Per quasi quarant’anni, alle Olimpiadi si è vinto l’oro anche scrivendo una poesia. Non una gara di contorno: medaglie vere, stesso podio, stesso albo d’oro degli sprinter.
Successe dal 1912 al 1948. Accanto a corsa, nuoto e scherma c’erano cinque discipline che oggi sembrano uno scherzo: pittura, scultura, architettura, musica e letteratura. Qualcuno le chiamava il pentathlon delle Muse. L’unica regola era che l’opera parlasse di sport.
Chi ebbe l’idea, e come se la cavò
L’idea era di Pierre de Coubertin, il barone francese che aveva rimesso in piedi i Giochi. Per lui un atleta senza cultura era mezzo atleta, e nell’antichità gare e poeti stavano nello stesso recinto sacro. Quando la sua creatura debuttò a Stoccolma, però, Coubertin fece una cosa che oggi gli costerebbe la carriera: si iscrisse pure lui, sotto falso nome.
Firmò «Georges Hohrod e Martin Eschbach», presentò un’ode allo sport e si portò a casa l’oro per la letteratura. La giuria premiò l’uomo che aveva inventato la gara senza sapere di averlo davanti.
L’oro che finì a Bologna
Il pezzo più bello di questa storia, per noi, ha un accento emiliano. Farpi Vignoli era uno scultore bolognese cresciuto a due passi da un ippodromo, e quei cavalli se li portava dentro. A Berlino 1936 presentò «Il guidatore di sulky»: un uomo piegato in avanti sul calesse da corsa, tutto nervi e vento. Vinse. A consegnargli il premio fu il principe Umberto, e la statua finì poi dall’altra parte del mondo, in un museo di Tokyo.
Vignoli non era un caso isolato: l’Italia in quegli anni raccolse parecchio, tra scultori e architetti. Solo che nessuno se lo ricorda, perché quelle medaglie oggi non compaiono nei medaglieri ufficiali. Se contarle o no è una questione su cui gli storici dello sport continuano a non mettersi d’accordo.
Perché non se ne parla più
A far saltare tutto fu la regola più rigida dell’epoca: l’atleta olimpico doveva essere un dilettante puro, uno che non guadagnava un soldo dal suo talento. Un pittore, invece, i quadri li vende. Negli anni Cinquanta il Comitato Olimpico decise che la contraddizione era insanabile e chiuse la faccenda. Le arti tornarono a essere mostre ed esposizioni a margine dei Giochi, quelle che ancora oggi accompagnano ogni edizione senza che nessuno ci faccia caso, da Barcellona in poi.
Resta il fatto che per decenni sul podio olimpico sono salite persone con le mani sporche di creta invece che di magnesio, gente che avrebbe faticato a finire un giro di pista. Uno di loro, l’americano Walter Winans, riuscì a fare entrambe le cose: aveva già vinto l’oro nel tiro, poi si presentò con la statuetta di un cavallo trottatore e vinse anche quella. Due ori olimpici, uno con il fucile e uno con lo scalpello.
E c’è un ultimo nome che vale tutta la storia. Nell’edizione finale di quelle gare, a Londra, l’argento per l’incisione andò a un inglese di 73 anni, John Copley, con una scena di giocatori di polo. È il medagliato più anziano nella storia dei Giochi, più vecchio di qualsiasi tiratore o velista mai salito su un podio. Non ha mai corso un metro.
Fonti
Smithsonian Magazine: When the Olympics Gave Out Medals for Art
Olympedia, Art Competitions
Olympic World Library: Sculpture Gold Medal: Farpi Vignoli, Berlin 1936
Biblioteca Salaborsa, Comune di Bologna: Farpi Vignoli premiato alle Olimpiadi dell’Arte
Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2026