A Firenze il vino usciva da una porticina nel muro

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Cammini in via Ricasoli con il naso in su e la porticina non la vedi. Te la indica qualcun altro: uno sportello di legno incassato nella pietra, alto quanto un fiasco. Da lì, per secoli, i fiorentini hanno comprato il vino.

Si chiamano buchette del vino e a Firenze sono dappertutto, appena impari a cercarle. Bussavi, passavi il fiasco vuoto, te lo riprendevi pieno. Chi stava dall’altra parte del muro non lo vedevi in faccia.

Chi le ha descritte per primo

A metterle per iscritto è un cronista, Francesco Rondinelli, incaricato dal granduca Ferdinando II di raccontare quello che era successo in città durante la peste. La sua Relazione del contagio esce nel 1634 e contiene un dettaglio che vale tutto il libro: chi vendeva vino dal palazzo non prendeva le monete con le mani. Le faceva scivolare su una paletta di metallo e le buttava subito in una bacinella d’aceto.

Il muro faceva da barriera, l’aceto da disinfettante, e il commercio andava avanti mentre Firenze si svuotava. Nessuno aveva ancora idea di cosa fosse davvero un contagio: per capirlo sarebbe servito un altro toscano, Filippo Pacini, e sarebbe passato parecchio tempo.

Perché un nobile vendeva vino da una fessura

Le grandi famiglie fiorentine avevano terre in campagna e cantine sotto casa. Le regole granducali permettevano di vendere il proprio vino al dettaglio senza passare dall’oste, a una condizione pratica: che i clienti restassero fuori dalla porta. La buchetta era la risposta elegante, una cassa affacciata sulla strada che non costringeva nessuno ad aprire il portone né a fare conversazione con chi comprava un quartino.

Il vino arrivava dalle vigne di famiglia, le stesse colline dove ancora oggi si fa la vendemmia. Chiuso lo sportello di legno, il palazzo tornava a essere solo un palazzo.

Un dubbio però resta, ed è onesto tenerlo. Si legge spesso che le buchette nacquero per la peste, ma i muri sono più vecchi dell’epidemia e la vendita diretta esisteva già: Rondinelli descrive un’abitudine, non un’invenzione. L’associazione fiorentina che le censisce da anni resta prudente, e fa bene. Il 1634 è la prima prova scritta, non un atto di nascita.

Sparite e poi tornate

Le buchette hanno lavorato fino agli anni Cinquanta. Poi il vino si è comprato al supermercato e gli sportelli sono stati tappati o ridotti a cassette della posta. Parecchi sono finiti sotto l’intonaco e non si sa più dove fossero.

Nel 2020, quando toccarsi è diventato un problema, qualche osteria del centro ha tolto il tappo e ha ricominciato. Bussi sul legno e dalla fessura esce un calice, in via Santo Spirito come in via delle Belle Donne. I turisti fanno la fila per un gesto che a Firenze era la spesa di ogni giorno, un po’ come il Marsala che deve la sua fortuna a un inglese: la storia del vino italiano gira spesso su dettagli minuscoli.

Il censimento dell’associazione, ripreso dal Corriere Vinicolo, conta quasi duecento buchette ancora visibili in città, altre sparse per la Toscana e molte perdute per sempre.

Sopra quella di via delle Belle Donne c’è ancora la lapide con gli orari di vendita: cantina aperta da novembre ad aprile, la mattina e poi nel tardo pomeriggio. È incisa nella pietra, come si faceva con le cose destinate a durare. Annuncia l’orario di un negozio chiuso da generazioni.

Fonti

Associazione Buchette del Vino, censimento e mappe

Unione Italiana Vini, «Buchette del vino, la rinascita a Firenze», Il Corriere Vinicolo

Associazione Buchette del Vino, ricerche d’archivio e Relazione del contagio di Francesco Rondinelli

Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2026