Perché in Italia il 17 porta sfortuna e il 13 no

Novità · La rivista mensileCuriosando si impara® N. 1 · Ottobre 2026Fantasmi, mostri e misteri svelati! 48 pagine di curiosità e giochi per tutta la famiglia.Scoprila da 1,99 € →
Condividi l'articolo

In tutto il mondo anglosassone il numero che fa paura è il 13, ma in Italia il 13 lo vogliamo pure: «fare tredici» al Totocalcio voleva dire diventare ricchi. A noi mette i brividi il 17, e il motivo sta scritto su una lapide romana.

La risposta breve è un gioco di lettere. Scritto in numeri romani il 17 diventa XVII, e se rimescoli quelle quattro lettere ottieni VIXI, cioè «ho vissuto». Per un latino era un modo elegante per dire «sono morto».

Un numero che si legge come un epitaffio

Immagina di camminare lungo la via Appia, tra le tombe che i Romani allineavano fuori dalle mura. Sulle pietre leggi nomi, mestieri, anni di vita, e ogni tanto quel verbo al passato che chiude il conto. Ora prendi un orologio con i numeri romani e guarda le stesse lettere tornare in un ordine diverso: per un occhio superstizioso il 17 è una piccola lapide travestita da numero.

Su questa lettura insistono quasi tutte le ricostruzioni italiane, da quella di Filippo Bonaventura su Geopop a quella della Nuova Sardegna. Poi è arrivato il cristianesimo e ha aggiunto il venerdì, il giorno della crocifissione. Il risultato è il venerdì 17, una paura quasi tutta nostra: gli inglesi temono il venerdì 13, gli spagnoli il martedì 13.

La foresta dove sparirono tre legioni

C’è anche una pista militare, ed è molto più cupa. Nell’anno 9 dopo Cristo il generale Publio Quintilio Varo guidava tre legioni attraverso la foresta di Teutoburgo, in Germania. Arminio, un capo germanico che Roma considerava un alleato, le attirò in trappola: la diciassettesima, la diciottesima e la diciannovesima furono annientate. Augusto, si racconta, sbatteva la testa contro le porte gridando «Varo, rendimi le mie legioni».

Di uno di quei soldati abbiamo ancora il volto. Si chiamava Marco Celio, era un centurione della diciottesima, e la sua pietra commemorativa, oggi conservata al museo di Bonn, dice che «cadde nella guerra di Varo». Il corpo non tornò mai a casa. Quei tre numeri, dopo il disastro, scompaiono dai ruoli dell’esercito romano.

Qui serve un dubbio onesto. Nessun autore antico scrive che i Romani temessero il 17, e sulle tombe la formula più comune era «vixit», «visse», in terza persona. L’anagramma è con ogni probabilità una lettura nata dopo, quando qualcuno ha cercato una spiegazione colta per una paura che esisteva già. La Bibbia ci ha messo del suo: secondo la Genesi il diluvio cominciò il diciassettesimo giorno del secondo mese.

Che cosa fa ancora oggi il 17

Nella Smorfia napoletana il 17 è «’a disgrazia», e su molti aerei la fila 17 semplicemente non c’è: si passa dalla sedici alla diciotto come se niente fosse. Se ti capita di salire a bordo, guarda i numeri sopra i sedili. Lo stesso succede in qualche albergo, dove la stanza 17 diventa una «16 bis».

Se ti piacciono queste paure di casa nostra, leggi da dove viene il menagramo, perché a «in bocca al lupo» si risponde «crepi» e cosa c’entra il gatto nero.

Il caso più bello però arriva dalla Francia. Negli anni Settanta la Renault lanciò una coupé sportiva chiamata R17, venduta così in tutta Europa. In Italia no: i concessionari la ricevettero con un sette in più sul cofano. Per noi era la R177.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2026