Dentro la piramide di Chefren, a Giza, sulla parete della camera funeraria c’è una scritta in italiano. A lasciarla non fu un turista maleducato, ma un ex forzuto da circo nato a Padova, figlio di un barbiere.
Si chiamava Giovanni Battista Belzoni, e la sua vita sembra scritta da Emilio Salgari in una giornata di buon umore.
Il gigante che sollevava mezza compagnia teatrale
Da ragazzo Belzoni scappa di casa, passa per Roma, studia un po’ di idraulica e poi finisce in Inghilterra. Lì ha un problema che diventa un mestiere: è enorme. Così alto e muscoloso che nel 1803 il teatro Sadler’s Wells di Londra lo mette in cartellone come «il Sansone della Patagonia».
Il numero forte era questo: si legava al corpo un’impalcatura di ferro e ci faceva salire sopra una fila di attori della compagnia, poi camminava per il palco come se portasse la spesa. Il pubblico impazziva. Lui, intanto, sognava altro. Lo racconta bene la scheda biografica della Treccani: quello che gli interessava davvero erano le macchine per muovere l’acqua.
Una ruota idraulica e un pessimo presagio
Nel 1815, a Malta, sente dire che il pascià d’Egitto Mehmet Ali cerca idee nuove per irrigare i campi. Belzoni parte con la moglie inglese Sarah e progetta una ruota spinta da un bue, capace secondo lui di sollevare più acqua di qualsiasi macchina locale.
La prova davanti al pascià va storta. Durante la dimostrazione un aiutante resta ferito e la corte legge l’incidente come un cattivo segno. Il contratto sfuma. Belzoni si ritrova al Cairo senza lavoro, grande e grosso, con una conoscenza rara: sa spostare cose pesantissime con leve e rulli.
È proprio quello che serve al console britannico Henry Salt. A Tebe c’è una testa colossale di Ramses II, spezzata dal suo corpo, che i francesi avevano provato a portare via senza riuscirci. Belzoni ci riesce facendola scivolare su rulli di legno, tirata da decine di operai, fino al Nilo. Oggi quella testa è uno dei pezzi più guardati del British Museum, come ricorda la lunga ricostruzione di Tom Verde su AramcoWorld.
Cosa trovò scavando nella sabbia?
Da lì in poi è un elenco di colpi grossi. Nel 1817 libera dalla sabbia l’ingresso del grande tempio di Abu Simbel ed entra per primo tra le statue sepolte da secoli. Pochi mesi dopo, nella Valle dei Re, trova la tomba del faraone Seti I, ancora oggi una delle più belle, piena di pitture dai colori intatti.
Poi tocca alle piramidi. Tutti erano convinti che quella di Chefren fosse piena, senza stanze dentro. Belzoni osserva le pietre, nota un punto dove i blocchi sembrano più smossi, fa scavare e trova il passaggio. Nel marzo del 1818 arriva nella camera funeraria. Il sarcofago è lì, ma vuoto: i ladri erano passati molto prima di lui.
Con gli occhi di oggi, i suoi metodi farebbero inorridire qualsiasi archeologo. Scavava per trovare oggetti da spedire ai musei europei, non per capire come vivevano gli egizi, e nei suoi scavi qualcosa si ruppe per sempre. Era il suo tempo, e Belzoni ne fu il campione più ingombrante.
Non dimenticò però la sua città. Tornato in Europa, regalò a Padova una coppia di statue della dea leonessa Sekhmet, trovate a Tebe, chiedendo che fossero messe al Palazzo della Ragione. Oggi le trovi ai Musei Civici agli Eremitani. Se ti piacciono queste storie, sul sito ne abbiamo altre sull’antico Egitto e sulle piramidi, compresa quella di Howard Carter.
Belzoni morì nel 1823 in Africa occidentale, stroncato dalla dissenteria mentre cercava di risalire verso l’interno sulle tracce del Niger.
Ma la sua firma è ancora là, sulla parete della piramide, a caratteri grandi: «Scoperta da G. Belzoni». Chi entra oggi nella camera di Chefren la legge a colpo d’occhio.
Il faraone se n’era andato. Il figlio del barbiere è rimasto.
Fonti
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani: Belzoni, Giovanni Battista
- AramcoWorld, Tom Verde: Egyptology’s Pioneering Giant
- Musei Civici di Padova: le statue di Sekhmet
Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2026