Filippo Pacini vide il vibrione del colera nel 1854

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Filippo Pacini aveva diciannove anni e un cadavere davanti. Era il 1831, nel teatro anatomico dell’ospedale del Ceppo a Pistoia, e lungo i nervi delle dita vide corpuscoli bianchi lunghi circa un millimetro che nessuno aveva mai descritto. Ventitré anni dopo, a Firenze, ne avrebbe visti altri molto più piccoli.

Nel 1854, durante la pandemia di colera, Pacini esaminò al microscopio la mucosa intestinale dei morti e vi trovò organismi ricurvi che chiamò vibrioni. Li indicò come causa della malattia, non come effetto. Oggi quel batterio porta ufficialmente il nome che gli diede lui: Vibrio cholerae Pacini 1854. Perché la nomenclatura internazionale lo mettesse nero su bianco servirono 111 anni.

Pistoia, 1831: gli organi che non esistevano

Pacini era nato a Pistoia il 25 maggio 1812, figlio di un calzolaio, e studiava alla Scuola medico-chirurgica dell’ospedale del Ceppo. I corpuscoli li notò lì, mentre dissezionava una mano. Formazioni bianche, ovali, disposte come grappoli sui rami dei nervi digitali. Un dettaglio anatomico che generazioni di dissettori avevano avuto sotto gli occhi senza registrarlo.

Il riconoscimento arrivò lentamente. Presentò la scoperta alla Società Medico-Fisica Fiorentina nel 1835, la pubblicò su rivista nel 1836, la portò alla Prima Riunione degli Scienziati Italiani a Pisa nel 1839. Solo nel 1840 uscì il volume dedicato, Nuovi organi scoperti nel corpo umano, stampato a Pistoia dalla tipografia Cino. Poi l’anatomista svizzero Rudolf von Kölliker confermò le osservazioni nel 1844, e in Germania quelle strutture cominciarono a chiamarsi Pacinische Körperchen. Sono i recettori che registrano vibrazioni e pressione profonda: la ragione per cui, passando il polpastrello su una superficie, le dita percepiscono rilievi di pochi micrometri.

Le lenti contavano quanto l’occhio. I primi lavori li fece alla Villa di Scornio, presso il mecenate pistoiese Niccolò Puccini, con un microscopio costruito da Giovanni Battista Amici; più tardi progettò con Amici altri strumenti, oggi conservati al Museo Galileo di Firenze. Dal 1847 insegnò anatomia descrittiva a Firenze e anatomia artistica all’Accademia di Belle Arti.

Ritratto fotografico di Filippo Pacini, anatomista pistoiese (1812-1883)
Filippo Pacini in una fotografia dello studio fiorentino A. Hautmann e Ca. Foto: A. Hautmann e Ca. (Wellcome Collection) / Wikimedia Commons / CC BY 4.0

Firenze, 1854: il vibrione e l’ostilità di Bufalini

Il colera arrivò a Firenze nell’estate del 1854, nello stesso anno in cui a Londra John Snow disegnava la sua mappa di Broad Street. Snow ragionava sull’acqua e sulla distribuzione dei casi. Pacini guardava dentro l’intestino. La memoria che ne uscì, Osservazioni microscopiche e deduzioni patologiche sul cholera asiatico, apparve sulla Gazzetta Medica Italiana. Toscana del 1854 ed è la pubblicazione da cui discende ancora oggi il nome della specie.

Il contenuto era netto per l’epoca: il colera è contagioso, distrugge l’epitelio intestinale, e ciò che uccide è la perdita massiccia di acqua dal sangue. Da lì Pacini arrivò, nel 1879, a raccomandare l’iniezione endovenosa di soluzione salina, con una formula vicina alla fisiologica che si usa oggi. Era la terapia giusta con settant’anni di anticipo.

Non servì a molto. La scoperta fu comunicata all’Accademia fiorentina nel 1854 «senza riscuotere adeguato riscontro», annota il Dizionario Biografico degli Italiani. L’opposizione più pesante venne da Maurizio Bufalini, clinico di enorme peso a Firenze, che rifiutava l’idea del contagio per materiali infetti e teneva in piedi la spiegazione miasmatica. In una città dove Bufalini dettava l’agenda, un anatomista con un vetrino aveva poche possibilità.

Resta aperto quanto Pacini avesse davvero in mano. Non coltivò mai il vibrione e non lo inoculò in animali: lo vide, lo disegnò, lo interpretò. Dai suoi preparati non si può escludere che tra quegli organismi ricurvi ci fosse anche altra flora intestinale. Su questo gli storici della medicina non hanno una risposta unica, e il dubbio va tenuto invece di trasformare Pacini in un profeta perfetto. Morì a Firenze il 9 luglio 1883, in via di Mezzo, dove una lapide segna ancora la casa. L’anno dopo Robert Koch, in Egitto e in India, isolava e coltivava lo stesso batterio, e il mondo lo seppe da lui.

Cosa non è vero

«Koch rubò la scoperta a Pacini.» Non c’è documentazione che Koch conoscesse i lavori italiani del 1854. Soprattutto, i due fecero cose diverse: Pacini osservò il vibrione nei tessuti, Koch lo isolò in coltura pura e ne dimostrò la costanza nei malati. La letteratura italiana parla di lavoro ignorato, non di plagio: le memorie di Pacini uscirono su riviste toscane, in italiano, mentre la teoria miasmatica dominava.

«Nel 1965 il batterio fu ribattezzato in onore di Pacini.» Non fu un cambio di nome. Con l’Opinion 31 la Commissione Giudiziale conservò il genere Vibrio Pacini 1854, fissò Vibrio cholerae come specie tipo e ne designò un neotipo, il ceppo ATCC 14035. La paternità del nome era già di Pacini per priorità di pubblicazione: la decisione la mise al riparo da contestazioni, e le Approved Lists del 1980 la confermarono.

Le tappe, dal Ceppo alla nomenclatura

Tra la prima osservazione al microscopio e il riconoscimento formale del nome passarono 134 anni. La cronologia completa:

Anno Che cosa accade
25 maggio 1812 Nasce a Pistoia, in via di Mezzo, figlio del calzolaio Francesco Pacini
1830-1836 Studia alla Scuola medico-chirurgica dell’ospedale del Ceppo
1831 Da studente individua i corpuscoli lungo i nervi digitali
1835 Comunica la scoperta alla Società Medico-Fisica Fiorentina
1839 Presenta il lavoro alla Prima Riunione degli Scienziati Italiani, a Pisa
1840 Pubblica a Pistoia Nuovi organi scoperti nel corpo umano
1844 Kölliker conferma le osservazioni; nasce il nome «corpuscoli del Pacini»
1847 Cattedra di anatomia descrittiva a Firenze e di anatomia artistica alle Belle Arti
1854 Osserva i vibrioni nella mucosa intestinale dei morti di colera e li pubblica
1865-1880 Torna sul colera con altre cinque memorie, senza ottenere ascolto
1870 Mette a punto un metodo di respirazione artificiale per annegati e avvelenati
1879 Raccomanda l’iniezione endovenosa di soluzione salina nei malati di colera
9 luglio 1883 Muore a Firenze
1884 Koch descrive il «bacillo virgola» dopo le campagne in Egitto e in India
1935 I resti sono traslati a Santa Maria delle Grazie, a Pistoia, con Civinini e Tigri
1965 Opinion 31: Vibrio Pacini 1854 conservato, V. cholerae specie tipo
1980 Le Approved Lists fissano Vibrio cholerae Pacini 1854 come nome valido

L’eredità pratica è quella che si vede negli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità stima fra 1,3 e 4 milioni di casi di colera e fra 21.000 e 143.000 morti ogni anno, e il trattamento resta la reidratazione: sali per bocca nei casi lievi, soluzione endovenosa in quelli gravi. Esattamente la direzione indicata da Pacini nel 1879, quando quasi nessuno lo ascoltava.

I microscopi che si era fatto costruire da Amici sono al Museo Galileo, a poche centinaia di metri dall’Arno. Il suo nome, invece, viaggia altrove: compare ogni volta che un laboratorio scrive per esteso la specie. Vibrio cholerae Pacini 1854.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 6 settembre 2026.