Il mondo è pieno di deserti, eppure quasi tutta quella sabbia non serve per costruire niente. Per fare il calcestruzzo di case, ponti e grattacieli si scava sabbia nei fiumi, nelle cave e sul fondo del mare, mentre il Sahara resta lì, inutilizzabile.
Sembra uno scherzo da geografi, ma lo scrive nero su bianco il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente: la maggior parte della sabbia dei deserti non va bene né per il calcestruzzo né per strappare terra al mare, perché il vento le ha dato la forma sbagliata.
Che cosa ha fatto il vento ai granelli?
Immagina un granello che rotola sulle dune da migliaia di anni. Ogni giorno il vento lo solleva, lo sbatte contro altri granelli, lo fa ricadere. Colpo dopo colpo gli spigoli si consumano, finché resta una specie di pallina levigata.
La sabbia di fiume ha avuto una vita più tranquilla. L’acqua la trasporta, ma la protegge anche dagli urti più violenti: i granelli restano più ruvidi e spigolosi, di tante misure diverse, grandi e piccoli mescolati.
Ora prova a fare un muretto. Con una scatola di biglie tutte uguali non ci riesci: rotolano, scivolano, lasciano buchi. Con una manciata di sassolini irregolari invece i pezzi si incastrano, i piccoli riempiono i vuoti tra i grandi e il cemento ha una superficie ruvida a cui aggrapparsi. Il calcestruzzo funziona esattamente così. I granelli del deserto sono le biglie: tondi, lisci e quasi tutti della stessa taglia, perché il vento riesce a sollevare solo quelli di una certa grandezza.
E c’è dell’altro. Come ha raccontato un lungo articolo del Post sulla sabbia che stiamo finendo, la sabbia desertica è spesso anche troppo fine per filtrare l’acqua, l’altro grande lavoro che le chiediamo.
Ce l’abbiamo anche sulle auto
Se vivi in Sicilia, in Sardegna o in qualunque città dove arrivano i venti dal Sud, quella sabbia l’hai vista da vicino. È la polvere rossastra che dopo certe piogge ricopre i parabrezza: un pezzetto di Sahara attraversato il Mediterraneo in volo, finissimo proprio perché il vento l’ha scelto e levigato. Sul sito ne abbiamo parlato raccontando quando il Sahara colorò di rosso il cielo d’Europa.
C’è però un dubbio onesto. La regola non è assoluta: il rapporto delle Nazioni Unite ricorda che una parte della sabbia del deserto si può usare se mescolata con altri materiali, e ingegneri di mezzo mondo ci stanno provando. Su quanta se ne possa davvero recuperare, i risultati sono ancora discussi. Per ora i costruttori preferiscono la sabbia di fiume, come facevano già i Romani con il loro cemento che dura da secoli.
Il grattacielo nel deserto con la sabbia d’importazione
Il paradosso più grande sta a Dubai. La città è circondata dal deserto, ma per le sue isole artificiali a forma di palma e di mappamondo ha svuotato i fondali del proprio mare, perché la sabbia delle dune non teneva.
E per il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, secondo il rapporto «Sand, rarer than one thinks» delle Nazioni Unite la sabbia è arrivata via nave dall’Australia. Il dettaglio viene da un documentario francese ed è stato ripreso ovunque, quindi va preso con un minimo di prudenza.
Resta l’immagine: una torre di vetro e acciaio piantata in mezzo alle dune. Costruita con sabbia venuta dall’altra parte del mondo.
Fonti
UNEP Global Environmental Alert Service, Sand, rarer than one thinks (2014)
Il Post, Stiamo finendo la sabbia
Ultimo aggiornamento: 14 ottobre 2026
