C’è una parola italiana un po’ scherzosa e un po’ inquietante che nonni e zii usavano per indicare chi porta sfortuna: menagramo. Oggi la sentiamo di rado, eppure racconta un pezzo di cultura popolare fatto di scaramanzia, gesti scaccia-guai e paura del malocchio. Scopriamo insieme che cosa significa davvero, da dove viene e perché merita di non essere dimenticata.
Che cosa significa menagramo
Il termine menagramo indica una persona ritenuta portatrice di sfortuna, qualcuno la cui sola presenza sembrerebbe attirare guai e disgrazie. È l’equivalente popolare di parole come iettatore, gufo o portasfortuna. Spesso viene usato in tono ironico, ma affonda le radici in una credenza molto seria e diffusa: l’idea che certe persone possano influenzare negativamente gli eventi.
La parola può essere usata sia come sostantivo (essere un menagramo) sia, più raramente, in funzione di aggettivo. Nel linguaggio comune si accompagna volentieri a gesti scaramantici e a espressioni di scongiuro.
L’origine della parola
Menagramo nasce dall’unione del verbo menare, nel senso antico di portare o arrecare, e della parola gramo. In italiano gramo significa misero, infelice, sventurato: deriva a sua volta da una radice di area germanica legata all’idea di afflizione e dolore. Letteralmente, quindi, un menagramo è colui che porta il gramo, cioè che arreca sventura e infelicità.
La costruzione è la stessa di altre parole composte con il verbo menare, dove il primo elemento indica l’azione del portare e il secondo ciò che viene portato. In questo caso, ciò che si porta è la malasorte.

Il significato antico di menare
Oggi menare ci fa pensare soprattutto al linguaggio colloquiale, ma in italiano antico e letterario significava condurre, portare, guidare. Lo troviamo in espressioni come menare per il naso o menare a compimento. È da questo significato di portare che si forma menagramo: chi mena, cioè porta con sé, il gramo.
Una parola nata dalla scaramanzia
Menagramo appartiene al vasto mondo della scaramanzia italiana, un patrimonio di credenze popolari particolarmente vivo nel Sud, ma diffuso in tutta la penisola. La paura del malocchio e della iettatura ha prodotto nei secoli un intero repertorio di parole, gesti e rituali difensivi: toccare ferro, incrociare le dita, indossare amuleti come il celebre corno rosso.
In questo contesto, indicare qualcuno come menagramo non era solo un insulto: era anche un modo per prendere le distanze da una presunta fonte di sfortuna. La parola, insomma, funzionava come una piccola difesa verbale contro l’ignoto.
Menagramo nella cultura popolare
Il termine è entrato nel linguaggio comune anche grazie al teatro, al cinema e alla tradizione napoletana, dove la figura dell’iettatore è un personaggio ricorrente, spesso trattato con un misto di timore e comicità. Nella commedia all’italiana il menagramo diventa una macchietta: l’amico che è meglio non invitare, quello che se apre bocca fa saltare l’affare.
Questa dimensione ironica ha permesso alla parola di sopravvivere a lungo, anche quando le credenze più cupe sulla iettatura hanno perso presa. Dire a qualcuno sei un menagramo è oggi, quasi sempre, una battuta bonaria più che un’accusa vera.

Parole sorelle: iettatore, gufo, portasfortuna
Menagramo ha diversi sinonimi, ciascuno con una sfumatura propria. Iettatore, dal verbo latino che significa gettare (nel senso di gettare il malocchio), è più letterario e cupo. Gufo richiama la superstizione secondo cui l’uccello notturno annuncia disgrazie. Portasfortuna è il termine più neutro e trasparente. Menagramo si distingue per il suo tono popolare e un po’ vernacolare, quasi affettuoso nella sua asprezza.
Riscoprire questi termini è come aprire una piccola finestra sul modo di pensare di chi ci ha preceduto. Ci racconta paure, riti e humor di un mondo contadino e cittadino che parlava di fortuna e sfortuna con parole colorite. Chi ama queste chicche linguistiche può leggere anche gaglioffo: significato ed etimologia di una parola desueta.
Perché non dovremmo dimenticarla
Parole come menagramo rischiano di scomparire perché legate a un immaginario in via di estinzione. Eppure conservano un valore culturale e persino affettivo: sono spie di una mentalità, tracce di come le comunità elaboravano la paura dell’imprevisto. Usarle ogni tanto, magari con ironia, significa mantenere viva una parte del nostro patrimonio linguistico.

Come usarla oggi
Nel parlato contemporaneo menagramo funziona benissimo come battuta leggera tra amici, quando qualcuno pronuncia una previsione pessimistica poco prima di un evento importante. Va usata con misura, perché dare del menagramo a qualcuno resta pur sempre un’accusa, anche se scherzosa. Per approfondire il significato e la registrazione ufficiale del termine si può consultare il vocabolario Treccani.
Domande frequenti su menagramo
Cosa vuol dire menagramo?
Indica una persona ritenuta portatrice di sfortuna, un iettatore o portasfortuna. Spesso si usa in tono ironico.
Da dove deriva la parola menagramo?
Dall’unione del verbo menare, nel senso antico di portare, e della parola gramo, che significa misero e sventurato. Letteralmente: colui che porta sventura.
Menagramo è un termine offensivo?
Può esserlo, ma oggi viene usato quasi sempre in modo scherzoso e bonario tra amici, più come battuta che come vera accusa.
Qual è la differenza tra menagramo e iettatore?
Sono sinonimi, ma iettatore è più letterario e cupo, legato all’idea del malocchio, mentre menagramo ha un tono popolare e colloquiale.
La parola è ancora in uso?
È diventata desueta e si sente raramente, soprattutto tra le generazioni più giovani, ma resta comprensibile e viva nel linguaggio scherzoso.
Cosa significa gramo nel resto della lingua italiana?
Gramo significa misero, infelice, stentato. Si usa ancora in espressioni come vita grama, per indicare un’esistenza dura e povera.