L’ornitorinco è già uno degli animali più strani del pianeta: ha il becco simile a quello di un’anatra, depone le uova pur essendo un mammifero e i maschi nascondono un pungiglione velenoso. Nel 2020 i ricercatori hanno aggiunto un dettaglio sorprendente alla lista: sotto la luce ultravioletta questo animale brilla di un tenue bagliore verde-azzurro. Un fenomeno chiamato biofluorescenza, che pensavamo estraneo ai mammiferi e che invece continua a riservare sorprese.
Un animale che sembra inventato apposta per stupire
Quando i primi esemplari di ornitorinco arrivarono in Europa alla fine del Settecento, molti naturalisti gridarono alla truffa: erano convinti che qualcuno avesse cucito insieme il becco di un’anatra e il corpo di un piccolo mammifero acquatico. La realtà, invece, era ancora più incredibile. L’ornitorinco (Ornithorhynchus anatinus) è un monotremo, cioè uno dei pochissimi mammiferi al mondo che depone le uova anziché partorire piccoli già formati.
Vive nei corsi d’acqua dolce dell’Australia orientale e della Tasmania, è un nuotatore abilissimo e caccia soprattutto di notte o nelle ore di penombra. Proprio questa abitudine crepuscolare rende ancora più interessante la scoperta della sua fluorescenza.
Che cos’è la biofluorescenza
La biofluorescenza è la capacità di alcuni organismi di assorbire luce a una certa lunghezza d’onda e di riemetterla a una lunghezza d’onda diversa, di solito più lunga. In pratica: illuminando l’animale con luce ultravioletta, invisibile o quasi ai nostri occhi, alcune parti del suo corpo restituiscono una luce colorata che noi possiamo vedere.
Non va confusa con la bioluminescenza
È importante non confondere la biofluorescenza con la bioluminescenza. Nella bioluminescenza, come quella delle lucciole o di molti organismi marini abissali, la luce viene prodotta dall’animale stesso attraverso reazioni chimiche interne. Nella biofluorescenza, invece, non c’è alcuna produzione autonoma di luce: serve una fonte esterna di raggi ultravioletti, e senza di essa l’effetto scompare del tutto.

La scoperta arrivata quasi per caso
La fluorescenza dell’ornitorinco è stata descritta in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Mammalia nel 2020 da un gruppo di ricercatori statunitensi. Il fatto curioso è che non stavano cercando affatto questo fenomeno: studiavano la fluorescenza in altri animali quando decisero di puntare una lampada UV su alcuni esemplari conservati nei musei di storia naturale.
Il risultato fu inatteso: la pelliccia dell’ornitorinco, che alla luce normale appare di un bruno opaco, sotto i raggi ultravioletti si accendeva di sfumature che andavano dal verde all’azzurro. Il pelo, che normalmente riflette poca luce visibile, si comportava in modo completamente diverso quando esposto agli UV.
Di che colore brilla, esattamente
Sotto la luce ultravioletta la pelliccia dell’ornitorinco emette un bagliore che vira tra il verde e il ciano. È un effetto tenue, non un lampo brillante: per osservarlo servono condizioni di buio e una sorgente UV adeguata. La particolarità è che il pelo assorbe la luce ultravioletta, che altrimenti verrebbe semplicemente riflessa, e la restituisce sotto forma di luce visibile più morbida.

Perché un mammifero notturno dovrebbe brillare?
Questa è la domanda a cui i ricercatori non hanno ancora una risposta definitiva. Esistono però diverse ipotesi affascinanti.
Un adattamento alla vita nella penombra
L’ipotesi più discussa collega la fluorescenza allo stile di vita crepuscolare e notturno dell’animale. Molte specie attive con poca luce assorbono gli ultravioletti anziché rifletterli: così facendo diventano meno visibili ad altri animali sensibili agli UV, come alcuni predatori. In questo caso la fluorescenza non sarebbe un “segnale” luminoso, ma quasi una forma di mimetismo.
Un effetto senza una funzione precisa
Un’altra possibilità, altrettanto seria dal punto di vista scientifico, è che la fluorescenza non abbia alcuna funzione adattativa e sia semplicemente una proprietà chimica del pelo, un effetto collaterale della sua composizione. In natura non tutto ha uno scopo: a volte un tratto esiste solo perché non arreca alcun danno.
Non è l’unico mammifero che brilla
La scoperta sull’ornitorinco ha spinto molti ricercatori a puntare le lampade UV su altri animali, e le sorprese non sono mancate. Anche l’echidna, l’altro monotremo australiano, mostra tracce di fluorescenza. Lo stesso vale per gli scoiattoli volanti del Nord America, per alcuni marsupiali come i vombati e persino per i conigli. Sembra insomma che la biofluorescenza tra i mammiferi sia molto più diffusa di quanto pensassimo: semplicemente, non l’avevamo mai cercata.

Un mammifero fatto di record
La fluorescenza è solo l’ultima di una lunga serie di stranezze. L’ornitorinco è uno dei pochissimi mammiferi velenosi al mondo: i maschi hanno uno sperone sulle zampe posteriori capace di iniettare un veleno doloroso. Inoltre caccia a occhi, orecchie e narici chiusi sott’acqua, orientandosi grazie all’elettrorecezione, cioè percependo i minuscoli campi elettrici generati dai muscoli delle sue prede. E, come se non bastasse, non ha uno stomaco vero e proprio e non possiede denti da adulto.
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Cosa resta ancora da capire
La biofluorescenza dei mammiferi è un campo di studio molto giovane. Gran parte delle osservazioni è stata fatta su esemplari conservati nei musei, e servono ricerche su animali vivi per capire se e come la fluorescenza abbia un ruolo nella loro vita. Per approfondire la biologia straordinaria di questo animale puoi consultare la scheda dell’Australian Museum dedicata all’ornitorinco, una delle fonti più autorevoli sull’argomento.
Quel che è certo è che l’ornitorinco continua a ricordarci quanto poco conosciamo del mondo naturale: basta cambiare il tipo di luce con cui lo osserviamo per scoprire qualcosa che era sempre stato lì, davanti ai nostri occhi.
Domande frequenti sull’ornitorinco fluorescente
L’ornitorinco produce luce da solo?
No. L’ornitorinco non produce luce in modo autonomo come fanno le lucciole. Si tratta di biofluorescenza: la sua pelliccia riemette luce visibile soltanto se colpita da raggi ultravioletti provenienti da una fonte esterna.
Di che colore brilla l’ornitorinco sotto la luce UV?
La sua pelliccia emette un bagliore tenue che va dal verde all’azzurro-ciano. Non è un colore intenso, ma è ben visibile al buio con una lampada a raggi ultravioletti.
Quando è stata scoperta questa caratteristica?
La biofluorescenza dell’ornitorinco è stata descritta in uno studio scientifico pubblicato nel 2020, quasi per caso, esaminando esemplari conservati nei musei di storia naturale.
A cosa serve la fluorescenza dell’ornitorinco?
Non lo sappiamo con certezza. L’ipotesi principale è che aiuti l’animale a essere meno visibile ad altri animali sensibili agli ultravioletti, ma è possibile anche che sia solo una proprietà del pelo priva di una funzione precisa.
Anche altri mammiferi sono fluorescenti?
Sì. Dopo l’ornitorinco sono stati trovati segni di fluorescenza in echidne, scoiattoli volanti, alcuni marsupiali e persino nei conigli. Il fenomeno sembra più comune di quanto si pensasse.
È pericoloso avvicinarsi a un ornitorinco?
I maschi possiedono uno sperone velenoso sulle zampe posteriori che può causare un dolore molto intenso all’uomo, anche se non è letale. Per questo è sempre bene osservare questi animali a distanza e non maneggiarli.