Quando trova un rospo, il riccio a volte non lo mangia: gli morde la pelle velenosa, la mastica fino a fare una schiuma e poi se la spalma sugli aculei con la lingua. Proprio così, si veste del veleno di qualcun altro.
Il gesto ha un nome da sacrestia, autounzione, e chi lo vede per la prima volta di solito pensa che l’animale stia male. Il riccio si contorce, schiuma dalla bocca, si allunga all’indietro fino a raggiungere la schiena e resta così, assorto, anche per parecchi minuti. Si dimentica di tutto, perfino di chi lo sta guardando.
Come lo sappiamo
La prova più famosa arriva da un esperimento del 1977 dell’erpetologo americano Edmund Brodie. Diede a dei ricci africani la pelle di rospi velenosi e li lasciò fare: i ricci masticarono, schiumarono e si unsero gli aculei. Poi venne la parte meno piacevole. Brodie e alcuni volontari si fecero pungere il braccio con gli aculei «trattati» e con aculei puliti, per confronto. Quelli spalmati di veleno provocavano un bruciore immediato e intenso, quelli puliti solo la solita puntura. Il titolo con cui la rivista Nature pubblicò il lavoro non lascia dubbi: i ricci usano il veleno dei rospi per difendersi.
È un’idea che fa venire in mente altri animali che hanno trovato lo stesso trucco, come il ratto crestato, che si avvelena il pelo masticando la corteccia di un albero tossico.
Allora è tutto chiaro? Non proprio
Qui la storia si complica, e in modo divertente. Il riccio dei nostri giardini fa lo stesso gesto con le cose più varie. Lo zoologo inglese Nigel Reeve ha raccolto una lista di trentaquattro oggetti capaci di scatenarlo: c’è il pelo di volpe, c’è la carta di giornale, c’è perfino una tartaruga. E altri osservatori hanno visto ricci ungersi dopo aver leccato acqua distillata, vetro, cotone. Cose che di velenoso non hanno proprio niente.
Per questo, come ricostruisce il naturalista Marc Baldwin su Wildlife Online, su cosa serva davvero l’autounzione gli zoologi discutono ancora. Le ipotesi in campo sono parecchie: una difesa chimica, quando c’è di mezzo qualcosa di irritante; un travestimento, per coprire il proprio odore con quello dell’ambiente; un modo per tenere lontani i parassiti; o un messaggio olfattivo per gli altri ricci. Nessuna spiega tutti i casi.
Un indizio curioso è che il comportamento compare prestissimo. Nel 1966 il naturalista inglese Bryn Morris vide un piccolo di appena nove giorni ungersi da solo, quando era ancora cieco. Nessuno gliel’aveva insegnato: ce l’ha scritto dentro.
Il veleno che il riccio regge meglio
Gli aculei, del resto, non sono la sua unica armatura. Come l’istrice, che gli aculei non li lancia, anche il riccio punta tutto sulla pazienza: si chiude a palla e aspetta. Ma ha anche un’arma nascosta nel sangue.
Il riccio europeo sopporta il morso del marasso, la vipera che vive anche sulle nostre Alpi, molto meglio di quanto ci si aspetterebbe da un animaletto così. Non è immune, ma ci va vicino. Negli anni Ottanta due ricercatori hanno scoperto che nel suo sangue circolano proteine capaci di neutralizzare gli effetti emorragici del veleno di questa vipera, quelli che negli altri animali fanno più danni. Su quanto lo protegga davvero, in natura, i dati sono ancora pochi.
Il riccio, insomma, il veleno lo regge e lo indossa.
Fonti
E. D. Brodie Jr., Hedgehogs use toad venom in their own defence, Nature (1977)
Wildlife Online – European hedgehog behaviour: self-anointing
Venom resistance in the hedgehog, Erinaceus europaeus, Toxicon (1987)
Kodami – Sputarsi addosso: se sei un riccio non è un’offesa al bon ton
Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2026
