Le tavolette misteriose di 4.000 anni fa che nessuno sa leggere

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Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Sulle rive di un antico lago vicino al Garda, ogni estate, dalla terra spuntano piccole tavolette d’argilla coperte di segni. Sono lì da quattromila anni, e nessuno al mondo sa cosa vogliano dire.

Ne è appena saltata fuori un’altra, la ventunesima. E come le altre venti, tiene la bocca chiusa.

Come si data un villaggio all’anno esatto

Il posto si chiama Lucone, in provincia di Brescia, e oggi è un prato. Ma quattromila anni fa era uno specchio d’acqua, e sopra l’acqua sorgeva un villaggio di capanne su pali. Di quel villaggio sappiamo una cosa quasi incredibile: sappiamo l’anno in cui lo costruirono, il 2034 a.C. Non “più o meno”, proprio quell’anno.

Come si fa? Contando gli anelli delle querce usate per i pali, gli stessi che raccontano il clima del passato. E qui c’è il paradosso più bello: a salvare quel legno è stata una disgrazia. Un incendio fece crollare tutto nell’acqua, e proprio il fango e le macerie hanno protetto travi e oggetti per millenni. Se non fosse bruciato, oggi non avremmo nulla da leggere. E, ironia della sorte, ci resta comunque tutto da capire.

L'area di scavo di Lucone D, a Polpenazze del Garda
L’area di scavo di Lucone D. Foto: Gafforso / Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0

Segni che nessuno sa leggere

Le chiamano proprio così, “tavolette enigmatiche”, e il nome è tutto un programma. Sono placchette di terracotta con righe incise e piccole impronte messe in fila, che ricompaiono in altri villaggi tra il Nord Italia e la Germania. Il Lucone ne ha restituite più di ogni altro posto in Italia.

E le ipotesi? Si accavallano da oltre un secolo. C’è chi ci vede una contabilità, una specie di libro dei conti per le merci. Chi pensa a sigilli, o a calendari, o a oggetti per riti. Qualcuno le paragona ai gettoni d’argilla che in Mesopotamia servivano a contare prima ancora di inventare la scrittura. Attenzione però: non sono affatto “la scrittura più antica d’Europa”, come a volte si legge. Non sono una scrittura, e il loro stesso nome nasce dal fatto che una spiegazione non ce l’abbiamo. Restano segni muti, come tanta arte rupestre che ci guarda senza parlare.

Un pugnale e un mistero sul bordo del villaggio

La stagione ha regalato un altro enigma. Insieme alla tavoletta è uscito un pugnale di bronzo di un tipo mai visto prima qui, con una patina strana, verde solo a chiazze. E lungo il confine dell’abitato, dove gli studiosi si aspettavano una palizzata di difesa, hanno trovato invece una fascia larga pochi metri di legni crollati e assi bruciate. Cosa fosse in origine, nessuno lo sa ancora dire.

Vale la pena ricordare chi ha riportato tutto alla luce: una maestra elementare di Polpenazze, Isa Marchiori, che negli anni Sessanta notò dei cocci affiorare dal terreno e li segnalò. Da un suo sguardarsi i piedi è nata mezza storia di questo villaggio. Oggi il lavoro è più umile e paziente: lavare i frammenti, asciugarli, provare ad accostarli finché due pezzi combaciano.

Poi si ricomincia il giorno dopo.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026