Sornione è chi sembra tranquillo, quasi addormentato, e intanto ha capito tutto. Il significato sta in questo doppio fondo: calma fuori, furbizia dentro, e nessuna voglia di fartelo vedere.
Il vocabolario Treccani lo definisce così: chi nasconde sentimenti e intenzioni dietro un’aria bonaria e distaccata. Si dice di una persona, ma soprattutto di un modo di fare. Il sorriso sornione, lo sguardo sornione, l’aria sorniona. Al femminile fa sorniona.
Pavese lo usa per un ragazzo con la camicia aperta sul petto, che ha «un’aria sorniona di adolescente che la sa lunga». Svevo scrive di una «sorniona» che davanti agli altri gli dava del lei. In tutti e due i casi c’è qualcuno che recita una parte e sa di recitarla.
Perché pensiamo subito a un gatto?
Perché il gatto è il sornione perfetto. Sta acciambellato sul divano con gli occhi socchiusi, sembra lontanissimo, poi un’orecchia gira verso il rumore della scatoletta. Non c’è malizia vera: c’è attenzione travestita da pigrizia. Ed è la sfumatura giusta della parola. Il sornione raramente è cattivo. È uno che tiene le carte coperte.
Per questo, detto di un amico, suona quasi come un complimento ironico. «È un tipo sornione, parla poco ma capisce tutto.» Dire «furbo» sarebbe più brutale. «Scaltro» suona più freddo. Nessuno dei due ha quella quiete apparente, quel mezzo sorriso che lascia intuire un asso nella manica. Lo stesso gatto, del resto, ha più trucchi di quanti ne mostri: guarda come beve senza mai tuffare la lingua nell’acqua.
Da dove viene la parola?
Qui arriva il bello: nessuno lo sa con certezza. Treccani scrive senza giri di parole «origine sconosciuta» e accosta lo spagnolo sorna, che indica proprio la lentezza finta, la dissimulazione.
Il parente più stretto è il francese sournois, che vuol dire sornione ma con una punta più velenosa: in Francia è chi agisce di nascosto, spesso a danno degli altri. Compare nei libri a metà del Seicento. Il dizionario Larousse lo fa risalire all’antico provenzale sorn, che significava «scuro, buio». Il sornione, insomma, sarebbe uno che sta in ombra. L’immagine funziona benissimo, ma i linguisti la considerano un’ipotesi, non una prova.
E se c’entrasse Saturno?
Nel 1907 Ottorino Pianigiani pubblicò il suo Vocabolario etimologico della lingua italiana. Alla voce sornione azzardò un’idea bellissima: la parola verrebbe da un antico saturnione, cioè «saturnino».
Saturno era il pianeta lento e cupo, «il pianeta che non dà luce», scriveva lui. Chi nasceva sotto il suo segno era malinconico, taciturno, chiuso in sé stesso. In inglese saturnine vuol dire ancora oggi tetro, scuro d’umore. Pianigiani notava anche un indizio dal Piemonte, dove nel dialetto si usava saturno nello stesso senso. Non a caso i pianeti hanno lasciato tracce ovunque nella nostra lingua, perfino nei nomi dei giorni della settimana.
Il dubbio onesto è questo: la pista di Saturno oggi non è considerata dimostrata, e i dizionari moderni preferiscono non scegliere. Pianigiani stesso elencava altre ipotesi, dal latino che indica chi tace a un verbo che vuol dire brontolare. Il suo vocabolario resta però consultatissimo ancora oggi, e la sua intuizione ha il merito di spiegare il tono della parola. Il sornione originario era cupo e chiuso, e veniva preso «sempre in mala parte». Col tempo si è addolcito, fino al gatto sul divano.
Se ti piacciono le parole che ritraggono un carattere in poche sillabe, prova anche garrulo, quella che descrive chi chiacchiera senza fermarsi.
C’è un ultimo dettaglio, ed è quello che rende la teoria di Pianigiani difficile da dimenticare. Pianigiani metteva Saturno in coppia col suo opposto, Giove, il pianeta che secondo gli antichi rendeva allegri. Da lì viene «gioviale». Se l’ipotesi fosse giusta, sornione e gioviale sarebbero due pianeti che si guardano. Uno ride. L’altro sorride e basta.
Fonti
Treccani, Vocabolario: voce «sornione»
O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana (1907): voce «sornione»
Larousse, Dictionnaire de français: voce «sournois»
Treccani, Vocabolario: voce «gioviale»
Ultimo aggiornamento: 24 ottobre 2026
