Sulle rive di un antico lago vicino al Garda, ogni estate, dalla terra spuntano piccole tavolette d’argilla coperte di segni. Sono lì da quattromila anni, e nessuno al mondo sa cosa vogliano dire.
Ne è appena saltata fuori un’altra, la ventunesima. E come le altre venti, tiene la bocca chiusa.
Come si data un villaggio all’anno esatto
Il posto si chiama Lucone, in provincia di Brescia, e oggi è un prato. Ma quattromila anni fa era uno specchio d’acqua, e sopra l’acqua sorgeva un villaggio di capanne su pali. Di quel villaggio sappiamo una cosa quasi incredibile: sappiamo l’anno in cui lo costruirono, il 2034 a.C. Non “più o meno”, proprio quell’anno.
Come si fa? Contando gli anelli delle querce usate per i pali, gli stessi che raccontano il clima del passato. E qui c’è il paradosso più bello: a salvare quel legno è stata una disgrazia. Un incendio fece crollare tutto nell’acqua, e proprio il fango e le macerie hanno protetto travi e oggetti per millenni. Se non fosse bruciato, oggi non avremmo nulla da leggere. E, ironia della sorte, ci resta comunque tutto da capire.

Segni che nessuno sa leggere
Le chiamano proprio così, “tavolette enigmatiche”, e il nome è tutto un programma. Sono placchette di terracotta con righe incise e piccole impronte messe in fila, che ricompaiono in altri villaggi tra il Nord Italia e la Germania. Il Lucone ne ha restituite più di ogni altro posto in Italia.
E le ipotesi? Si accavallano da oltre un secolo. C’è chi ci vede una contabilità, una specie di libro dei conti per le merci. Chi pensa a sigilli, o a calendari, o a oggetti per riti. Qualcuno le paragona ai gettoni d’argilla che in Mesopotamia servivano a contare prima ancora di inventare la scrittura. Attenzione però: non sono affatto “la scrittura più antica d’Europa”, come a volte si legge. Non sono una scrittura, e il loro stesso nome nasce dal fatto che una spiegazione non ce l’abbiamo. Restano segni muti, come tanta arte rupestre che ci guarda senza parlare.
Un pugnale e un mistero sul bordo del villaggio
La stagione ha regalato un altro enigma. Insieme alla tavoletta è uscito un pugnale di bronzo di un tipo mai visto prima qui, con una patina strana, verde solo a chiazze. E lungo il confine dell’abitato, dove gli studiosi si aspettavano una palizzata di difesa, hanno trovato invece una fascia larga pochi metri di legni crollati e assi bruciate. Cosa fosse in origine, nessuno lo sa ancora dire.
Vale la pena ricordare chi ha riportato tutto alla luce: una maestra elementare di Polpenazze, Isa Marchiori, che negli anni Sessanta notò dei cocci affiorare dal terreno e li segnalò. Da un suo sguardarsi i piedi è nata mezza storia di questo villaggio. Oggi il lavoro è più umile e paziente: lavare i frammenti, asciugarli, provare ad accostarli finché due pezzi combaciano.
Poi si ricomincia il giorno dopo.
Fonti
- Il sito D del Lucone di Polpenazze, Rivista di Scienze Preistoriche, 2022
- La dendrocronologia dei villaggi palafitticoli italiani, Springer, 2024
- Museo Archeologico della Valle Sabbia di Gavardo, il Lucone
- UNESCO, i villaggi palafitticoli attorno alle Alpi
Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026