Ogni volta che dici «martedì» stai nominando Marte, e ogni lunedì è, alla lettera, il giorno della Luna. La parte strana è l’ordine: in cielo i pianeti non stanno in fila come sul calendario, e la sequenza che ripeti da quando eri bambino nasce da un vecchio orologio degli astrologi.
Un giorno per ogni stella vagabonda
Gli antichi guardavano il cielo notturno e distinguevano le stelle fisse da sette corpi che invece si spostavano: Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno. Li chiamavano pianeti, cioè «vagabondi». In latino i giorni diventarono dies Lunae, dies Martis, dies Mercurii, dies Iovis, dies Veneris: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì. La stessa Luna, del resto, ci ha regalato anche la parola lunatico.
Fin qui niente di misterioso. Il mistero è che gli astronomi antichi mettevano i pianeti in un ordine preciso, dal più lento al più veloce: Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna. La settimana invece salta di qua e di là. Chi ha mescolato il mazzo?
Il trucco delle ore
La risposta l’aveva già cercata uno storico romano che scriveva in greco, Cassio Dione, nel III secolo. Mentre racconta la conquista di Gerusalemme da parte di Pompeo, si ferma a spiegare che l’usanza di dedicare i giorni ai pianeti veniva dall’Egitto ed era ormai diffusa ovunque. Poi propone una spiegazione che funziona ancora alla perfezione.
Gli astrologi assegnavano ogni ora del giorno e della notte a un pianeta, a turno, seguendo l’ordine classico: la prima a Saturno, la seconda a Giove, poi Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna, e si ricominciava. Il giorno prendeva il nome del pianeta che comandava la sua prima ora. Ora fai il conto: un giorno intero ha ventiquattro ore, e ventiquattro non si divide per sette. Dopo tre giri completi avanzano tre ore, così la prima ora del giorno dopo tocca al pianeta che sta tre posti più avanti nella lista.
Parti da Saturno e salta di tre in tre: Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, e di nuovo Saturno. È esattamente la settimana. Anche la voce «settimana» dell’enciclopedia Treccani ricostruisce così il meccanismo, e lo fa risalire all’astrologia caldea. Su chi l’abbia inventato davvero gli storici discutono ancora, ma il conto torna sempre.
E allora perché diciamo sabato e domenica?
Perché qui sono passati altri dèi. Il giorno di Saturno coincideva con lo shabbat ebraico, il giorno del riposo: già Cassio Dione notava che gli ebrei lo dedicavano a Saturno e in quel giorno non intraprendevano nulla di serio. Da shabbat viene il nostro sabato. Il giorno del Sole, invece, i cristiani lo ribattezzarono dies dominica, il giorno del Signore. Ecco la domenica.
Gli inglesi hanno fatto il percorso opposto. Hanno tenuto Saturday e Sunday, Saturno e il Sole, e hanno sostituito gli dèi romani con quelli germanici: il mercoledì di Mercurio è diventato Wednesday, il giorno di Odino, e il giovedì di Giove è Thursday, il giorno di Thor, che come Giove scagliava fulmini. Gli antichi, poi, avevano un vantaggio su di noi: quei pianeti li vedevano bene, con cieli senza lampioni, e sapevano riconoscerli perché a differenza delle stelle non tremolano.
Il vescovo che cancellò i pianeti
Tra le grandi lingue romanze ce n’è una sola che ha fatto piazza pulita: il portoghese. Lì il lunedì si dice segunda-feira, il martedì terça-feira, e così via fino al venerdì, sexta-feira. Numeri al posto degli dèi. La tradizione lo attribuisce a Martino di Braga, vescovo nel nord del Portogallo ai tempi degli Svevi, che nelle sue prediche contro le superstizioni dei contadini non sopportava che un cristiano chiamasse i giorni con i nomi dei demoni pagani.
Il resto d’Europa non gli ha dato retta. E così anche tu, ogni settimana, reciti a memoria un oroscopo orario di duemila anni fa. Giovedì prossimo, la prima ora è di Giove.
Fonti
Cassio Dione, Storia romana, libro XXXVII (LacusCurtius, University of Chicago)
Treccani, Enciclopedia: settimana
Treccani, Enciclopedia Italiana: Martino di Braga
Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2026
