La «principessa Qajar» del meme non è mai esistita come la racconta il web. Le fotografie che circolano ritraggono figlie di Naser al-Din Shah, che regnò sulla Persia dal 1848 al 1896, e nessun documento d’archivio conferma i tredici corteggiatori suicidi attribuiti a lei, come verificato dai fact-checker di Factly.
Le foto ritraggono donne diverse
Il collage virale mescola almeno due figlie dello shah: Esmat al-Dowleh (1855-1905) e Taj al-Saltaneh (1884-1936), come ricostruisce Factly.
Non esiste quindi un’unica «principessa Qajar»: chi condivide il meme accosta ritratti di persone diverse, scattati in decenni diversi, e li spaccia per la stessa donna. La versione più diffusa parla di oltre cento pretendenti e di tredici suicidi, ma nessuno di questi numeri trova conferma nelle fonti. Le immagini provengono dai ritratti femminili della corte persiana, oggi in parte digitalizzati nell’archivio Women’s Worlds in Qajar Iran dell’Università di Harvard, che raccoglie fotografie e documenti sulle donne del periodo Qajar (1796-1925).
| Donna nelle foto | Anni | Rapporto con lo shah |
|---|---|---|
| Esmat al-Dowleh | 1855-1905 | figlia |
| Taj al-Saltaneh | 1884-1936 | figlia, memorialista |
Chi era davvero Taj al-Saltaneh
Taj al-Saltaneh (1884-1936), figlia dello shah, fu una memorialista e un’attivista per i diritti delle donne, come riporta l’Encyclopaedia Iranica.
Divorziò in un’epoca in cui per una donna persiana era quasi impensabile, dipinse, tenne salotti letterari e fu tra le prime a lasciare il velo per abiti occidentali. Scrisse un memoriale che è considerato tra i primi testi autobiografici femminili in Iran, in cui racconta dall’interno la vita dell’harem e la sua adesione alle idee della Rivoluzione costituzionale persiana dei primi anni del Novecento. La stessa Iranica segnala che l’autenticità e la datazione del manoscritto, pubblicato per la prima volta solo in parte nel 1969, restano discusse tra gli studiosi: è un dubbio da tenere presente. In Italia le sue memorie sono state tradotte e curate dall’iranista Anna Vanzan, prima come Memorie di una principessa persiana e poi come Memorie dall’harem imperiale persiano (Edizioni Lavoro, 2017).
Perché esistono così tante foto
Naser al-Din Shah fu un fotografo appassionato e ritrasse personalmente il suo harem, conservando gli album al Palazzo del Golestan a Teheran, come documenta la mostra Eye of the Shah dell’Institute for the Study of the Ancient World di New York.
Lo shah ricevette le prime macchine fotografiche da ragazzo e nel 1863 nominò il suo primo fotografo di corte, Aqa Reza Iqbal al-Saltaneh, allestendo un atelier reale a palazzo. In un’epoca in cui la consuetudine sciita scoraggiava di ritrarre i volti, e in particolare quelli femminili, solo l’uomo più potente del paese poteva fotografare le circa cento donne del suo harem. Da qui la mole insolita di ritratti che oggi alimenta i meme.
Cosa non è vero
I tredici suicidi non hanno alcun riscontro documentale. Esmat al-Dowleh andò sposa intorno ai nove o dieci anni e viveva reclusa nell’harem paterno: non aveva modo di incontrare e respingere pretendenti.
Il leggero baffo non era il segno di una donna «bruttissima». Nella Persia dell’Ottocento era un canone di bellezza femminile, come mostrano gli studi della storica Afsaneh Najmabadi e le stesse fotografie dell’archivio Women’s Worlds in Qajar Iran.
Come per la finta congiunzione di Marte grande come la Luna, il meccanismo è sempre lo stesso: un’immagine forte, una didascalia inventata e la condivisione fa il resto. La storia vera, quella di una pioniera dei diritti delle donne in un impero che stava cambiando, resta più interessante della leggenda. Non a caso la parola serendipità nacque proprio da una fiaba persiana.
Fonti
- Encyclopaedia Iranica, «Tāj al-Salṭana»
- Women’s Worlds in Qajar Iran, Harvard University
- ISAW – New York University, «Eye of the Shah: Qajar Court Photography»
- Factly, fact-check sulla «principessa Qajar»
Ultimo aggiornamento: 8 settembre 2026.