Il diario più antico del mondo parla della Grande Piramide

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Il diario più antico del mondo non l’ha scritto un re né un sacerdote. L’ha scritto un funzionario di medio livello che passava le giornate a spostare pietre per la Grande Piramide.

Si chiamava Merer, si firmava «ispettore» e guidava una squadra di una quarantina di uomini. Il suo giornale di bordo ha circa 4.500 anni ed è considerato il più antico papiro scritto arrivato fino a noi: lo riconosce anche il Guinness dei primati.

Come è saltato fuori un diario così vecchio?

Non a Giza, come ti aspetteresti. Nel 2013 l’archeologo francese Pierre Tallet scavava a Wadi al-Jarf, un porto antichissimo sulla costa del Mar Rosso, a giorni di cammino dalle piramidi. Da lì partivano le spedizioni verso il Sinai, dove gli egizi andavano a prendere il rame per fare gli attrezzi da scalpellino.

Nella roccia c’erano gallerie scavate per riporre le barche. In una di queste, incastrati tra due grossi massi, la squadra trovò dei rotoli di papiro ancora legati con lo spago. Qualcuno li aveva nascosti lì e non era più tornato a prenderli.

Nel 2016 i frammenti più belli sono stati esposti per la prima volta al Museo Egizio del Cairo. Chi li ha visti racconta una cosa curiosa: le entrate erano annotate in rosso, i pagamenti agli operai in nero. Come un quaderno di contabilità di casa.

Che cosa scriveva Merer, giorno per giorno?

Niente poesia, niente preghiere. Merer annotava dove dormiva la squadra, quanto carico portava, quando partiva e quando arrivava. Il suo lavoro era trasportare blocchi di calcare bianco dalle cave di Tura, sulla riva orientale del Nilo, fino al cantiere della piramide di Cheope.

Il trucco era la piena. Per qualche mese all’anno il fiume si allargava e attraverso una rete di canali le barche potevano arrivare quasi ai piedi del cantiere. All’andata, carichi, servivano un paio di giorni; al ritorno, vuoti, ne bastava uno. Merer riusciva a fare circa tre viaggi ogni settimana egizia, che durava dieci giorni.

I blocchi che spostava non erano quelli grezzi dell’interno. Erano le pietre bianche e lisce del rivestimento esterno, quelle che facevano brillare la piramide al sole e che oggi sono quasi del tutto sparite, smontate nei secoli per costruire altre cose.

C’è anche un dettaglio molto umano: il diario registra il cibo e le paghe della squadra. Gli uomini di Merer non venivano pagati in monete, che ancora non esistevano, ma in natura. Altro che schiavi in catene: erano lavoratori organizzati, con un capo che teneva i conti. Su quanto lavoro servisse in tutto, però, gli studiosi discutono ancora, e lo stesso Tallet invita a non far dire ai papiri più di quello che dicono.

Perché è finito così lontano dalle piramidi?

Nessuno lo sa con certezza. L’ipotesi più accreditata è che, finiti i lavori, la squadra di Merer sia stata mandata al porto per una nuova missione, e che l’archivio sia rimasto sepolto lì quando il porto venne chiuso. Il deserto ha fatto il resto, conservando il papiro più a lungo di quanto avrebbe fatto qualunque biblioteca.

Se vuoi vedere da vicino un papiro “di lavoro” senza volare al Cairo, il Museo Egizio di Torino conserva il Papiro delle Miniere, una delle mappe più antiche conosciute, disegnata da uno scriba molti secoli dopo Merer. Sulle nostre pagine trovi altre storie sulle piramidi, su Cleopatra e sui papiri antichi.

Resta il secondo fatto, il più strano. Della Grande Piramide conosciamo ogni pietra e ogni misura. Di Merer conosciamo le abitudini, i viaggi, perfino cosa mangiavano i suoi uomini. La sua tomba, invece, non l’ha ancora trovata nessuno.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 22 ottobre 2026