Perché abbiamo le impronte digitali: a cosa servono

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Le portiamo sulla punta delle dita da prima di nascere, sono diverse per ognuno di noi e non cambiano mai. Ma a cosa servono davvero le impronte digitali? La risposta non è (solo) “a riconoscere i ladri”: ha più a che fare con il tatto e con la presa di quanto si pensi. Ecco cosa dice la scienza.

Cosa sono, esattamente, le impronte digitali

Le impronte digitali sono i disegni formati dalle creste cutanee — piccole pieghe rilevate della pelle — presenti sui polpastrelli, ma anche sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. In termini tecnici si parla di “dermatoglifi”. Tra una cresta e l’altra ci sono i solchi; lungo le creste si aprono i pori delle ghiandole sudoripare. Quando tocchiamo una superficie liscia, il sottile film di sudore e grassi lasciato dalle creste riproduce il disegno: è così che restano le tracce.

Quando si formano (e perché sono tutte diverse)

Le creste si formano nel grembo materno, tra circa la decima e la ventiquattresima settimana di gestazione. A guidarne il disegno concorrono due ingredienti: la genetica, che stabilisce una “tendenza” (anse, vortici, archi sono in parte ereditari), e una serie di fattori casuali durante lo sviluppo — la pressione del liquido amniotico, la posizione delle dita, la velocità con cui crescono i tessuti, microvariazioni nella formazione della pelle.

È proprio questa componente di caso a rendere ogni impronta praticamente unica: neanche due gemelli identici, che condividono il DNA, hanno impronte sovrapponibili. E una volta formato, il disegno non cambia più: cresce di dimensioni con il dito, ma il pattern resta lo stesso per tutta la vita. Anche dopo un taglio o un’abrasione superficiale, la pelle si rigenera ricostruendo lo stesso schema.

Pelle del polpastrello vista da vicino
Pelle del polpastrello vista da vicino (foto: Sonny Sixteen / Pexels)

L’ipotesi più antica: una presa migliore

Per molto tempo la spiegazione “ovvia” è stata: le creste aumentano l’attrito, come il battistrada di una gomma, aiutandoci ad afferrare gli oggetti. È un’idea intuitiva, ma la ricerca l’ha complicata. Alcuni esperimenti hanno mostrato che, su superfici lisce come il vetro, i polpastrelli con le creste hanno in realtà meno area di contatto rispetto a una pelle perfettamente liscia, e quindi non necessariamente più attrito.

La funzione “presa” non è però da buttare via del tutto: le creste sembrano utili soprattutto su superfici ruvide o bagnate, dove i solchi funzionano come canaletti che drenano via l’acqua — un po’ come il disegno di un pneumatico da pioggia — evitando che il dito “galleggi” su un velo di liquido. E i polpastrelli sono morbidi e deformabili, il che aiuta comunque l’aderenza.

L’ipotesi oggi più accreditata: amplificare il tatto

L’idea che convince di più molti ricercatori è che le impronte digitali servano a sentire meglio. Quando il dito scorre su una superficie con una microtessitura — la trama di un tessuto, la grana del legno, la superficie di un foglio — le creste, distanziate in modo regolare, fanno vibrare il polpastrello a frequenze ben precise. Sotto la pelle, alcuni recettori (in particolare i corpuscoli di Pacini) sono particolarmente sensibili proprio a quelle frequenze, attorno ai 200-250 hertz.

In pratica le creste agirebbero come una sorta di “amplificatore meccanico”, trasformando dettagli minuscoli in segnali che il sistema nervoso riesce a leggere. È il motivo per cui riconosciamo al tatto materiali e superfici con una sensibilità sorprendente. Non a caso, i polpastrelli sono tra le zone del corpo con la più alta densità di recettori tattili.

Dettaglio delle creste cutanee di un dito
Dettaglio delle creste cutanee di un dito (foto: Vintage Lenses / Pexels)

Anse, vortici e archi: i tipi di impronta

I disegni delle creste si raggruppano, in modo semplificato, in tre grandi famiglie: le anse (loop), in cui le creste entrano da un lato, curvano e tornano indietro, sono le più comuni; i vortici (whorl), con creste che girano attorno a un punto centrale; gli archi (arch), in cui le creste attraversano il polpastrello formando una specie di collina, sono i più rari. Su questa base si costruiscono le classificazioni usate in ambito forense, che però guardano soprattutto ai dettagli più fini — biforcazioni, terminazioni, isolette — chiamati “minuzie”: sono questi a rendere ogni impronta identificabile.

Dal polpastrello all’identità: una storia recente

Usare le impronte per identificare le persone è un’idea relativamente moderna. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, studiosi e funzionari come William Herschel, Henry Faulds, Francis Galton, Edward Henry e Juan Vucetich misero a punto i sistemi di classificazione che resero le impronte uno strumento pratico per la polizia. Da lì sono diventate la base della dattiloscopia, e oggi le ritroviamo ovunque: dai documenti ai sistemi di sblocco degli smartphone. La nascita della moderna polizia scientifica, del resto, è una vicenda affascinante: ne abbiamo parlato raccontando il giorno in cui Edmond Locard diede vita alla polizia scientifica.

C’è chi nasce senza impronte digitali

Esiste una rarissima condizione genetica, l’adermatoglifia, in cui i polpastrelli sono completamente lisci, privi di creste. È così rara che è stata soprannominata, con ironia, “malattia del ritardo all’immigrazione”, perché chi ne è affetto può avere problemi ai controlli di frontiera biometrici. È legata a mutazioni di un gene coinvolto nello sviluppo della pelle. A parte qualche piccolo inconveniente pratico, le persone con questa condizione conducono una vita del tutto normale: segno che, evolutivamente, le impronte sono utili ma non indispensabili.

Scansione di un'impronta digitale
Scansione di un’impronta digitale (foto: Public Domain Pictures / Pexels)

Una curiosità: anche i koala le hanno

Tra gli animali, le impronte più simili alle nostre appartengono ai koala: i loro polpastrelli hanno creste talmente vicine a quelle umane che, al microscopio, possono trarre in inganno. Hanno impronte anche scimpanzé e gorilla, oltre ad alcune specie che usano molto le mani. È un esempio di “evoluzione convergente”: animali lontani sviluppano la stessa soluzione perché risolve lo stesso problema — manipolare e percepire bene gli oggetti con le dita.

In sintesi: a cosa servono le impronte digitali

Probabilmente a più di una cosa insieme: aiutano a maneggiare oggetti su superfici ruvide o umide drenando l’acqua, contribuiscono alla presa grazie alla morbidezza dei polpastrelli e — questa è l’ipotesi più solida — affinano enormemente il senso del tatto, facendo vibrare la pelle in modo da “leggere” le microtessiture. L’uso per identificare le persone, quello a cui pensiamo per primo, è solo una geniale invenzione umana costruita sopra una struttura che la natura aveva sviluppato per ragioni molto più antiche.

Per approfondire struttura, formazione e classificazione delle creste cutanee è utile la voce “Impronta digitale” su Wikipedia.

Domande frequenti

Le impronte digitali cambiano nel corso della vita?

No. Il disegno delle creste si forma prima della nascita e resta lo stesso per sempre: cambia solo la dimensione, man mano che le dita crescono. Ferite superficiali guariscono ricostruendo lo stesso schema; servono lesioni profonde della pelle per alterarlo davvero.

I gemelli identici hanno le stesse impronte?

No. Condividono il DNA, ma il disegno finale dipende anche da fattori casuali dello sviluppo nel grembo materno, diversi per ciascun dito e per ciascun gemello. Le loro impronte sono quindi distinguibili.

A cosa servono davvero, secondo la scienza?

L’ipotesi più accreditata è che migliorino il senso del tatto, facendo vibrare il polpastrello a frequenze che i recettori sotto la pelle leggono bene. Contribuiscono inoltre alla presa su superfici ruvide o bagnate. L’idea che aumentino sempre l’attrito è stata invece ridimensionata.

È vero che si possono “perdere” le impronte digitali?

Temporaneamente sì: lavori manuali intensi, sostanze chimiche, alcune terapie o malattie della pelle possono usurare o appiattire le creste per un po’. In genere ricrescono. Esiste poi una rarissima condizione genetica, l’adermatoglifia, in cui le impronte mancano dalla nascita.

Perché alcuni animali hanno le impronte digitali?

Perché risolvono lo stesso problema che hanno gli esseri umani: manipolare e percepire bene gli oggetti. I koala, ad esempio, hanno impronte quasi indistinguibili dalle nostre: è un caso di evoluzione convergente.

Quanti tipi di impronte esistono?

In modo semplificato tre: anse (le più comuni), vortici e archi (i più rari). Per l’identificazione, però, contano soprattutto i dettagli fini delle creste — biforcazioni, terminazioni, “isolette” — chiamati minuzie.