Quando alzi il bicchiere e dici «cin cin», stai parlando cinese. Solo che in Cina, a tavola, nessuno lo dice per brindare.
Ci sembra la parola più italiana del mondo, buona per i matrimoni, i compleanni e la mezzanotte di Capodanno. In realtà ha fatto mezzo giro del pianeta, è passata per le bocche di marinai e mercanti, ha cambiato significato per strada e si è fermata da noi perché suonava bene.
Che cosa voleva dire all’inizio
All’origine c’è un’espressione di cortesia, qing qing, che vuol dire più o meno «prego, prego». È il gesto verbale del padrone di casa che ti invita a sederti, a servirti, a bere per primo. Nei porti della Cina meridionale, dove gli europei commerciavano parlando un inglese mescolato al cantonese, quella formula diventò chin chin: un saluto, un «alla tua» buttato lì tra un affare e l’altro. Il vocabolario Treccani la descrive proprio così, come una formula di cortesia cinese portata in Europa dai marinai.
Come è arrivata fino a noi?
La prima traccia italiana porta a Firenze. Nel 1665 passò in città il gesuita austriaco Johann Grueber, appena rientrato da Pechino via terra, attraverso il Tibet. Lorenzo Magalotti, scienziato e letterato alla corte dei Medici, lo tempestò di domande e mise per iscritto tutto quello che il padre raccontava sulla Cina: cibi, cerimonie, modi di salutarsi. Secondo Federico Masini, sinologo della Sapienza di Roma, è in quella relazione che compare per la prima volta il nostro cin cin.
Per un paio di secoli resta una curiosità da libri di viaggio. A renderla popolare ci pensa il teatro: nel 1896 a Londra va in scena l’operetta La Geisha di Sidney Jones, ambientata in un Oriente di fantasia, e il «chin chin» esce dal palco per entrare nei salotti di mezza Europa. I francesi lo scrivono tchin-tchin, noi lo adottiamo senza farci troppe domande.
Perché proprio da noi ha attecchito così tanto? Prova a dirlo mentre due calici si toccano. Cin, cin. All’orecchio italiano sembra il rumore del vetro, e una parola che imita il suono di quello che stai facendo è impossibile da dimenticare. Il motivo per cui facciamo toccare i bicchieri, invece, nessuno lo sa con certezza: la storia del vino che schizza da un boccale all’altro per scoraggiare gli avvelenatori è una delle ipotesi, non una prova.
Un dubbio onesto c’è anche sulla parola. Alcuni studiosi di lingua cinese fanno notare che qing qing non è mai stato un vero brindisi, ma un invito generico: il legame c’è, ma è più un equivoco felice che una traduzione. Del resto succede spesso con le parole che viaggiano, come il nostro «ciao», che a Venezia voleva dire «schiavo vostro», o come «quarantena», partita da un porto e arrivata in tutte le lingue.
E in Cina come si brinda?
Si dice ganbei, «secca il bicchiere», cioè: fino in fondo. Il vecchio qing qing oggi lo senti al massimo per invitare un ospite a sedersi o a cominciare a mangiare. Se a una cena a Shanghai alzi il calice e dici cin cin, ti capiranno perché lo hanno sentito nei film occidentali, non perché è roba loro.
Il guaio vero è un altro, ed è in Giappone, dove si brinda con kanpai. Lì chin chin è la parola con cui i bambini chiamano il pisellino. Gli italiani in viaggio a Tokyo lo scoprono di solito al primo brindisi, guardando le facce dei colleghi trattenere una risata.
Per la prossima bottiglia stappata, magari una di champagne con le sue bollicine, hai una storia in più da raccontare. È partita da un padrone di casa cinese che diceva «prego». È arrivata nei nostri calici passando da Firenze.
Fonti
Treccani, vocabolario: cincin
Il Post, perché si brinda e si dice cin cin
Goldthread, «Chin chin! How a Chinese phrase became Italy’s favorite drinking toast»
Linkiesta, «Cin cin! Ma non ditelo in Giappone»
Ultimo aggiornamento: 30 ottobre 2026
