GENE.01 e Abel: i robot umanoidi italiani che imparano l’empatia

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Quando si parla di robot umanoidi, l’immaginario rimanda subito a Silicon Valley o ai grandi laboratori cinesi. Eppure, anche l’Italia negli ultimi anni ha sviluppato due fra gli umanoidi più interessanti d’Europa: Abel, capace di esprimere micro-emozioni con il volto, e GENE.01, robot bionico dotato del senso del tatto. Entrambi nascono dall’incrocio fra ricerca universitaria e impresa, e raccontano una strada italiana alla robotica «empatica», concentrata sull’interazione con le persone.

L’Italia che fa robotica

La robotica è una delle aree in cui l’Italia ha una tradizione meno conosciuta al grande pubblico ma sorprendentemente forte. Centri di ricerca come l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il Politecnico di Milano e l’Università di Pisa producono da anni progetti riconosciuti a livello internazionale.

Negli ultimi anni questi laboratori hanno acceso un piccolo ecosistema di spin-off: startup nate dall’università che provano a portare sul mercato robot umanoidi con un approccio diverso da quello americano e cinese. L’idea di fondo è semplice: i robot non devono limitarsi a muoversi, devono saper «leggere» e «restituire» le emozioni delle persone con cui interagiscono.

Abel, il robot che simula le emozioni del volto

Abel è un robot umanoide sviluppato all’Università di Pisa, in collaborazione con il Centro di Ricerca Enrico Piaggio. La sua caratteristica più notevole è il volto: una pelle artificiale, un complesso sistema di micromotori e sensori permettono di riprodurre un’ampia gamma di espressioni umane, dalle micro-sorriso al sopracciglio sollevato, fino a sguardi di sorpresa o preoccupazione.

Le applicazioni a cui pensano i ricercatori sono diverse:

  • supporto a bambini con disturbi dello spettro autistico, ai quali un volto «leggibile» e prevedibile può aiutare a sviluppare strategie di interazione sociale;
  • compagnia ad anziani in solitudine, in particolare in centri diurni e residenze;
  • strumento di ricerca per studiare come gli esseri umani reagiscono a volti artificiali, nell’ambito della cosiddetta «valle perturbante».
Robot interagisce con persone in un laboratorio
Gli umanoidi italiani vengono testati in scenari di interazione realistici.

GENE.01, l’umanoide italiano con il senso del tatto

GENE.01 è sviluppato da Generative Bionics, startup deep tech spin-off dell’IIT di Genova. La sua caratteristica distintiva è la pelle artificiale sensibile: una struttura multistrato che permette al robot di percepire pressione, contatto leggero, deformazioni della superficie esterna.

Il senso del tatto sembra un dettaglio, ma è uno dei passi più difficili da compiere per un umanoide. Un robot che non «sente» cosa tocca è costretto a fidarsi soltanto della vista o di sensori esterni: lavora bene in ambienti controllati come una fabbrica, ma diventa fragile in casa, in ospedale o accanto a una persona anziana. La pelle tattile, invece, permette interazioni più dolci, sicure e adattive.

Perché si parla di robotica «empatica»

Il termine «empatia» applicato a una macchina può sembrare improprio: un robot non «prova» niente. In ambito scientifico, però, ci si riferisce a sistemi capaci di:

  • riconoscere segnali emotivi nelle persone, ad esempio espressioni facciali, tono della voce, postura;
  • adattare il proprio comportamento in base a questi segnali;
  • generare a propria volta segnali (espressioni, micro-gesti, intonazioni vocali) coerenti con la situazione.

Non si tratta di copiare l’essere umano, ma di costruire interazioni più fluide e meno ansiogene per chi si trova davanti a un robot. La «valle perturbante» — quel disagio che proviamo davanti a creature troppo simili a noi ma non abbastanza — è una delle sfide più studiate in questo campo.

Dove nascono questi robot

Vale la pena guardare al contesto italiano nel suo insieme. Tra i progetti e i centri più rilevanti:

  • IIT di Genova: è il polo che ha sviluppato iCub, robot umanoide bambino diventato un riferimento internazionale per la ricerca su apprendimento e percezione;
  • Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: storica nello sviluppo di robot bioispirati, esoscheletri e dispositivi indossabili;
  • Centro di Ricerca Piaggio (Università di Pisa): ha lavorato alla cinematica e all’espressività del volto di Abel;
  • Politecnico di Milano e Politecnico di Torino: ricerche su robotica industriale collaborativa, droni e mobilità autonoma;
  • Spin-off e startup: come Generative Bionics, che porta sul mercato le tecnologie sviluppate negli atenei.
Dettaglio bionico di un robot umanoide
La componente bionica è una specialità della ricerca italiana.

Le applicazioni concrete

Robot umanoidi come Abel e GENE.01 non sono pensati per sostituire le persone, ma per affiancarle in compiti in cui l’aspetto umano fa la differenza. Le aree di applicazione più studiate sono:

  • Sanità: assistenza in reparti, attività di riabilitazione, terapia con bambini neurodivergenti, supporto in residenze sanitarie assistite;
  • Educazione: laboratori di robotica nelle scuole, attività di gioco strutturato, supporto a studenti con difficoltà di apprendimento;
  • Industria leggera: collaborazione con operatori in ambienti dove sicurezza e flessibilità sono cruciali;
  • Ricerca sulle interazioni: studiare come le persone si comportano in presenza di un umanoide e migliorare i sistemi futuri.

Robot italiani e accessibilità

Un capitolo poco raccontato è quello dell’accessibilità. Diverse iniziative italiane vedono protagonisti i robot in progetti dedicati a persone con disabilità: dalle carrozzine per la balneazione alle protesi attive, fino a sistemi che aiutano a comunicare. Il Festival della Robotica, in particolare, è uno degli appuntamenti che mettono insieme atenei, startup e associazioni per immaginare una tecnologia «umana» fin dalla progettazione.

Quanto sono autonomi davvero

Va detto con franchezza: nessun robot umanoide oggi è autonomo nel senso che spesso immaginiamo. Anche Abel e GENE.01 lavorano in scenari ben definiti, con supervisione umana e in ambienti progettati per loro. La distanza fra il robot capace di camminare bene in un laboratorio e quello che possa muoversi in un appartamento qualsiasi resta enorme.

Per questo la ricerca preferisce parlare di autonomia limitata e di collaborazione: il robot fa quello che sa fare bene, mentre la persona resta al comando delle decisioni importanti. Se vuoi capire come, in parallelo, evolvono i robot di altri Paesi, può essere utile leggere il nostro articolo su Atlas con Gemini, il robot di Boston Dynamics e Google DeepMind.

Robot umanoide avanzato con sensori
Sensori sofisticati permettono interazioni più sicure con le persone.

Cinque cose da sapere su Abel e GENE.01

  1. Sono progetti universitari: nascono entrambi in atenei italiani, con team di dottorandi e ricercatori che mescolano ingegneria, neuroscienze e psicologia;
  2. Hanno un focus sull’interazione, non sulla forza: a differenza di alcuni umanoidi internazionali pensati per applicazioni industriali, Abel e GENE.01 sono ottimizzati per stare vicino alle persone;
  3. La pelle è una parte chiave: per GENE.01 è sede del senso del tatto, per Abel è la base della mimica facciale;
  4. Sono testati in scenari reali: scuole, centri di riabilitazione, residenze per anziani sono i luoghi privilegiati per sperimentarne il comportamento;
  5. Le loro evoluzioni avranno effetti anche oltre la robotica: studi su materiali artificiali, sensori e algoritmi possono ricadere nella diagnostica medica, nelle protesi e nella prosthetica avanzata.

I limiti da non nascondere

Quando si parla di robot umanoidi è facile cadere in due opposti errori: pensare che siano già una realtà quotidiana, oppure che non funzionino mai per davvero. Tra i limiti più discussi:

  • i costi di sviluppo e di produzione, ancora molto alti;
  • la difficoltà di adattamento ad ambienti reali e disordinati;
  • i dubbi etici sull’uso accanto a persone fragili senza una cornice normativa solida;
  • il rischio di sopravvalutare la cosiddetta «empatia artificiale» e di proiettare emozioni umane su sistemi che, in realtà, eseguono modelli statistici.

Il dibattito su questi punti è particolarmente vivo in Europa, dove l’AI Act prevede regole specifiche per i sistemi che interagiscono con minori o persone vulnerabili. Per un quadro istituzionale si può consultare la pagina dedicata all’Istituto Italiano di Tecnologia, capofila di molte di queste ricerche.

Cosa aspettarsi nei prossimi anni

Le linee di ricerca su cui Italia ed Europa si stanno concentrando sono chiare: robot più sicuri da affiancare alle persone, capacità di apprendimento più rapide grazie all’integrazione con modelli di intelligenza artificiale, abbattimento dei costi grazie a nuovi materiali e a produzioni di serie. È probabile che, nel decennio, qualcosa di simile ad Abel o GENE.01 entrerà davvero in alcuni ospedali, scuole e residenze sanitarie italiane, ma lo farà gradualmente, accanto al personale umano.

Domande frequenti sui robot umanoidi italiani

Chi ha sviluppato Abel?

Abel è frutto di un progetto del Centro di Ricerca Enrico Piaggio dell’Università di Pisa, con il contributo di team interdisciplinari di ingegneri, psicologi e medici.

Chi è dietro GENE.01?

GENE.01 è sviluppato da Generative Bionics, startup deep tech nata come spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova.

Sono già in commercio?

No. Sono prototipi di ricerca in fase di sperimentazione, in alcuni casi con primi accordi pilota con strutture sanitarie e centri di ricerca.

Possono provare emozioni?

No. Possono riconoscere segnali emotivi e generare comportamenti coerenti, ma non «sentono» nulla. L’empatia artificiale è una metafora, non una proprietà reale.

Quali sono i loro principali utilizzi?

Riabilitazione, supporto a persone con disturbi dello spettro autistico, compagnia ad anziani, sperimentazione di interazioni uomo-macchina.

L’Italia è competitiva nel settore?

Sì, in particolare nella ricerca accademica. La sfida è trasformare questa competitività scientifica in un’industria robotica capace di produrre su scala europea.