L’istrice non lancia gli aculei, anche se lo scrisse Plinio

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L’istrice non lancia gli aculei. Non l’ha mai fatto, anche se da duemila anni lo racconta mezzo mondo, a cominciare da Plinio il Vecchio, che lo scrisse nero su bianco nella sua enciclopedia.

Chi si è ritrovato con il muso pieno di spine, però, avrebbe qualcosa da ridire. E in effetti è da lì che nasce tutto.

Come la raccontava Plinio

Nel libro della sua Storia naturale dedicato agli animali, Plinio descrive l’istrice come un cugino del riccio con gli aculei più lunghi. Quando tende la pelle, scrive, quegli aculei diventano proiettili: si piantano nel muso dei cani che lo inseguono, e ogni tanto li scaglia anche un po’ più lontano.

È un’immagine irresistibile, l’animale balestra. Per secoli bestiari medievali, poeti e più tardi i cartoni animati l’hanno ripresa senza farsi troppe domande. Del resto chi avrebbe controllato? L’istrice esce di notte, è timido e passa le giornate in tana. Vederne uno da vicino, per la maggior parte della gente, era ed è un evento raro.

Cosa succede davvero quando un istrice si arrabbia

Il nostro istrice, quello che vive in Italia, ha un repertorio di minacce da far invidia a un attore. Prima rizza la cresta e tutti gli aculei, raddoppiando le sue dimensioni. Poi batte le zampe a terra e brontola. Se non basta, scuote la coda: lì ha degli aculei speciali, corti e cavi come piccoli bicchieri, che sbattendo tra loro producono un fruscio secco, molto simile al sonaglio di un serpente. Lo descrivono bene i naturalisti dell’Università del Michigan.

Solo se l’avversario insiste arriva la mossa finale: l’istrice si gira e gli corre addosso all’indietro, perché la parte posteriore è la più armata. Gli aculei, che sono peli trasformati, lunghi come una matita, sono piantati nella pelle in modo molto lasco. Al contatto si staccano subito e restano conficcati nella volpe o nel cane di turno.

Ed ecco l’equivoco. Chi arriva sulla scena un attimo dopo vede un cane che guaisce con il muso irto di spine e un istrice a qualche passo di distanza, ormai intatto e tranquillo. La conclusione viene da sé: glieli ha tirati. Anche l’enciclopedia Treccani, alla voce istrice, lo liquida in poche parole: è una leggenda.

Un romano arrivato dall’Africa

C’è un altro dettaglio che pochi conoscono: l’istrice italiano, con ogni probabilità, non è nato qui. Nei nostri boschi non ci sono sue tracce per migliaia di anni, fino all’epoca romana. Le analisi genetiche fatte all’Università di Roma Tor Vergata indicano come terra d’origine la Tunisia e un arrivo con l’uomo, forse proprio ai tempi dell’impero. C’è chi pensa a più sbarchi diversi, e sull’intera faccenda gli studiosi non hanno ancora chiuso il discorso.

Da allora l’istrice se l’è presa comoda. Per secoli è rimasto tra Sicilia e Toscana, poi negli ultimi decenni ha attraversato la pianura Padana ed è arrivato fino ai piedi delle Alpi, in Veneto e perfino in Alto Adige. Un po’ come la zanzara tigre, ma con qualche secolo di anticipo e molte più simpatie.

E se ti piacciono i miti animali smontati, c’è anche quello degli struzzi che nascondono la testa nella sabbia.

Vero o falso?

L’istrice lancia gli aculei: falso. Si staccano solo al contatto.

Gli aculei ricrescono: vero, come i peli che sono.

L’istrice è sempre vissuto in Italia: falso, arrivò probabilmente con i Romani.

Plinio, però, scriveva anche che gli istrici vengono dall’Africa. Su questo, almeno, aveva ragione.

Fonti

Treccani, Enciclopedia: istrice

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro VIII, 125 (LacusCurtius, University of Chicago)

Trucchi e Sbordoni, Unveiling an ancient biological invasion: the crested porcupine, BMC Evolutionary Biology (2009)

Animal Diversity Web, University of Michigan: Hystrix cristata

Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2026