L’antilope saiga non è più in pericolo critico di estinzione

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C’è una notizia che fa bene al cuore di chi ama la natura: l’antilope saiga, uno degli animali più singolari delle steppe asiatiche, è uscita dalla categoria delle specie in pericolo critico di estinzione. Dopo decenni di crolli drammatici e una moria di massa che nel 2015 ne uccise centinaia di migliaia, le sue popolazioni sono tornate a crescere in modo spettacolare. È la prova che, quando la conservazione funziona, anche una specie data quasi per spacciata può rinascere.

Una buona notizia per una specie quasi perduta

Per anni il nome “saiga” è stato associato a una sola parola: declino. Oggi possiamo finalmente raccontarne una diversa: ripresa. L’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha rivisto al ribasso il livello di rischio dell’antilope saiga, facendola passare dalla categoria più allarmante a una situazione molto meno critica. È uno dei recuperi più rapidi mai documentati per un grande mammifero.

Una notizia che assume un significato speciale nei giorni in cui si celebra la biodiversità: dimostra che gli sforzi di tutela, se sostenuti nel tempo, possono invertire rotte che sembravano ormai segnate.

Chi è l’antilope saiga

La saiga (Saiga tatarica) è un’antilope di taglia media che vive nelle steppe semidesertiche dell’Asia centrale, soprattutto in Kazakistan, con popolazioni minori in Russia, Mongolia e Uzbekistan. Vive in grandi mandrie nomadi che percorrono enormi distanze alla ricerca di pascoli e acqua, adattandosi a un clima estremo fatto di estati torride e inverni gelidi.

Un muso inconfondibile

Il tratto più riconoscibile della saiga è il naso: grosso, mobile e ricurvo verso il basso, sembra quasi una piccola proboscide. Non è un capriccio dell’evoluzione, ma uno strumento prezioso. In estate filtra la polvere sollevata dalle mandrie in corsa; in inverno riscalda l’aria gelida prima che raggiunga i polmoni. Questo aspetto curioso, descritto nella scheda enciclopedica della specie, l’ha resa una delle antilopi più riconoscibili al mondo.

Primo piano del muso a proboscide di un'antilope saiga
Il naso a proboscide filtra la polvere e riscalda l’aria fredda. (foto: Charmain Jansen van Rensburg / Pexels)

Perché era a un passo dall’estinzione

La storia recente della saiga è stata una corsa sull’orlo del baratro. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il venir meno dei controlli aprì la strada a un bracconaggio incontrollato: i maschi venivano abbattuti per le corna, molto richieste nella medicina tradizionale di alcuni Paesi. In pochi anni le popolazioni si ridussero a una frazione minima rispetto al passato.

La moria del 2015

Il colpo più duro arrivò nel 2015, quando in poche settimane morirono circa duecentomila saiga, una quota enorme della popolazione mondiale di allora. La causa fu un batterio normalmente innocuo, la Pasteurella multocida, diventato letale a causa di condizioni meteorologiche eccezionali di caldo e umidità. Fu una catastrofe che fece temere il peggio per la specie.

Cosa è cambiato: la ripresa

Eppure, nel giro di pochi anni, la saiga ha sorpreso tutti. Grazie all’elevata capacità riproduttiva della specie, alla protezione degli habitat e a una lotta serrata al bracconaggio, le mandrie del Kazakistan sono tornate a contarsi a milioni. Da una popolazione ridotta ai minimi storici si è passati a numeri che pochi avrebbero osato sperare, tanto da spingere alcune autorità locali a interrogarsi addirittura sulla gestione di mandrie ormai molto numerose.

Mandria di antilopi saiga che attraversa la steppa
Le mandrie nomadi percorrono enormi distanze in cerca di pascoli. (foto: Magda Ehlers / Pexels)

Da “in pericolo critico” a “quasi minacciata”: cosa significa

Le categorie della Lista Rossa dell’IUCN misurano il rischio di estinzione delle specie. “In pericolo critico” è il gradino più alto prima dell’estinzione in natura. Riclassificare la saiga come “quasi minacciata” significa che, pur restando una specie da monitorare con attenzione, il pericolo immediato di scomparsa è stato allontanato. È un cambiamento di categoria che racchiude anni di lavoro sul campo.

Chi ha reso possibile il recupero

Dietro questo successo non c’è un singolo eroe, ma una rete di soggetti che hanno collaborato a lungo: governi, enti di ricerca, organizzazioni per la conservazione, ranger e comunità locali. Le strategie vincenti hanno combinato la creazione e l’ampliamento di aree protette, il pattugliamento contro i bracconieri, il monitoraggio scientifico delle mandrie e il coinvolgimento di chi vive in quei territori.

Una storia che insegna qualcosa

Il caso della saiga è un promemoria potente: la perdita di biodiversità non è una condanna inevitabile. Quando le risorse e la volontà politica si allineano, la natura ha una straordinaria capacità di recupero. È lo stesso spirito che anima tante piccole azioni quotidiane a favore degli ecosistemi, come quelle che raccontiamo parlando del movimento “No Mow May” e dei prati lasciati incolti per gli impollinatori.

Paesaggio di steppa, habitat naturale della saiga
La tutela degli habitat è stata decisiva per la ripresa della specie. (foto: Francesco Ungaro / Pexels)

Le sfide ancora aperte

La buona notizia non cancella i rischi futuri. La saiga resta vulnerabile alle epidemie, agli inverni particolarmente rigidi e alle infrastrutture che frammentano le rotte migratorie. Mantenere i risultati raggiunti richiederà un impegno costante: il recupero è una conquista da custodire, non un traguardo definitivo.

In breve

  • La saiga è passata da “in pericolo critico” a un livello di rischio molto più basso secondo l’IUCN.
  • Nel 2015 una moria di massa ne uccise circa duecentomila in poche settimane.
  • La protezione degli habitat e la lotta al bracconaggio hanno permesso una ripresa rapida.
  • Il suo naso a proboscide filtra la polvere d’estate e riscalda l’aria d’inverno.

Domande frequenti

L’antilope saiga è ancora in pericolo?

Il rischio immediato di estinzione è stato allontanato, ma la specie resta da monitorare: è considerata “quasi minacciata”, non del tutto al sicuro.

Dove vive la saiga?

Nelle steppe semidesertiche dell’Asia centrale, soprattutto in Kazakistan, con popolazioni minori in Russia, Mongolia e Uzbekistan.

Perché ha quel naso così particolare?

Il naso grosso e mobile filtra la polvere durante le corse delle mandrie in estate e riscalda l’aria fredda che respira in inverno.

Che cosa causò la moria del 2015?

Un batterio normalmente innocuo, la Pasteurella multocida, divenuto letale a causa di condizioni di caldo e umidità eccezionali.

Come è stato possibile il recupero?

Grazie all’alta capacità riproduttiva della specie unita alla protezione degli habitat, al monitoraggio scientifico e a una decisa lotta al bracconaggio.

Cosa rischia ancora la saiga in futuro?

Epidemie, inverni estremi e infrastrutture che frammentano le rotte migratorie restano minacce concrete, perciò la tutela deve continuare.