del suo secolo inseguiva la pietra filosofale, la sostanza capace di trasformare il metallo qualunque in oro. Il suo ragionamento era, a modo suo, impeccabile: l’urina è gialla, l’oro è giallo, quindi l’oro del corpo umano doveva essere lì dentro. Bastava tirarlo fuori.

Barili di urina in cantina

Per prima cosa serviva materia prima, e Brand ne raccolse una quantità che ancora oggi fa impressione: le ricostruzioni parlano di qualcosa come cinquemila litri, quasi certamente scroccati alle caserme e alle birrerie della città. Su quanta ne servisse davvero gli storici non vanno d’accordo, perché le cronache del tempo parlano genericamente di botti e i conti precisi sono arrivati molto dopo.

Il procedimento durò settimane. Brand lasciò marcire il liquido, poi lo fece evaporare finché non restò una poltiglia nera e catramosa. Mescolò quella poltiglia con sabbia e carbone e la spinse alla temperatura più alta che il suo forno riusciva a raggiungere. Dal collo del recipiente uscì un vapore bianco che, condensato nell’acqua, si depositò in gocce cerose.

E le gocce si misero a brillare. Non una fiamma, non una brace: una luce ferma che durava ore e non produceva calore. Brand la chiamò «fuoco freddo» e, come racconta oggi il Science History Institute, mostrò la cosa a qualche collega senza spiegare a nessuno come l’avesse ottenuta.

Il colpo di scena

Brand non aveva trovato l’oro. Aveva trovato un elemento chimico nuovo di zecca, il primo della storia di cui conosciamo con certezza il nome di chi lo isolò. Lo battezzò fosforo, che in greco vuol dire portatore di luce, e per una volta il nome era esatto: il fosforo bianco reagisce con l’aria dell’ambiente e quella reazione lentissima, come spiega la Royal Society of Chemistry, produce luce al posto del calore. Lo stesso trucco che usano certi animali per illuminarsi al buio, dai vermi luminosi delle grotte neozelandesi alle lucciole di casa nostra.

Il guaio è che Brand non capì mai davvero cosa avesse in mano. Tenne il segreto stretto, provò a venderlo, restò povero. Fu un altro alchimista, Daniel Kraft, a portare quella fiammella dentro un barattolo di corte in corte per l’Europa, come si porta in giro un numero da circo. A Londra la vide Robert Boyle, che era uno abituato a voler capire: rifece l’esperimento, studiò la sostanza sul serio e il suo assistente ci costruì sopra un’azienda. Un secolo dopo sarebbe arrivato Lavoisier a mettere ordine in tutta la chimica.

Dove è finito il fuoco freddo

Quella polvere nata in una cantina di Amburgo ha poi fatto una carriera che Brand non avrebbe immaginato. È finita sulla capocchia dei fiammiferi, cioè nella ragione per cui basta uno sfregamento per accendere un fuoco, cosa che agli esseri umani era costata parecchia fatica fino a quel momento: per inciso, l’accendino è stato inventato prima del fiammifero. Ed è finita soprattutto nei concimi, perché senza fosforo le piante non crescono e senza quei concimi mangeremmo tutti molto meno.

Resta un ultimo pezzo di storia, ed è italiano. Il detto secondo cui il pesce «fa bene alla memoria perché contiene fosforo» nasce nell’Ottocento, quando si scoprì che il cervello ne è pieno e qualcuno tirò la conclusione con troppo entusiasmo. Il fosforo nel cervello c’è, verissimo. Ma ce l’hai anche nelle ossa, nei denti e dentro ogni singola cellula, perché è uno dei mattoni del DNA. Mangiarne di più non ti farà ricordare dove hai messo le chiavi.

Brand morì senza sapere di aver aperto la porta alla chimica moderna. Cercava l’oro. Trovò la luce.

Fonti

Science History Institute – Hennig Brandt and the Discovery of Phosphorus

Royal Society of Chemistry – Periodic Table, Phosphorus

Encyclopaedia Britannica – Hennig Brand

Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2026