La vera storia delle bombe atomiche sovietiche usate per spegnere incendi di gas e la leggenda della Porta dell’Inferno in Turkmenistan

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Per decenni è circolata una storia tanto affascinante quanto inquietante: nel cuore del Turkmenistan, durante la Guerra Fredda, gli scienziati sovietici avrebbero fatto esplodere una bomba atomica per chiudere la celebre Porta dell’Inferno, il gigantesco cratere di Darvaza che ancora oggi brucia nel deserto.

Sembra la trama di un film di fantascienza. Eppure la realtà è ancora più sorprendente.

Il famoso cratere infuocato del Turkmenistan non venne mai sigillato con un ordigno nucleare. Tuttavia, l’Unione Sovietica utilizzò davvero bombe atomiche sotterranee per spegnere enormi fughe di gas naturale. E in alcuni casi l’esperimento funzionò davvero.

Dietro questa vicenda ci sono geologi, ingegneri e tecnologie estreme nate durante uno dei periodi più tesi della storia moderna.

La Porta dell’Inferno che brucia da oltre 50 anni

Nel deserto del Karakum, in Turkmenistan, esiste un enorme cratere largo circa 70 metri che continua a bruciare giorno e notte. È conosciuto come Darvaza, oppure “Porta dell’Inferno”.

Secondo la versione più accettata, negli anni Settanta un gruppo di geologi sovietici stava effettuando perforazioni alla ricerca di gas naturale. Durante i lavori il terreno cedette improvvisamente, creando una gigantesca voragine. Dal sottosuolo iniziò a fuoriuscire una grande quantità di metano.

Per evitare che il gas si diffondesse nell’area, gli scienziati decisero di incendiare il cratere, pensando che il fuoco si sarebbe spento nel giro di pochi giorni.

Non andò così.

Il gas continuò ad alimentare le fiamme per decenni, trasformando il luogo in uno degli scenari più impressionanti e surreali del pianeta.

La leggenda della bomba atomica

Con il passare degli anni nacque una leggenda: per fermare la fuga di gas, i sovietici avrebbero usato una bomba nucleare nel sottosuolo.

Nel caso di Darvaza la storia è falsa. Il cratere non venne mai chiuso e ancora oggi continua a bruciare.

La confusione nasce però da un fatto reale: l’URSS utilizzò davvero ordigni nucleari per risolvere emergenze industriali legate ai giacimenti di gas.

Ed è qui che la storia diventa incredibile.

Quando il nucleare veniva usato come strumento industriale

Durante la Guerra Fredda, sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica sperimentarono usi “pacifici” dell’energia nucleare. Non solo armi, quindi, ma anche strumenti per scavare canali, creare laghi artificiali o intervenire in operazioni minerarie.

I sovietici avviarono un programma chiamato “Esplosioni nucleari per l’economia nazionale”.

Uno dei casi più famosi avvenne nel 1966 nel giacimento di Urta-Bulak, nell’attuale Uzbekistan.

L’incendio impossibile da fermare

Durante una perforazione, il gas naturale esplose violentemente. Una gigantesca colonna di fuoco iniziò a bruciare senza sosta.

Gli ingegneri provarono ogni soluzione possibile:

  • cemento
  • trivellazioni laterali
  • acqua ad alta pressione
  • esplosivi convenzionali

Nulla funzionò.

L’incendio continuò per quasi tre anni, consumando milioni di metri cubi di gas ogni giorno.

La soluzione estrema

A quel punto gli scienziati sovietici proposero una soluzione mai tentata prima.

Scavarono un tunnel inclinato fino a raggiungere un punto vicino al pozzo in fiamme, a oltre un chilometro di profondità. Lì collocarono un ordigno nucleare da circa 30 kilotoni, più potente della bomba di Hiroshima.

L’idea era semplice solo in teoria:

  • l’esplosione avrebbe compresso il terreno circostante
  • la roccia fusa avrebbe sigillato il canale del gas
  • la pressione avrebbe bloccato definitivamente la fuga

Il 30 settembre 1966 la bomba esplose nel sottosuolo.

Dopo pochi secondi, il gigantesco incendio si spense.

Un risultato che sembrava impossibile

L’operazione venne considerata un grande successo tecnico.

L’esplosione avvenne abbastanza in profondità da evitare una contaminazione radioattiva significativa in superficie. Per l’URSS fu la dimostrazione che il nucleare poteva essere usato anche come strumento industriale.

Negli anni successivi i sovietici ripeterono questa tecnica in altri giacimenti di gas, spesso con risultati efficaci.

Oggi una soluzione del genere appare estrema e difficilmente accettabile, ma durante la Guerra Fredda molti governi vedevano l’energia atomica come una tecnologia capace di risolvere qualsiasi problema.

La vera storia dietro il mito

Molte versioni moderne di questa vicenda parlano di misteriosi ingegneri o scienziati dai nomi difficili da verificare, come il presunto Jack Wheeler. In realtà non esistono prove storiche solide che colleghino queste figure al cratere di Darvaza o alle esplosioni nucleari sovietiche.

La vera storia fu il risultato del lavoro di squadre di scienziati, tecnici e ingegneri specializzati in geologia, perforazioni profonde e fisica nucleare.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più impressionante: non il gesto di un singolo uomo, ma l’idea di un’intera epoca convinta che la tecnologia potesse dominare la natura, anche nei modi più estremi immaginabili.

Il cratere continua ancora oggi a bruciare

Mentre gli incendi di Urta-Bulak vennero spenti con il nucleare, la Porta dell’Inferno è ancora accesa.

Di notte il deserto si illumina di arancione, con fiamme che emergono dal terreno come in un paesaggio alieno. Oggi il cratere è diventato una delle attrazioni più incredibili dell’Asia centrale e un simbolo della potenza — ma anche dei limiti — dell’ingegneria umana.

Perché a volte la realtà riesce davvero a superare la fantascienza.