La zanzara che ti tormenta le caviglie in terrazza è arrivata in Italia dentro una pila di copertoni usati. Sbarcò a Genova nel 1990, nel giardino di un asilo, e in poco più di trent’anni si è presa tutta la penisola.
Una viaggiatrice clandestina che non ha mai comprato un biglietto. È salita a bordo, e non è più scesa.
Da un asilo di Genova
A dare l’allarme, quel dicembre, furono quattro studiosi in quattro paginette scritte in italiano. L’ultimo della fila era Mario Coluzzi, un parassitologo della Sapienza che aveva passato la vita a studiare le zanzare della malaria in Africa. Uno così capiva al volo la differenza tra una curiosità da entomologi e un problema in arrivo. Il titolo che scelsero era già una profezia: parlava di una possibile diffusione in tutta l’area mediterranea. Ci hanno azzeccato in pieno.
Dopo Genova bastò un anno perché comparisse anche in Veneto, poi su e giù per lo stivale, prima al nord, poi ovunque, isole comprese. Oggi l’Istituto Superiore di Sanità la dà per presente in tutta Italia.
I copertoni che fanno da nave
Il trucco del suo viaggio è disarmante. Un vecchio pneumatico lasciato all’aperto, in attesa di essere rivenduto, raccoglie un dito d’acqua piovana sul fondo. La zanzara ci depone le uova appena sopra il pelo dell’acqua. E qui il colpo di genio della natura: quelle uova resistono all’asciutto e al gelo, possono aspettare mesi da secche e schiudono solo quando l’acqua torna. Nel frattempo il copertone è stato caricato su una nave e ha attraversato un oceano.
Da sola, una zanzara tigre è una pigrona: vola sì e no duecento metri in tutta la vita. Quella che ti punge sul balcone è nata a due passi, in un sottovaso, una grondaia intasata, la ciotola del cane dimenticata piena. Le grandi distanze le fa da passeggera, come le specie di pesci che arrivano da lontano nelle stive delle navi. A muoverla non è il vento. Siamo noi.
Quando la Romagna ebbe la febbre tropicale
Nel 2007 la storia smise di essere questione da insetti. In due frazioni della Romagna divise da un fiume comparve all’improvviso una febbre con dolori alle articolazioni fortissimi. Era chikungunya, un virus tropicale che da noi non si era mai visto, e a passarlo da una persona all’altra era proprio lei, la tigre dei copertoni. Fu il primo focolaio del genere in tutta Europa.
C’è un dettaglio che mette i brividi. Tre residenti di Bologna si ammalarono senza essere mai usciti di casa né andati nelle zone colpite, a decine di chilometri di distanza. Come il virus sia arrivato fino a loro, nessuno è mai riuscito a dirlo con certezza. E il fastidio vero è che da allora casi così, ogni estate, hanno smesso di stupire.
Vero o falso?
«Punge di notte, come le altre.» Falso. La tigre lavora in pieno giorno, vola bassa e ti azzanna le caviglie a metà pomeriggio. Perché poi colpisca più te che il tuo amico è un’altra storia, fatta di odore e respiro.
«Arriva dalle paludi lontane.» Falso. È nata a pochi metri da dove ti punge. Curioso: il nome della malaria nacque dall’idea sbagliata che il male venisse dall’aria delle paludi. Qui l’errore si ripete, al contrario.
Fin dove potrà ancora spingersi, con gli inverni sempre più tiepidi, è la domanda che tiene svegli i ricercatori. Le sue uova reggono anche parecchi gradi sotto zero.
Il suo limite, nessuno l’ha ancora trovato.
Fonti
- La prima segnalazione italiana, Parassitologia, 1990
- Museo di Storia Naturale di Venezia, scheda sulla zanzara tigre
- Istituto Superiore di Sanità, l’epidemia di chikungunya del 2007
- ECDC, i dati europei del 2025
Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026
Scheda: Zanzara tigre.