Il gipeto torna a volare sulle Alpi: una rinascita europea

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Con i suoi quasi tre metri di apertura alare, il gipeto è uno degli uccelli più imponenti d’Europa. Fino a qualche decennio fa era completamente scomparso dalle Alpi, sterminato dall’uomo che lo credeva un rapace assassino. Oggi torna a volteggiare sopra le valli alpine grazie a uno dei progetti di reintroduzione più riusciti del continente. È una buona notizia che ci ricorda quanto la natura sappia riprendersi, quando le diamo una possibilità.

Chi è il gipeto

Il gipeto (Gypaetus barbatus), chiamato anche avvoltoio barbuto o avvoltoio degli agnelli, è un rapace enorme: l’apertura alare può superare i 2,8 metri, il che lo rende uno dei più grandi uccelli europei. Ha una livrea inconfondibile, con il petto color ruggine e una caratteristica “barba” di piume scure sotto il becco, da cui prende uno dei suoi nomi.

A differenza di molti altri rapaci, il gipeto non è un cacciatore: si nutre quasi esclusivamente di ossa. È infatti uno dei pochissimi animali al mondo con una dieta basata sullo scheletro delle carcasse, un ruolo prezioso che lo rende lo “spazzino” finale della montagna.

Un uccello vittima di un antico malinteso

Per secoli il gipeto è stato perseguitato a causa di una reputazione del tutto immeritata. Si credeva che rapisse agnelli e persino bambini, da cui il nome popolare di “avvoltoio degli agnelli”. In realtà si tratta di un animale assolutamente innocuo per uomini e greggi: mangia soltanto ossa e carcasse già morte.

Gipeto adulto con il caratteristico piumaggio color ruggine sul petto
Il gipeto si nutre quasi esclusivamente di ossa: un ruolo unico tra gli uccelli europei. (foto: Jesús Esteban San José / Pexels)

L’estinzione sulle Alpi

La caccia sistematica, l’uso di bocconi avvelenati e la distruzione dei nidi portarono il gipeto a una rapida scomparsa. All’inizio del Novecento l’ultimo esemplare alpino venne abbattuto: la specie era ormai estinta su tutto l’arco delle Alpi. Per decenni il cielo delle montagne rimase senza il suo più grande veleggiatore.

Il grande progetto di reintroduzione

Il ritorno del gipeto non è avvenuto per caso, ma grazie a un ambizioso programma internazionale avviato negli anni Ottanta. L’idea era semplice nella teoria e complessa nella pratica: allevare gipeti in cattività e liberarli gradualmente sulle Alpi, coordinando gli sforzi di parchi, zoo e centri di ricerca di diversi Paesi europei.

Le prime liberazioni

I primi giovani gipeti vennero rilasciati sulle Alpi austriache nel 1986. Da lì il programma si estese a Francia, Svizzera e Italia, dove il Parco Nazionale dello Stelvio e altre aree protette divennero punti chiave per le liberazioni. Ogni anno, giovani esemplari nati in cattività venivano portati in quota e lasciati liberi di ambientarsi.

Paesaggio di alta montagna sulle Alpi, habitat del gipeto
Le Alpi sono tornate a ospitare questo maestoso veleggiatore dopo un secolo di assenza. (foto: Valentin Angel Fernandez / Pexels)

La svolta: le prime nascite in natura

Il vero momento di svolta arrivò quando i gipeti reintrodotti cominciarono a riprodursi da soli in ambiente selvatico. Le prime nascite spontanee sulle Alpi, avvenute negli anni Novanta, dimostrarono che la specie era di nuovo capace di sostenersi senza l’aiuto diretto dell’uomo. Da allora il numero di coppie nidificanti è cresciuto in modo costante, anno dopo anno.

Oggi il gipeto ha ricolonizzato buona parte dell’arco alpino e la popolazione europea è tornata a contare diverse centinaia di individui. Non è più un fantasma delle montagne, ma una presenza che escursionisti e appassionati possono di nuovo osservare in volo.

Perché il ritorno del gipeto è importante

Il ritorno di questo rapace non è solo una vittoria simbolica. Nutrendosi delle ossa delle carcasse, il gipeto completa il lavoro degli altri spazzini e contribuisce a mantenere pulito e sano l’ambiente di alta montagna. La sua presenza è un indicatore di un ecosistema che funziona, in cui la catena alimentare è di nuovo completa fino all’ultimo anello.

Grande rapace che veleggia sfruttando le correnti ascensionali
Con quasi tre metri di apertura alare, il gipeto è uno degli uccelli più grandi d’Europa. (foto: Leonardo Merlo / Pexels)

Le sfide ancora aperte

Nonostante i successi, il futuro del gipeto non è del tutto garantito. Il pericolo più grande resta l’avvelenamento, spesso involontario, causato dai bocconi destinati ad altri animali o dai residui di piombo delle munizioni da caccia presenti nelle carcasse. Anche gli scontri con cavi elettrici e pale eoliche rappresentano una minaccia. Per questo il monitoraggio continua, insieme alle campagne per ridurre l’uso di veleni e piombo in montagna.

Una storia che assomiglia ad altre

Il caso del gipeto non è isolato: in tutto il mondo specie date per spacciate stanno tornando grazie a progetti di conservazione pazienti e ben organizzati. Una vicenda molto simile è quella del condor della California, tornato a volare in Oregon dopo 120 anni. Sono storie che dimostrano come, con impegno e cooperazione, sia possibile riparare almeno in parte i danni del passato.

Per seguire da vicino il lavoro di monitoraggio e conservazione di questo straordinario rapace puoi consultare il sito della Vulture Conservation Foundation, l’organizzazione che coordina gli sforzi internazionali per la salvaguardia degli avvoltoi europei.

Domande frequenti sul gipeto

Il gipeto è pericoloso per l’uomo o per il bestiame?

No. Nonostante l’antica reputazione, il gipeto è del tutto innocuo: non attacca animali vivi e si nutre quasi esclusivamente di ossa e carcasse. La leggenda dell'”avvoltoio degli agnelli” è priva di fondamento.

Perché il gipeto era scomparso dalle Alpi?

Fu sterminato dall’uomo tra Ottocento e inizio Novecento a causa della caccia, dei bocconi avvelenati e della distruzione dei nidi, alimentati dalla falsa convinzione che fosse un predatore pericoloso.

Quando è iniziata la reintroduzione?

Il programma internazionale di reintroduzione è partito negli anni Ottanta, con le prime liberazioni sulle Alpi austriache nel 1986, poi estese a Italia, Francia e Svizzera.

Quanti gipeti ci sono oggi sulle Alpi?

La popolazione alpina è tornata a contare centinaia di individui e diverse decine di coppie nidificanti, con nascite spontanee in natura ormai regolari ogni anno.

Di cosa si nutre esattamente il gipeto?

La sua dieta è basata soprattutto sulle ossa delle carcasse. È in grado di ingerire ossa intere e di lasciar cadere quelle più grandi sulle rocce per frantumarle e raggiungere il midollo.

Qual è la minaccia principale per la specie oggi?

Il pericolo maggiore resta l’avvelenamento, spesso accidentale, dovuto a bocconi tossici e ai residui di piombo delle munizioni nelle carcasse di cui si nutre.