Un anatomista di Pistoia vide al microscopio il batterio del colera nel 1854, e capì persino che a uccidere era la disidratazione. Aveva ragione su tutto. Il mondo gli avrebbe dato ascolto solo un secolo dopo la sua morte.
Si chiamava Filippo Pacini, era figlio di un calzolaio, e passò la vita a vedere cose che gli altri avevano davanti agli occhi senza accorgersene.
Uno studente di diciannove anni e un cadavere
La prima scoperta la fece da ragazzo. Nel 1831, chino su una mano da dissezionare, notò lungo i nervi delle dita dei minuscoli corpuscoli bianchi che nessuno aveva mai descritto. Generazioni di medici li avevano avuti sotto il bisturi senza vederli. Sono i sensori che ci fanno percepire vibrazioni e pressione, la ragione per cui un polpastrello sente i rilievi più fini. Ancora oggi, in mezzo mondo, li chiamano “corpuscoli del Pacini”.
Il suo segreto erano le lenti. Lavorava con microscopi eccezionali per l’epoca, costruiti da un grande ottico italiano, strumenti così belli che oggi si conservano in un museo di Firenze. Dove gli altri vedevano una macchia, lui vedeva una struttura.

Il vibrione che nessuno volle vedere
Poi arrivò il colera, a Firenze, nello stesso anno in cui a Londra John Snow disegnava la sua celebre mappa. Mentre Snow ragionava sull’acqua e sui pozzi, Pacini guardava dentro l’intestino dei morti. E lì trovò dei piccoli organismi ricurvi che battezzò vibrioni, dicendo una cosa rivoluzionaria: sono loro la causa della malattia, e ciò che ammazza è l’acqua che il corpo perde. Da qui, anni dopo, arrivò a consigliare di reidratare i malati iniettando acqua e sale in vena: la cura giusta, con settant’anni di anticipo.
Non lo ascoltò quasi nessuno. A Firenze comandava un altro medico, potentissimo, convinto che il colera venisse da vapori malsani nell’aria. Contro quel muro, un anatomista con un vetrino non aveva speranze.
Va detto con onestà: Pacini non coltivò mai quel batterio, non lo iniettò in animali. Lo vide, lo disegnò, lo interpretò. Tra i suoi campioni poteva anche esserci dell’altro. Non era un profeta perfetto. Ma la direzione era quella giusta, e lui era arrivato prima. Morì a Firenze nel 1883. L’anno dopo il tedesco Robert Koch coltivò lo stesso batterio, e la gloria andò tutta a lui.
Vero o falso?
«Koch gli rubò la scoperta.» Falso. Nessuna prova che conoscesse i lavori italiani, e i due fecero cose diverse: Pacini lo vide nei tessuti, Koch lo isolò in coltura. Fu un lavoro ignorato, non un plagio.
«Il batterio fu poi ribattezzato in suo onore.» Falso. Il nome era già suo da sempre, per averlo pubblicato per primo. Molto più tardi si è solo messo tutto nero su bianco.
I suoi microscopi sono a Firenze, a due passi dall’Arno. Il suo nome, però, viaggia dappertutto: spunta ogni volta che un laboratorio scrive per esteso la specie.
Vibrio cholerae Pacini 1854.
Fonti
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, «Pacini, Filippo»
- Museo Galileo, biografia di Filippo Pacini
- LPSN, la scheda di Vibrio cholerae Pacini 1854
- Organizzazione mondiale della sanità, scheda sul colera
Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026