La tartaruga verde non è più a rischio estinzione

Per oltre quarant’anni è stata nella lista degli animali “in pericolo”. Oggi la tartaruga verde, una delle tartarughe marine più diffuse al mondo, è stata riclassificata dall’Unione internazionale per la conservazione della natura come specie “a rischio minore”: un risultato raro, costruito in decenni di lavoro, che racconta cosa succede quando la protezione di una specie viene presa sul serio.

Cosa è cambiato esattamente

Nella Lista Rossa dell’IUCN, lo strumento di riferimento mondiale per misurare il rischio di estinzione delle specie, la tartaruga verde (Chelonia mydas) è passata dalla categoria “in pericolo” a quella di “rischio minore”. La nuova valutazione globale si basa su dati raccolti fino al dicembre 2024 e il cambio di status è stato comunicato in occasione del Congresso mondiale per la conservazione della natura. È un passaggio significativo: la specie era classificata “in pericolo” dal 1982.

Il punto da capire è il senso tecnico di “rischio minore”: non significa che la tartaruga verde sia fuori pericolo per sempre, ma che, a livello globale, la popolazione non è più in declino tale da farla rientrare tra le specie più minacciate. È una promozione, non un traguardo definitivo.

Di quanto è cresciuta la popolazione

Secondo i dati su cui si basa la nuova valutazione, il numero complessivo di tartarughe verdi nel mondo è aumentato di oltre il 28% rispetto agli anni Settanta. È una stima ricavata mettendo insieme i conteggi delle femmine che tornano a nidificare su decine di spiagge in tutti gli oceani tropicali e subtropicali: un lavoro paziente, fatto di notti passate a contare nidi e a marcare esemplari, che va avanti da generazioni di biologi e volontari.

Tartaruga verde su una spiaggia sabbiosa
I progressi si misurano contando i nidi sulle spiagge, notte dopo notte, da decenni. Foto: Pexels.

Perché stava scomparendo

Per gran parte del Novecento la tartaruga verde è stata cacciata intensamente: la sua carne e il grasso erano alla base di zuppe e piatti diffusi in molti Paesi, e le uova venivano raccolte in massa sulle spiagge. A questo si aggiungevano la cattura accidentale nelle reti da pesca, la distruzione delle spiagge di nidificazione per costruirvi sopra, l’inquinamento e le malattie. Negli anni Sessanta e Settanta, in diverse regioni, le colonie si erano ridotte a una frazione di quelle di un tempo.

Cosa ha funzionato

La ripresa non è merito di una singola misura, ma della somma di interventi diversi portati avanti per decenni:

  • Protezione delle spiagge di nidificazione: aree protette, divieti di edificazione, controllo dell’illuminazione artificiale che disorienta i piccoli appena nati.
  • Stop alla caccia e alla raccolta delle uova: leggi nazionali e accordi internazionali che vietano il commercio, come la convenzione CITES e quella sulle specie migratrici.
  • Riduzione della cattura accidentale: l’introduzione, sui pescherecci, di dispositivi che permettono alle tartarughe di uscire dalle reti a strascico.
  • Monitoraggio costante: il censimento annuale dei nidi, che ha permesso di accorgersi dei progressi e di calibrare gli interventi.
  • Coinvolgimento delle comunità locali: in molti luoghi gli ex raccoglitori di uova sono diventati guardiani delle spiagge e guide naturalistiche.

Un animale che “fa il giardiniere” del mare

Che la tartaruga verde stia meglio è una buona notizia anche per gli ecosistemi che la ospitano. Da adulta è quasi esclusivamente erbivora: bruca le praterie di fanerogame marine, quelle distese di “erba” sottomarina che funzionano da vivaio per pesci e crostacei e immagazzinano grandi quantità di carbonio. Pascolando, la tartaruga mantiene le praterie ordinate e produttive, un po’ come il taglio dell’erba di un prato. Più tartarughe verdi, in genere, significa praterie marine più sane: un effetto a catena che va a vantaggio di pesca, biodiversità e clima. Per chi vuole approfondire come questi rettili riescano a ritrovare le spiagge giuste dopo anni in mare aperto, abbiamo raccontato altrove la “bussola” interna delle tartarughe marine.

Tartaruga marina che nuota vicino a una barriera corallina
Brucando le praterie sottomarine, la tartaruga verde le mantiene sane e produttive. Foto: Pexels.

Attenzione: “rischio minore” non vuol dire “problema risolto”

Gli stessi esperti che hanno proposto il declassamento invitano alla cautela. Il nuovo status è una fotografia globale: in alcune zone del pianeta certe popolazioni restano fragili e continuano a richiedere protezione. E le minacce non sono sparite:

  • Clima: la sabbia più calda fa nascere quasi solo femmine, perché nelle tartarughe il sesso dei piccoli dipende dalla temperatura del nido; l’innalzamento del mare erode le spiagge dove depongono le uova.
  • Plastica e rifiuti: buste e frammenti vengono scambiati per meduse o alghe e ingeriti.
  • Collisioni con le imbarcazioni e cattura accidentale in alcune attività di pesca.
  • Cementificazione delle coste e disturbo luminoso vicino alle spiagge.
  • Malattie, come la fibropapillomatosi, che provoca tumori sulla pelle degli animali.

In altre parole: la tartaruga verde dimostra che la conservazione funziona, ma proprio per questo va continuata. Mollare ora rischierebbe di vanificare quarant’anni di sforzi.

Perché questa storia conta più di un singolo animale

I casi di specie che migliorano sono ancora pochi rispetto a quelli in declino, e per questo fanno notizia. La tartaruga verde si aggiunge a un piccolo elenco — che comprende, per esempio, alcune popolazioni di balene, l’orice d’Arabia, certi rapaci — di animali tornati indietro dall’orlo del baratro grazie a decisioni concrete: aree protette, divieti applicati davvero, cooperazione tra Stati, lavoro paziente sul campo. È la prova, fattuale e non consolatoria, che le politiche di tutela danno frutti quando vengono mantenute nel tempo.

Piccola tartaruga appena nata che raggiunge il mare sulla sabbia
Il futuro della specie passa ancora dalla protezione delle spiagge di nidificazione. Foto: Pexels.

Come riconoscere la tartaruga verde

È una tartaruga marina di taglia grande: gli adulti possono superare il metro di lunghezza del carapace e arrivare a oltre cento chili. Il nome non viene dal colore del guscio — che va dal bruno al grigio-oliva, spesso con macchie e raggi — ma dal grasso verdastro sotto il carapace, conseguenza della dieta a base di vegetali marini. Vive nelle acque calde di tutti gli oceani, frequenta lagune e praterie sottomarine e compie lunghe migrazioni tra le aree di alimentazione e le spiagge dove è nata. Una scheda di riferimento sulla specie è disponibile su Wikipedia.

Domande frequenti sulla tartaruga verde

“A rischio minore” significa che la tartaruga verde non è più in pericolo?

Significa che, a livello globale, non rientra più tra le specie più minacciate di estinzione. Resta una specie protetta e in alcune regioni alcune popolazioni sono ancora fragili: la sorveglianza e le misure di tutela vanno mantenute.

Quando è avvenuto il cambio di status?

La nuova valutazione globale si basa su dati raccolti fino al dicembre 2024 e la riclassificazione nella Lista Rossa dell’IUCN è stata annunciata nel corso del Congresso mondiale per la conservazione della natura.

Quanto è cresciuta la popolazione?

Le stime indicano un aumento di oltre il 28% rispetto agli anni Settanta, ricavato dai conteggi delle femmine che tornano a nidificare sulle spiagge di tutto il mondo.

Che cosa ha permesso questa ripresa?

Una combinazione di interventi: protezione delle spiagge di nidificazione, divieto di caccia e di raccolta delle uova, accordi internazionali, dispositivi sui pescherecci per ridurre le catture accidentali, monitoraggio costante e coinvolgimento delle comunità locali.

Perché la tartaruga verde è importante per il mare?

Da adulta si nutre soprattutto di fanerogame marine e, pascolando, mantiene sane le praterie sottomarine, che immagazzinano carbonio e fanno da vivaio per molte specie ittiche.

Le minacce sono finite?

No. Restano il riscaldamento delle spiagge (che altera il rapporto tra maschi e femmine alla nascita), l’innalzamento del mare, la plastica, le collisioni con le barche, la cementificazione delle coste e malattie come la fibropapillomatosi.

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