Ogni 27 agosto ricorre la Giornata mondiale per la fine dello specismo, un’occasione per riflettere su una parola che si sente sempre più spesso ma che non tutti conoscono: specismo. Di che cosa si tratta? Da dove nasce il termine e perché è al centro di un dibattito filosofico e culturale? Vediamolo con un approccio divulgativo e senza posizioni preconcette.
Che cos’è lo specismo
Il termine specismo indica l’attribuzione di un valore o di diritti diversi agli esseri viventi in base alla loro appartenenza a una specie. In pratica, descrive l’idea che gli interessi degli esseri umani contino di più rispetto a quelli degli animali di altre specie, per il solo fatto di appartenere alla specie umana.
La parola è modellata su altri termini che indicano forme di discriminazione. Chi la utilizza intende invitare a chiedersi se il confine tra «noi» e «loro» sia sempre giustificato o se, in alcuni casi, sia semplicemente un’abitudine culturale.
L’origine del termine
Il vocabolo fu coniato nel 1970 dallo psicologo britannico Richard D. Ryder, che lo usò per la prima volta in un volantino distribuito a Oxford. Ryder cercava una parola che descrivesse in modo netto la disparità di trattamento tra la nostra specie e le altre.
Il ruolo di Peter Singer
Il concetto divenne noto al grande pubblico grazie al filosofo australiano Peter Singer, che nel 1975 pubblicò il saggio «Liberazione animale». Il libro è diventato un classico del dibattito bioetico e ha contribuito a diffondere il termine ben oltre gli ambienti accademici.

Su cosa si fonda il dibattito
Al cuore della discussione c’è la questione della sofferenza. Molti filosofi che affrontano il tema partono da una domanda formulata già nel Settecento dal pensatore Jeremy Bentham: la questione non è «gli animali possono ragionare?» né «possono parlare?», ma «possono soffrire?».
Le neuroscienze contemporanee hanno mostrato che molte specie animali provano dolore, stress ed emozioni complesse. Da qui nasce la riflessione: se un essere è in grado di soffrire, quanto peso dobbiamo dare ai suoi interessi? È una domanda aperta, su cui esistono risposte diverse e legittime.
Le posizioni in campo
Il tema è oggetto di un confronto articolato, e semplificarlo sarebbe scorretto. In generale si possono individuare alcune prospettive.
Chi critica lo specismo
Chi usa il termine in senso critico sostiene che molte differenze di trattamento non siano giustificate razionalmente e che alcuni criteri, come la capacità di soffrire, dovrebbero contare più dell’appartenenza di specie.
Chi ridimensiona il concetto
Altri studiosi ritengono invece che sia legittimo attribuire un valore particolare alla propria specie, o che esistano differenze rilevanti, ad esempio nella capacità di autocoscienza, che giustificano trattamenti diversi. Il dibattito, insomma, è tutt’altro che chiuso.

Specismo e vita quotidiana
Il concetto tocca ambiti molto concreti: alimentazione, allevamento, ricerca scientifica, animali da compagnia, tutela della fauna selvatica. Non a caso è entrato anche nel linguaggio delle istituzioni, che parlano sempre più spesso di «benessere animale».
Va sottolineato che riflettere sullo specismo non equivale automaticamente ad aderire a una particolare scelta di vita: è, prima di tutto, un invito a rendere consapevoli le proprie idee e abitudini, qualunque esse siano.
La sensibilità che cambia nel tempo
Il rapporto tra esseri umani e animali è cambiato molto nei secoli. Leggi contro il maltrattamento, riconoscimento della sensibilità animale in diversi ordinamenti giuridici, crescente attenzione nei documentari e nell’educazione: sono tutti segnali di una sensibilità in evoluzione. La Giornata del 27 agosto si inserisce in questo percorso più ampio.
Perché se ne parla proprio oggi
La Giornata mondiale per la fine dello specismo è promossa da associazioni e gruppi che si occupano del rapporto tra umani e altri animali. L’obiettivo dichiarato è stimolare la riflessione pubblica sul tema. Come per molte giornate mondiali, il valore principale è divulgativo: portare all’attenzione una questione e offrire spunti per informarsi.
Un concetto da conoscere, con spirito critico
Che si condivida o meno la prospettiva di chi critica lo specismo, conoscere il significato del termine aiuta a orientarsi in un dibattito sempre più presente nei media e nella cultura. La capacità degli animali di provare emozioni e comunicare è un campo affascinante: puoi approfondire leggendo come i delfini si chiamano per nome. Comprendere le parole è il primo passo per farsi un’opinione informata.

Domande frequenti
Cosa significa esattamente specismo?
Indica l’attribuzione di valore o diritti diversi agli esseri viventi in base alla specie di appartenenza, in particolare l’idea che gli interessi umani contino più di quelli delle altre specie.
Chi ha inventato il termine?
Fu coniato nel 1970 dallo psicologo britannico Richard D. Ryder e reso celebre dal filosofo Peter Singer con il saggio «Liberazione animale» del 1975.
Parlare di specismo significa essere vegetariani?
No. Riflettere sul concetto non implica automaticamente una scelta alimentare o di vita. È soprattutto un invito a rendere consapevoli le proprie idee.
Perché la sofferenza è così centrale nel dibattito?
Perché molti filosofi ritengono che la capacità di soffrire, più della specie, dovrebbe guidare il modo in cui consideriamo gli interessi di un essere vivente. È una posizione, però, non l’unica.
Esiste una posizione «giusta» sullo specismo?
Il tema è oggetto di un dibattito filosofico aperto, con argomenti diversi e legittimi. Non esiste una risposta unica e condivisa da tutti.
Quando si celebra la Giornata contro lo specismo?
Si celebra il 27 agosto di ogni anno, con l’obiettivo di stimolare la riflessione pubblica sul rapporto tra esseri umani e altri animali.